Compost dai rifiuti per combattere la povertà energetica

Italia Che Cambia è media partner della seconda edizione del bando indetto da Ashoka e Fondazione Schneider Electric per combattere la povertà energetica. Abbiamo intervistato Giorgio Rosso della cooperativa La Città Verde, che ha vinto la passata edizione con un progetto di produzione di compost dai rifiuti.

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L’8% degli italiani soffre di povertà energetica, ovvero patisce disagi molto gravi – in casi estremi anche mortali – perché non ha accesso al riscaldamento o all’utilizzo dell’energia per servizi essenziali, come illuminare o cucinare. Per combattere questa calamità ancora sconosciuta, anche quest’anno Ashoka e la Fondazione Schneider Electric hanno indetto un bando, chiamando a raccolta i progetti virtuosi per studiare e mettere in atto delle soluzioni.

 

L’edizione passata del bando – denominato Tackle Fuel Poverty –, è stata un grande successo e ha visto fra i protagonisti la cooperativa sociale bolognese La Città Verde, che si occupa di ambiente e che, con un bel progetto sulla valorizzazione dei rifiuti attraverso la trasformazione in compost di qualità, è stata selezionata fra i 10 vincitori a livello europeo. Abbiamo intervistato il presidente Giorgio Rosso.

 

Come mai avete scelto di partecipare al bando Tackle Fuel Poverty?

 

Ci interessava la possibilità di confrontarci con altri innovatori sociali e mettere alla prova la nostra idea. Il bando prevedeva anche una fase di tutoring affiancati da esperti messi a disposizione da Ashoka e questo per noi era un aspetto fondamentale. È stato utile: abbiamo lavorato comunque molto per conto nostro, il progetto è tutto farina del nostro sacco, ma i tutor ci hanno aiutato a rimettere in fila parecchie idee. Anche la parte del confronto con altri partner e realtà internazionali ci è piaciuta molto e ci ha dato la possibilità di riflettere sulla scalabilità del progetto.

 

Quali sono state le differenze rispetto agli altri progetti vincitori?

 

Rispetto ai 10 progetti presenti nella seconda fase, il nostro era il più concreto perché dava una risposta locale e sistemica al problema della povertà energetica. Noi italiani siamo più indietro come sistema paese, le regole e le leggi ci penalizzano, ma a livello dei singoli progetti siamo più bravi a concretizzare le cose.

 

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Qual è stato il valore aggiunto che la vostra azienda ha ricavato da questa esperienza?

 

È cambiato il modo di preparare i progetti: l’esperienza ci ha insegnato molto a livello di modellistica, ci ha fatto capire come innovarci. Il progetto con cui abbiamo partecipato ora è in stand by, ma lo possiamo riattivare in poco tempo. Abbiamo acquisito expertise che non avevamo e che possiamo usare anche in altre occasioni.

 

A livello economico questo progetto ha dimostrato che può dare dei profitti. Anche grazie ai tutor, è stato studiato in modo da essere sostenibile. Molti dei progetti che abbiamo visto avevano bisogno di incentivi esterni per funzionare, mentre il nostro è autosufficiente, è un business ambientale e sin dall’inizio ci ha portato dei guadagni. Abbiamo fatto i nostri conti e torna tutto.

 

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Un nuovo passo verso modelli di economia circolare?

 

Ora è partito il tam tam dell’economia circolare, che si sta diffondendo molto. Noi abbiamo anticipato questa tendenza: sono appena rientrato dall’expo del Kazakistan e l’Emilia-Romagna è stata presentata come un territorio ricco di eccellenze. Tuttavia la strada è ancora lunga: non saprei dire se le PMI condividono questo interesse, le istituzioni sono concentrate solo sul recupero dei materiali, i piccoli comuni forse sono troppo deboli per supportare queste iniziative, ma sono comunque molto ricettivi. L’interesse c’è, ma i soldi vanno ancora a chi fa semplicemente recupero di materiali, non a chi realizza veri e propri progetti di economia circolare.

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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