Cambalache, un tango argentino per raccontare un Piemonte più accogliente

Siamo ad Alessandria per raccontarvi della Associazione di Promozione Sociale Cambalache. Una realtà che ha saputo andare oltre l’accoglienza per promuovere il dialogo interculturale. Un incontro che passa anche attraverso il cibo e i gusti della cucina africana. Un incontro che si trasforma in formazione ed inserimento lavorativo grazie al progetto “Bee my job”.

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“Siglo veinte Cambalache”, partiamo dal titolo di un tango argentino per raccontarvi di una realtà alessandrina che ha saputo unire insieme tante realtà diverse, creando un’armonia perfetta.

 

Mara Alacqua è presidente dell’Associazione di Promozione Sociale Cambalache. “Siccome ho vissuto in Argentina, ma anche perché alcuni dei soci fondatori erano argentini, abbiamo deciso di chiamare l’associazione così”, ci specifica Mara, “questo tango è una tango che è stato per molto tempo censurato durante la dittatura argentina, è un tango di denuncia sociale contro la corruzione”.

Foto di Daniele Robotti

Foto di Daniele Robotti

La parola Cambalache deriva dal Lunfardo, uno slang argentino derivante dal mix linguistico tra lo spagnolo e le diverse lingue europee parlate dai migranti che dall’Europa fuggivano, in cerca di fortuna, nel Nuovo Mondo. “Letteralmente Cambalache significa robivecchi”, ci spiega Mara, “poi con il tango, e con l’utilizzo che hanno fatto del termine, con il passare del tempo ha preso un altro significato che è quello di un mix di cose diverse che stanno bene insieme”. Un nome perfetto per un’Associazione che promuove la cultura da mondi diversi.

 

Cambalache si occupa principalmente di richiedenti asilo e di rifugiati. Si occupa dell’accoglienza a due livelli, sia tramite accoglienza C.A.S. (Centro di Accoglienza Straordinaria) e quindi in convenzione con la Prefettura di Alessandria; sia tramite accoglienza S.P.R.A.R. (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) e quindi in convenzione con il Comune di Alessandria e in partenariato con l’Associazione San Benedetto al Porto e la cooperativa Coompany &.

 

L’Associazione nasce nel 2011, durante l’Emergenza Nord Africa, da un gruppo di amici con competenze specifiche in vari settori, ma principalmente la mediazione linguistica e culturale e la cooperazione allo sviluppo. Nasce sul territorio di Arquata Scrivia con un progetto di accoglienza per 12 persone. Nel 2014, con Mare Nostrum, proseguono le attività di accoglienza, ma decidono di spostarsi sul territorio del Comune di Alessandria.
“Abbiamo deciso di tornare in città”, ci racconta Mara, “sia perché in città c’era un accesso più facile ed agevolato ai servizi per le persone che ospitavamo, sia perché in città si riusciva meglio a lavorare in rete con le altre realtà che nel frattempo avevamo incontrato”.

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Accanto ai servizi di accoglienza, l’Associazione favorisce l’incontro interculturale attraverso continue attività di sensibilizzazione, sia con i più giovani con proposte che spaziano dai giochi di ruolo ai laboratori, sia con tutta la cittadinanza tramite progetti innovativi come “Indovina chi viene a cena”.

 

“Indovina chi viene a cena” è un momento di condivisione e conoscenza che passa attraverso i profumi e i gusti della cucina africana. Un sabato sera, l’ultimo di ogni mese, in cui i ragazzi accolti dall’Associazione aprono la porta delle loro case per ospitare commensali e far gustare i piatti della loro cultura. Ovviamente, ogni persona può liberamente partecipare a queste cene.

 

Momenti di condivisione che vengono organizzati anche in occasione di eventi cittadini, come il Migrant Caffè: un momento di incontro per gruppi di giovani, tra richiedenti asilo, rifugiati e studenti, disposti su più tavolate, che si incontrano e conversano sviluppando il tema “Le cose che abbiamo in comune”. L’obiettivo è l’identificazione di somiglianze che possano favorire una migliore convivenza tra “vecchi” e “nuovi” alessandrini e promuovere un senso comune di appartenenza al territorio. Il tutto accompagnato da caffè, tè e dolci.

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Altro progetto specifico, ma contemporaneamente estremamente innovativo è “Bee my job”.
“Bee my job”, ci racconta Mara, “è un progetto che vuole favorire l’integrazione economica, educativa e sociale, dei richiedenti asilo e dei rifugiati, attraverso una formazione specifica nel settore dell’apicoltura e la promozione di inserimenti lavorativi in aziende agricole”.

 

Un progetto che gode di plurimi punti di forza, tra cui quello di godere della collaborazione dell’Associazione Apistiche al livello nazionale e territoriale. “È stato fondamentale per noi poter promuovere l’inserimento dei richiedenti asilo che formiamo nelle aziende”, ci spiega Mara, “dal 2015 ad oggi, abbiamo formato 65 richiedenti asilo e rifugiati in apicoltura e abbiamo attivato 44 tirocini, non solo nella provincia di Alessandria, ma un po’ in tutta Italia, inserendo i ragazzi anche in altre regioni come la Lombardia, la Liguria, l’Emilia Romagna, la Puglia e l’Abruzzo.”

 

“Bee my job” è indubbiamente un progetto estremamente innovativo, per questo motivo ha ottenuto diversi riconoscimenti di rilievo nazinale tra cui il premio Legambiente Sterminata Bellezza. Inoltre, è stato inserito nell’Atlante dello S.P.R.A.R. 2016 e nel catalogo della Mostra Exodo (organizzata dalla Regione Piemonte su Fotografi e Rotte Migratorie). A livello internazionale ha saputo suscitare l’interesse dell’U.N.H.C.R. (United Nation High Commission for Refugees) ed è stato raccontato sia durante il Migrant Film Festival a Pollenzo, sia a Roma durante gli European Migration Network. Infine, lo scorso mese è stato presentato un web documentario che racconta il progetto attraverso la storia di Abdul, un rifugiato senegalese che grazie a “Bee my job” ha scoperto non solo una professione, ma anche una passione.

 

 

Tante attività quelle promosse dall’A.P.S. Cambalache. Attività che hanno saputo superare il semplice accogliere, proprio perché chi decide di lavorare con altre culture ha anche l’obbligo etico e umano di promuovere la conoscenza e il dialogo interculturale. Ovvero, saper tessere quelle relazioni affinché tanti “robivecchi” si possano amalgamare insieme e creare quell’armonia necessaria per l’integrazione e per un equo sviluppo di tutta l’umanità. Esattamente come in una danza in cui qualcuno guida, e aiuta, qualcun altro. Non si sa, di preciso, da dove derivi la parola Tango. In latino il termine tango è la prima persona dell’indicativo presente del verbo tangere, ovvero toccare, quindi io tocco. Ecco, penso che la nostra società debba avere la forza di toccare le altre culture, di assaporare i loro gusti, di conoscere la loro letteratura, la loro arte e la loro danza. Un toccare che si trasforma in un incontrare, esattamente come in un passo a due, esattamente come in un tango argentino.

 

“La diversità è una ricchezza e non una problematicità o un ostacolo”, ci sottolinea Mara che la ricchezza della diversità la vive ogni giorno, lei e tutte le altre persone che quotidianamente lottano affinché “un mix di cose diverse stiano bene insieme”.

 

Articolo tratto da Piemonte che Cambia

 

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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