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23 Ott 2017

Vacche al pascolo o in stalla? L'etichetta non lo dice

Scritto da: Redazione

CIWF Italia lancia una petizione per chiedere che venga istituita un’etichetta che spieghi come è stato allevato l’animale da cui deriva il cibo che compriamo. In molti allevamenti infatti, mucche e altri animali trascorrono tutta la vita in stalla senza mai uscire al pascolo. I metodi intensivi inoltre sono una delle principali fonti d’inquinamento.

In Italia la grande maggioranza delle vacche sono allevate in stalla, senza avere mai accesso al pascolo, il che ha gravi impatti sul loro benessere. I pochi allevatori virtuosi sono penalizzati perché i consumatori non possono distinguere fra i diversi metodi di allevamento. Infatti, non esiste nessuna etichetta, neanche volontaria, che descriva come siano stati allevati gli animali.

 

CIWF Italia chiede, con una petizione al Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, di introdurre un’etichettatura volontaria secondo il metodo di allevamento per i prodotti lattiero-caseari, che garantisca ai consumatori la possibilità di scegliere prodotti da allevamenti più rispettosi del benessere degli animali, che hanno anche un minore impatto sull’ambiente e sulla salute.

vacche2L’Italia: una terra senza animali – In Italia la grande maggioranza degli animali allevati non ha accesso al pascolo e trascorre tutta la vita in capannoni chiusi. Questo vale anche per le eccellenze del Made in Italy e persino per una parte dei prodotti certificati “bio”. Lo spiega Philip Lymbery, CEO di CIWF, nel capitolo dedicato all’Italia del suo ultimo libro, Dead Zone.

 

Il Po e le sue Dead Zone – La Pianura Padana è l’area a maggiore vocazione per l’allevamento intensivo, con una densità di animali che è ai primi posti nel mondo, e questo ha avuto impatti molto negativi sull’ambiente. L’azoto proveniente dalla deiezioni finisce nelle acque del Po e provoca fenomeni di fioriture algali e di mancanza di ossigeno nell’acqua, fino al delta del fiume.

 

Intervistato da Philip Lymbery in “Dead Zone”, il Prof. Pierluigi Viaroli, del Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale dell’Università di Parma, ha spiegato come l’agricoltura e la zootecnia intensive siano fra i principali responsabili di questi fenomeni insieme con i cambiamenti nell’uso del territorio e l’alterazione degli ecosistemi naturali (per esempio l’allargamento delle città, il dragaggio e le dighe nei fiumi ecc.). Secondo Viaroli nell’Adriatico settentrionale ci sono state e ci sono ancora, in alcune lagune e aree costiere, esempi di fioriture algali e mancanza di ossigeno nell’acqua.

 

L’agricoltura intensiva, i pesticidi e la minaccia all’allodola – In Italia circa il 50% dei cereali coltivati è destinato agli animali. Provengono da monocolture che fanno largo uso di pesticidi. Coltivare cereali per gli animali è necessario per aumentare la produttività e per nutrirli nei capannoni chiusi. Philip Lymbery ha intervistato il Prof. Pietro Paris responsabile del settore Sostanze Pericolose di ISPRA. L’inquinamento da pesticidi in Pianura Padana è preoccupante: nel 2014 il monitoraggio nel bacino del Po ha riguardato 570 punti delle acque superficiali e 1035 delle acque sotterranee. Pesticidi sono stati trovati in oltre il 70% dei punti nelle acque superficiali (per il 32,6% superiori ai limiti di legge) e in oltre il quaranta per cento dei siti nelle acque sotterranee (per l’8,7% superiori ai limiti).

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La situazione è “abbastanza seria”, secondo Paris. “Perché emerge un’ampia diffusione della contaminazione. I livelli sono generalmente piu bassi nelle acque sotterranee, ma residui di pesticidi sono presenti anche nelle falde profonde naturalmente protette da strati geologici poco permeabili.” L’agricoltura intensiva ha impatti importanti anche sulla biodiversità. Secondo Patrizia Rossi Responsabile nazionale Agricoltura del el Dipartimento Conservazione Natura della LIPU, gli uccelli che vivono nelle aree di coltivazione piu intensiva del paese se la cavano particolarmente male: la loro popolazione è crollata fino al 40% negli ultimi quindici anni. Le allodole, poi, sono state colpite duramente, e la loro popolazione è crollata del 45% nel periodo tra il 2000 e il 2014.

 

L’eccellenza del Made in Italy e il “bio” – Anche le vacche allevate per produrre le eccellenze italiane come il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano vivono esclusivamente nelle stalle e purtroppo, così come confermato in Dead Zone in un’intervista al Presidente di Federbio Paolo Carnemolla, persino le vacche allevate in sistemi biologici non hanno sempre l’accesso al pascolo garantito.

 

L’alternativa possibile – Un altro modo di allevare è possibile, un equilibrio naturale in cui il pascolo garantisce una buona qualità di vita agli animali, un prodotto alimentare di qualità migliore e contemporaneamente contribuisce a mantenere vivi gli ecosistemi, sostenendo la biodiversità. Se ne trova un esempio in Dead Zone: l’abruzzese Giulio Petronio, un pastore, racconta come da decenni porti al pascolo le sue pecore per produrre il formaggio canestrato. Petronio, insieme con altri allevatori, ha partecipato al progetto Life Praterie del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, che ha avuto come obiettivo l’integrazione fra la conservazione della natura e le attività di allevamento.

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La petizione – Secondo CIWF i consumatori hanno il diritto di poter conoscere il metodo di allevamento dei diversi prodotti di origine animale. In questo senso, per i prodotti lattiero caseari, in Italia, non esiste nessun tipo di etichettatura, né obbligatoria, né volontaria. Per questo CIWF chiede al Ministro dell’Agricoltura che sia resa disponibile al più presto un’etichettatura secondo il metodo di allevamento per questo tipo di prodotti.

 

Dichiara Annamaria Pisapia, Direttrice di CIWF Italia Onlus: “L’allevamento delle vacche da latte in Italia è a carattere spaventosamente intensivo. Questi animali, oramai trasformati in macchine da produzione, non potranno mai toccare un filo d’erba in tutta la loro breve vita. Eppure vediamo ancora su alcune confezioni e in certa comunicazione vacche che pascolano felici nei prati.

 

È ora che anche in Italia sia data ai consumatori la possibilità di riconoscere alle vacche la possibilità effettiva di pascolare, un’attività fondamentale per la loro natura di erbivori ruminanti, senza la quale non si può parlare di benessere animale, né di sostenibilità. Una etichettatura secondo il metodo di produzione dei prodotti lattiero caseari, che renda facilmente riconoscibili i prodotti da vacche veramente allevate all’aperto, darà ai consumatori chiarezza su come hanno vissuto gli animali e soprattutto la possibilità di scegliere. E vedremo cosa preferiranno“.