2007-2017: a dieci anni dalla crisi, siamo ancora in crisi?

Anche se nei paesi OCSE è prevista una ripresa del 3,5 % per l'anno 2017, tanti sono i campanelli dall'allarme per la nostra economia: il ruolo dominante delle banche e delle Banche Centrali, la disoccupazione crescente, l'instabilità del mercato. Senza dimenticare l'incapacità di gestire il problema dell'inquinamento, della transizione energetica e dell'immigrazione. Un buon segnale invece arriva dal ruolo e dai risultati generati dalle Banche Etiche in tutto il mondo.

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“Sono passati 10 anni dall’inizio della grande crisi finanziaria ed è tempo di bilanci”. Bilanci per le aziende e gli Stati coinvolti, ma anche per tutti i cittadini e studiosi della materia. A porsi il quesito è stato anche il periodico Valori, nel suo approfondimento intitolato “Sono sempre i soliti..” nel n.152 di ottobre.

 

Ed è proprio con l’editoriale di Vincenzo Visco, che si apre l’approfondita inchiesta. Per chi non lo ricordasse, egli è stato ministro delle finanze dal 1996 al 2000 nei governi Prodi I, D’Alema I e II, ministro del tesoro e del bilancio dal 2000 al 2001 nel governo Amato II e viceministro dell’Economia con delega alle Finanze dal 2006 al 2008 nel governo Prodi II. E dal 2001 è professore ordinario di Scienze delle Finanze all’Università La Sapienza di Roma e presidente del Centro Studi NENS (Nuova Economia Nuova Società), di cui è tra i fondatori. Insomma, uno che certe dinamiche e certi contesti li ha vissuti da molto vicino.

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Nel 2017 l’economia globale dovrebbe registrare una crescita del 3,5%. Tuttavia è lo stesso Visco a dirci che “sarebbe miope pensare che l’economia mondiale sia tornata alla normalità su un sentiero stabile e sicuro”. E i motivi sono diversi: innanzitutto viviamo in contesto nel quale c’è la necessità di usufruire di stimoli artificiali per produrre una crescita economica forte e stabile nel tempo. Inoltre “le banche hanno dominato (e dominano tuttora) la scena guidando una finanziarizzazione senza limiti dell’economia”.

 

È Matteo Cavallito che ci propone un’analisi attenta di questi dieci anni, partendo proprio dalla situazione attuale. Ancora oggi, infatti, viviamo in condizioni macroeconomiche anomale. Tali condizioni vengono presentate come “un effetto diretto delle stesse strategie di cura” che in questi anni si sono adottate. La prima risposta alla crisi è stato un forte apporto di denaro, giunto per soccorrere le banche e le società finanziarie in difficoltà. Le stesse Borse hanno ripreso a salire grazie alla quantità di liquidità offerta dalla banche centrali. In questi nove anni i principali indici americani hanno continuato a crescere, dal 180% del Dow Jones al 330% il Nasdaq.

Viene inoltre rimarcato il ruolo delle Banche Centrali, alle quali il sistema è ancora totalmente dipendente dal loro operato. Parliamo di istituti che, come afferma Paolo Guerrieri, sono a un bivio: “Se si fermano rischiano di far inceppare il motore, se insistono sulla stessa strada alimentano una bolla”. Tuttavia non si può solo dare la colpa alle Banche Centrali per le difficoltà del periodo.

 

Per Guerreri, ripensando al 1929, alla crisi si era reagito con politiche di bilancio restrittive. Nel 2008, invece, si è reagito con un’azione monetaria espansiva, rimettendo in moto il processo di crescita per le economie avanzate. Tuttavia “le condizioni alla base dei squilibri sociali restano intatte […] ad oggi nessuno sforzo politico è stato adeguato alla sfida”.

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E come è cambiato il mercato in questi dieci anni?
Cavallito mette l’accento su alcuni principali differenze tra il mercato di oggi e quello di dieci anni fa: le operazioni in derivati sono ampiamente diminuite, così come la speculazione nel comparto delle materie prime. L’ammontare del debito globale è aumentato drasticamente, raggiungendo i 271 trilioni di dollari, pari al 327% del Pil globale. Inoltre il Case-Shiller Home Index – un indice che misura quanto sono sopravvalutati i titoli azionari – ha toccato a giugno il suo record storico.

 

Tornando all’editoriale di Visco, si aggiunge che “le imprese hanno perso completamente l’orizzonte del lungo periodo. La dinamica della produttività è deludente nonostante internet, l’economia digitale, i big data, i robot”.

 

“Oltre all’instabilità economica crescente, alla disoccupazione e alla sotto-occupazione, alle ingiustizie distributive sempre più intollerabili, le economie contemporanee non sono in grado di gestire il problema dell’inquinamento e della transizione energetica. Lo stesso si può dire del fenomeno dell’immigrazione”. Così, la bella (forse?!) notizia della crescita del 3,5 % nei paesi OCSE prevista 2017 porta con sé delle ombre spaventose, sulle quali è giusto far luce.

 

Si aggiunge che dopo la crisi, le riforme proposte sono state ritenute timide e lente. Ed è anche Sven Gieldog, eurodeputato tedesco intervistato da Mauro Meggiolaro, ad avvertirci: “Non fidatevi di chi vi dice che la crisi è finita. I problemi macroeconomici che l’hanno prodotta non sono stati risolti […], il sistema è ancora instabile”. Anche se alcune riforme hanno funzionato, come ad esempio il neo sistema europeo di vigilianza bancaria. Tuttavia, come ammesso dallo stesso politico europeo, il percorso delle riforme è sempre più in salita.

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Banche Etiche rafforzate
Un aspetto che ben ci fa sperare è che con la crisi le Banche etiche si sono rafforzate e consolidate. È Mauro Meggiolaro a spiegare come “gli istituti di credito che si basano su valori di sostenibilità si sono moltiplicati e sono diventati più solidi”. Una scelta premiata anche in termini di profitti. Ed in effetti, “la profonda crisi del settore bancario non ha interessato, se non marginalmente, chi investe in progetti sociali e ambientali, e di essi ne ha fatto la sua bandiera”. Nell’articolo si dimostra, con dati e numeri, come esse siano divenute più solide e cresciute di numero, concentrandosi sull’economia reale.

 

Si può pensare alle Banche Etiche come banche che svolgono la loro attività come una volta: raccolgono depositi dalle famiglie e concedendo crediti alle imprese virtuose del territorio. La percentuale di crediti dati all’economia reale sull’attivo di bilancio di queste banche è elevato, pari al 76,8 % nel 2015, rispetto agli Istituti tradizionali, con circa il 40% dell’attività bancaria.

 

Inoltre le banche etiche portano con sé un minor rischio di liquidità, in quanto i clienti depositano soldi a lungo termine. I profitti sono buoni e meno volatili. Hanno, nel complesso, meno sanzioni rispetto alle banche tradizionali. E dunque si può affermare che l’economia reale paga, in modo costante e sostenibile.

 

Proprio come affermato dal documento Visione 2040 di Italia Che Cambia. Nel quale si prospetta un’economia futura basata sull’economia reale. “Un’economia circolare, centrata sul benessere dell’individuo, della comunità, degli ecosistemi e su una più equa ripartizione della ricchezza. Dalla crisi del capitalismo globale e finanziarizzato è nato un nuovo modello che, su piccola scala, affianca agli strumenti economici classici monete locali e complementari, economia del dono e della condivisione”. C’è dunque tanto da fare. Istituzioni, economisti, ministri, politici hanno in mano delle leve – non solo metaforicamente – sulle quali agire e migliorare la situazione, oggi. È molto, tuttavia, anche quello che possiamo fare noi, ad esempio spostando ad esempio i propri risparmi ad una Banca Etica o ad una Mag del proprio territorio.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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