Il movimento globale del divestment boicotta i combustibili fossili

Riprendere il denaro investito in attività non eticamente responsabili: ecco in cosa consiste il disinvestimento. Un esempio? Il movimento globale per il divestment dai combustibili fossili che promuove anche il reinvestimento dei capitali in aziende impegnate nella produzione di energia rinnovabile.

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Qui di seguito troverete un estratto di uno dei moduli di educazione critica alla finanza realizzati dalla fondazione finanza etica, nell’ambito del progetto EducarCi: si tratta di una piattaforma multimediale per la formazione, gratuita e accessibile a tutti, il cui lancio è previsto per l’inizio del prossimo anno. Sulla piattaforma potrete vedere dei brevi video, realizzati in collaborazione con esperti e professori, scaricare un kit pronto all’uso (slide, video, canovacci, testi, link) per l’organizzazione di seminari e discussioni, approfondire i temi trattati, leggendo brevi schede riassuntive e continuare il percorso con collegamenti ipertestuali alle più svariate pubblicazioni e organizzazioni.

 

Il divestment o disinvestimento è in poche parole il contrario dell’investimento, infatti esso consiste nella decisione di riprendere il proprio denaro, investito acquistando azioni e obbligazioni. Il movimento globale per il divestment dai combustibili fossili (fossil fuel divestment) fa pressione su una serie di istituzioni (come fondi pensione, istituzioni religiose, fondazioni, università) affinché ritirino i propri soldi investiti in aziende legate alla produzione del carbone, del gas e del petrolio, appellandosi alla responsabilità etica di suddette istituzioni e ai possibili rischi finanziari di tali investimenti.

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La campagna di divestment dai combustibili fossili sta crescendo anno dopo anno ed inizia a rivelarsi un bella gatta da pelare per le aziende leader in questi settori. Nella storia sono numerose le campagne di divestment che hanno raggiunto i propri obiettivi: tra quelle più famose ricordiamo quella di boicottaggio verso il Sud Africa negli anni dell’Apartheid e quella che indirizzata contro le aziende produttrici di tabacco durante la crisi del Darfur.

 

Da un punto di vista morale il Fossil Fuel Divestment risponde all’urgenza di limitare la produzione e il consumo di combustibili fossili per ridurre gli effetti del riscaldamento globale. Il prestigioso Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) stima che, per mantenere il riscaldamento globale entro i due gradi, nei prossimi decenni bisognerà “lasciare sotto terra” tra i due terzi e i quattro quinti degli idrocarburi presenti sotto i nostri piedi.

 

Le aziende in questione, interessate alla massimizzazione dei profitti, e insensibili alle conseguenze negative delle attività economiche, continuano ad aumentare la loro produzione e ad attingere alle risorse finanziarie della collettività per le attività estrattive, sperando che i governi non si impegneranno per far rispettare i limiti sopracitati. Così facendo stanno portando l’umanità intera sulla via di un riscaldamento climatico irreversibile che porterà con se siccità, inondazioni, malattie nonché conflitti e flussi migratori.

La seconda questione è di ordine finanziario, infatti se i governi decidessero di applicare le norme necessaria per limitare il riscaldamento globale, ci sarebbe un immediato tracollo finanziario dell’intero settore estrattivo. Il denaro investito in obbligazioni e azioni di suddette aziende andrebbe perduto in pochi mesi. Si parla in questo caso proprio di una possibile “Carbon Bubble” (bolla speculativa della Co2) che potrebbe far ripiombare nella recessione l’economia globale; infatti le quotazioni azionarie delle aziende in questioni potrebbero essere sopravvalutate, proprio per la scarsa considerazione del rischio di una possibile regolamentazione.  Perfino la Banca Mondiale ormai afferma che “ogni azienda, ogni investitore ed ogni banca che stia rimettendo in discussione i propri investimenti, alla luce dei rischi dovuti al cambiamento climatico, è semplicemente ragionevole”.

 

Per di più, anche il solo movimento del divestment può causare enormi danni al settore, non ha ancora raggiunto dimensioni tali da poter influenzare i prezzi di vendita dei pacchetti azionari, ma può compromettere la reputazione delle aziende in questione. In una fase storica dove la responsabilità sociale d’impresa è uno dei fattori più importanti per il successo di un’azienda, essere il target di una campagna di divestment può mettere in crisi un’organizzazione.

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Il movimento, oltre a impegnarsi per il disinvestimento da settori ad alto impatto ambientale, promuove anche il reinvestimento degli stessi capitali in aziende impegnate nella produzione di energia rinnovabile. In questo modo la sostenibilità ambientale e quella economica trovano un punto di incontro a vantaggio dell’intera comunità.

 

Centinaia di organizzazioni nel mondo hanno iniziato a ritirare i propri investimenti dall’industria delle fonti fossili: tra esse ci sono fondazioni, fondi pensioni, amministrazioni locali, università ed enti religiosi. Tra le azioni più significative vale la pena citare quella del fondo pensione governativo Norvegese (il fondo sovrano più grande del mondo), che si è reso protagonista di una vasta azione di divestment nell’ordine dei 900 miliardi di corone norvegesi, che ha interessato più di 120 aziende del settore. Anche la Chiesa Anglicana del Regno Unito così come quella Luterana hanno sposato la causa del divestment e stanno trasferendo i loro patrimoni finanziari verso il settore delle energie rinnovabili, infine persino gli eredi della famiglia Rockefeller (la cui fortuna è stata costruita sul petrolio) e le amministrazioni locali di grandi città come Oslo, San Francisco e Seattle hanno dato il loro appoggio alla campagna iniziando a disinvestire.

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Sulla scia della crescente espansione del Divestment a livello internazionale anche in Italia è stata lanciata una campagna incentrata sulla questione del disinvestimento dall’industria delle fonti fossili. La campagna DivestItaly è stata ideata e promossa dall’Italian Climate Network, ed oggi vede la partecipazione di un gruppo più ampio di organizzazioni appartenenti al mondo dell’ambientalismo, della finanza etica (Fondazione Finanza Etica) e della cooperazione allo sviluppo, coinvolgendo sia associazioni laiche che di stampo cattolico. Divestitaly si pone come interlocutore dei soggetti interessati in uno spirito di cooperazione e non di accusa o di scontro, poiché solo la collaborazione può rivelarsi una strategia vincente per il raggiungimento di un obiettivo comune: quello di un mondo più equo e vivibile.

 

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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