“Anatomia di un risveglio”: l’antispecismo raccontato a teatro

"Anatomia di un risveglio" è un viaggio autobiografico attraverso il quale si riflette e si invita a riflettere sulla condizione animale, umana e non umana, su cosa si nasconde dietro i nostri piccoli e grandi gesti quotidiani, sull'importanza enorme di questi stessi gesti e su quello che possono provocare. Per saperne di più ne abbiamo parlato con Barbara Mugnai, ideatrice, autrice e interprete dello spettacolo.

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Uno spettacolo autobiografico, sincero, crudo, e a tratti divertente, in cui la protagonista si mette a nudo e racconta il percorso che l’ha costretta a rimettersi in discussione, fino a cambiare radicalmente mentalità e a guardare la vita con occhi diversi. Un risveglio della propria coscienza che l’ha portata ad abbracciare l’antispecismo ed il veganismo. “Anatomia di un risveglio” ha già collezionato diverse serate in giro per l’Italia, riscuotendo un bel successo. Da qualche giorno è anche in formato video, disponibile qui.

 

La protagonista, nonché ideatrice ed autrice dello spettacolo, è Barbara Mugnai, pisana doc, di giorno occupata in un negozio di ottica, attrice di teatro di sera, e attivista nel tempo libero. L’abbiamo incontrata per parlare del suo “Anatomia di un risveglio”.

 

 

Come nasce il tuo amore per il teatro?
Intorno al 2000, apparentemente all’improvviso, come una cosa che ti lavora dentro e poi si manifesta senza preavviso. Iniziai senza alcuna pretesa, visto che il mio lavoro è un altro, e mi iscrissi ad un corso triennale dove mi presero dopo un’audizione. Mi ci buttai a capofitto, finii il corso triennale, ed entrai in compagnia. Da quel giorno ho continuato a studiare, tra stage, seminari e corsi, che seguo tuttora.

 

Quando è avvenuta la fatidica “connessione” che racconti nello spettacolo?
Esattamente 15 anni fa, quando mi sono imbattuta in un’immagine trasmessa in televisione che mostrava una mucca sofferente (la scena è raccontata accuratamente durante lo spettacolo). Diventai vegetariana. Per diverso tempo ho vissuto questa mia decisione in maniera molto riservata. Poi è stato un susseguirsi continuo di eventi. Con l’avvento di internet e dei social, quindi con un’accessibilità più fluida all’informazione, ho preso una coscienza diversa ed ho iniziato a darmi da fare per quello che potevo, il più possibile. Inizialmente tenevo le due cose separate: da una parte il teatro, lo studio e le altre passioni, dall’altra l’attivismo, quindi leggevo molto, mi informavo, partecipavo alle manifestazioni e offrivo il mio contributo per la causa.

 

Come nasce “Anatomia di un risveglio”?
Nel 2015, “meglio tardi che mai”, mi convinsi a coniugare le due cose: il teatro e l’attivismo. Decisi di scrivere qualcosa e nacque il monologo breve “Pillola rossa”, che ora chiude lo spettacolo. Sono partita con quello per sperimentare, per misurare la reazione del pubblico, per avere un riscontro. Ricevetti subito reazioni positive e stimolanti, che mi portarono a scrivere uno spettacolo lungo, completo, in cui raccontare il mio percorso, quello che penso e che ho vissuto. Cercai soprattutto di dare il taglio giusto allo spettacolo, con argomentazione chiare e inconfutabili. Volevo provare semplicemente a far vedere le cose come stanno.

 

La prima necessità in questa società è fare corretta informazione, combattere la mistificazione e contrastare tutte le false convinzioni. È fondamentale riflettere sulle cose che sono sotto gli occhi di tutti ma, allo stesso tempo, invisibili.

Barbara Mugnai interpreta "Anatomia di un risveglio"

Barbara Mugnai interpreta “Anatomia di un risveglio”


Affronti anche il tema del “benaltrismo”. Cosa intendi?

Il “benaltrismo” è un neologismo che sta ad indicare un’abitudine umana (sempre più diffusa) che consta nello sminuire sempre quello che qualcuno fa, dicendo che c’è qualcosa di più importante di cui occuparsi. Tra l’altro si tratta di un’abitudine tipica di chi, generalmente, non si dà da fare per alcuna causa, umana o animale. La gente non si rende conto che le guerre ci sono anche per questo, perché il sistema si basa su una scala di valori in cui c’è sempre qualcuno che possiamo permetterci di sfruttare, schiavizzare, uccidere. Dobbiamo fare un ulteriore passo e spostare la visione oltre l’ambito umano. La violenza è sempre violenza e, per questo, va combattuta.

 

Che riscontri hai ottenuto dalle persone, non antispeciste come te, che hanno visto lo spettacolo?
Ho ricevuto riscontri molto confortanti e positivi. Qualcuno ha già abbracciato il veganismo, molti altri mi hanno contattata dicendomi che stanno riflettendo su molte cose e rivedendo diversi aspetti della loro vita.

 

 

Quale messaggio vuoi mandare?
Penso spesso alla domanda che, più facilmente, ti viene rivolta: “Perché sei vegana?”. Allora rispondo che io sono vegana perché sono antispecista, ed il veganismo è una conseguenza diretta dell’antispecismo. Lo sono perché riconosco a tutti gli altri animali il diritto inviolabile di vivere secondo le proprie necessità, la prima delle quali è essere vivi e liberi. Non abbiamo alcun diritto di appropriarci della vita degli altri e dobbiamo renderci conto che accettare la gerarchia valida per opprimere qualcuno fa sì che questo mondo sia quello che è… con guerre, schiavi, disuguaglianze, bambini sfruttati, femminicidi. Tutto quello che non ci piace e quello che diciamo di voler combattere, lo alimentiamo arrogandoci il diritto di uccidere qualcun altro, solo perché lo riteniamo inferiore. Lo dobbiamo capire ed abbiamo il dovere di cambiarlo. Più rendiamo normali questi concetti e più sarà facile cambiare questo mondo.

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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