L’agricoltura del “non-fare”: una via alla rivegetazione del deserto

L'agricoltura del "non-fare" può dare buoni risultati anche nei deserti e questo approccio può essere il punto di partenza per far sì che la natura spontaneamente si riprenda. Dopo 30 anni di viaggi, alla fine della sua vita, il padre dell'agricoltura naturale Masanobu Fukuoka lascia in un libro il suo ultimo messaggio per aiutarci a rinverdire la Terra.

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“La rivoluzione di Dio, della Natura e dell’Uomo” è il libro di Masanobu Fukuoka scritto negli ultimi anni della sua vita e pubblicato postumo. Contiene le riflessioni dei suoi ultimi dieci anni, periodo in cui egli viaggiò in tutto il mondo per esporre le basi dell’agricoltura naturale, di cui è considerato il padre. Iniziò dagli Stati Uniti, in California, per poi visitare i deserti di Iran e Iraq, andò in India, Thailandia, Malesia, Indonesia, Nepal, nelle Filippine, in vari paesi europei ed infine le sue ricerche si concentrarono in Africa, un continente che al momento si stima essere coperto per il 3% di vegetazione mentre solo 80 anni fa ne era ricoperto per l’80%.

 

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Masanobu Fukuoka

L’iniziativa di partire per questi viaggi non fu sua. Egli fu invitato in visita dal direttore del Desertification Prevention Council delle Nazioni Unite a New York e gli venne chiesto se La rivoluzione del filo di paglia non fosse, in ultima analisi, un libro di prevenzione alla desertificazione. Fukuoka in un primo momento non ne fu sicuro, non aveva mai visto un deserto in vita sua ma nel libro scriverà poi: “guardando indietro a tutto ciò oggi, realizzo che i quasi 50 anni che ho passato a coltivare un podere naturale in effetti hanno prodotto dei metodi contro la desertificazione” e riconoscerà al direttore del DPC il merito di questa intuizione.

 

L’agricoltura naturale prevede di fare il meno possibile, l’indispensabile, il resto lo farà la natura. Ecco che sorge un’agricoltura in cui non si daeve lavorare la terra (dissodamento), non c’è alcun bisogno di usare concimi e prodotti chimici, tanto meno di estinguere le “erbacce”. Da queste idee sono nate molte pratiche agricole che oggi prendono il nome di “agricoltura sinergica”, “permacultura”, “agricoltura biodinamica” ecc. Pur essendo diverse in alcuni aspetti queste pratiche rispondono alle medesime esigenze di rispetto della natura e del suolo.

 

Fukuoka in merito al tema della desertificazione non saltò subito alle conclusioni. La prima cosa che osservò nei suoi viaggi fu che molte tecniche contro la desertificazione si rivelarono inutili in passato. In particolare le soluzioni ingegneristiche che richiedono l’uso di grandi risorse per essere attuate, in molti casi, lasciano una situazione anche peggiore di quella di partenza. Molte di queste prevedono la costruzione di dighe al fine di conservare l’acqua, per poi distribuirla attraverso dei canali per l’irrigazione o di pompare l’acqua dal sottosuolo per generare delle oasi nel deserto. Quello che si può constatare è che queste operazioni di rinverdimento sono efficaci solo a breve termine, basta un periodo di siccità e si torna al risultato di partenza, anzi risulta che la salinità del suolo aumenta rendendo di fatto la situazione ancora più complicata da gestire.

 

masanobu-fukuoka6La conservazione dell’acqua in tubi sotterranei e l’irrigazione a goccia possono dare alcuni risultati ma sono opere che consumano troppe risorse, sia economiche sia in termini di energie spese, fino al punto di non essere realizzabili per superfici molto estese.

 

Secondo Masanobu Fukuoka molti dei rimedi attuati fino a quel momento furono provvisori e locali, e non andarono alla radice del problema della desertificazione. Essa in molti luoghi è stata innescata da un’agricoltura sconsiderata e Fukuoka scrisse : “Il mondo è imprigionato in un ciclo di tre mali: taglio degli alberi, incendi e mangiar carne”.

 

Un’altra cosa che osservò nei suoi viaggi fu che sostanzialmente ci sono due tipi di deserti: alcuni sono terreni sabbiosi e salati in cui sarà difficile che nascano piante. Molti altri invece, soprattutto in Africa, sono terreni “dormienti”, costituiti da argilla che seccandosi diventa dura, ma in quei terreni, legate all’argilla vi sono le sostanze in grado di nutrire le piante come l’azoto, il fosforo e il potassio. Il problema è che queste sostanze non sono solubili e hanno bisogno di “forbici” per essere staccate dall’argilla: i microrganismi. Ecco perchè una semplice pioggia non basta a rinverdire questi suoli.

 

Se osserviamo l’Europa dal satellite possiamo vedere che gran parte della superficie è coperta dal verde della vegetazione ma questo non vuol dire che non ci siano processi di desertificazione in atto. Usando le parole di Fukuoka: “La superficie della Terra in Europa e negli Stati Uniti sembra, al momento, coperta di un bel verde ma ho notato che è un’imitazione del verde senza nè farfalle nè libellule. Un metro sotto la superficie di fatto il suolo è un semideserto asciutto”.

 

Negli ultimi secoli c’è stata una grande deforestazione in Europa da parte dell’uomo, in seguito il suolo è stato usato a scopi produttivi, sia per l’allevamento animale che per la coltivazione di piante. Negli ultimi anni l’agricoltura è diventata sempre più intensiva, sfruttando oltremodo la risorsa esauribile più importante che abbiamo: il suolo! Si osserva inoltre che questo processo è più accentuato nella parte meridionale del continente.

 

L’agricoltura naturale può avere un carattere rigenerativo per i terreni che sono stati sfruttati e arricchisce il suolo in termini di sostanza organica e sostanze nutritive. Mira anche a ristabilire la biodiversità perduta che è il primo passo per rendere un ecosistema stabile nel tempo.

 

Dopo aver visto quello che succede in alcune zone del mondo e dopo aver parlato con gli abitanti del luogo, Masanobu Fukuoka concluse che, anche in quei deserti, l’agricoltura del “non-fare” avrebbe potuto dare buoni risultati, dove “non-fare” significa lasciare che la natura spontaneamente si riprenda. Ci sono però alcuni luoghi dove, anche se la natura cerca di recuperarsi, mancano persino i semi che formano la base per il recupero. Ecco allora che “Il solo lavoro da parte dell’uomo ( a servizio della natura ) è raccogliere microrganismi e semi di varie piante e spargerli in luoghi simili”.

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L’idea che basti seminare qua e là semi nel deserto potrebbe sembrare infantile, forse è proprio la sue estrema semplicità che rischia di spiazzare. Una cosa importante è l’impegno nel seminare la più grande varietà di specie possibili, spesso negli interventi di ripristino ci si focalizza su poche specie che si ritengono valide, ma così facendo se ne escludono moltissime che potrebbero portare benefici non ancora conosciuti. Certamente seminare di più le specie resistenti al caldo e al sale, oltre a quelle autoctone è utile, ma senza per forza limitarsi in questo senso. I microrganismi possono essere introdotti invece con colture apposite oppure semplicemente spargendo del terreno fertile o compost.

 

“In altre parole, senza chiedermi se sono buoni o cattivi mescolerò una grande varietà di piante forestali, da frutta, verdura, piante concimanti e inoltre felci, muschi e licheni. Comprenderò anche i microrganismi del suolo, come funghi e batteri”.

 

Fukuoka ideò inoltre una pratica per rendere più efficace la semina nel deserto, si servì di palline di argilla per coprire i semi. Era una tecnica sviluppata nelle sue risaie per proteggere i semi da uccelli e roditori. Le palline d’argilla hanno anche la funzione di trattenere l’acqua necessaria alla germinazione. Il metodo per realizzare le palline di argilla con all’interno semi e microrganismi è dettagliatamente spiegato nel libro, fu una pratica migliorata nel tempo grazie a numerosi contributi e perfezionamenti.

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Quando si semina in questo modo nel deserto il primo passo è un successo, con la prima pioggia la vegetazione nasce rigogliosa e ricopre tutta la superficie. Le piante in questo momento abbassano la temperatura del terreno e trattengono l’acqua! Ci dobbiamo rassegnare al fatto che presto la maggior parte di queste piante morirà nei periodi di siccità successivi. Se qualcosa dovesse sopravvivere però, trattenendo un po’ di acqua e facendo un po’ di ombra, la rivegetazione del deserto sarà iniziata e noi potremmo continuare a seminare. Fukuoka commentò: “Quando piante grandi e piccole crescono il loro effetto geometrico sarà più grande di quanto si può immaginare”.

 

Bisogna iniziare proprio da quei deserti “dormienti” che sono così ricchi di sostanze nutritive e bisogna iniziare dai margini dei fiumi. Da questi luoghi ci si può ,volendo, estendere in maniera geometrica. “Il verde chiamerà altro verde, e gli insetti, gli uccelli i piccoli animali verranno a spargere i semi. Se un solo albero crescerà sarà come una pompa per portare su l’acqua del sottosuolo, come uno spruzzatore di umidità e un ventilatore”.

 

Ad ogni modo, per arrestare la desertificazione, seminare sul deserto probabilmente non sarà sufficiente se non si darà un freno ai quei “tre mali” individuati da Fukuoka come cause primigenie. In questo senso l’agricoltura “non-fare” diventa l’agricoltura del non tagliare alberi, non provocare incendi e non mangiar carne.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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