In viaggio da quattro anni per cambiare vita e insegnare ai ragazzi

Quattro anni fa Claudio Piani ha deciso di lasciare il suo lavoro a Milano per iniziare un nuovo percorso di vita: è partito per un lungo viaggio e ha attraversato diversi Paesi, fino ad innamorarsi della Cina, dove ora insegna educazione fisica. Lo abbiamo intervistato e ci ha raccontato la sua esperienza ed i progetti per il futuro.

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Arrivare in Australia via terra e trasferirsi in Cina per insegnare pallacanestro ai ragazzi: è ciò che ha fatto Claudio Piani, trentenne milanese laureato in scienze motorie che, nel 2014, ha deciso di lasciare il suo impiego e di partire per andare a lavorare un anno in Australia, muovendosi via terra da solo, facendo l’autostop. Spesso, durante il viaggio, ha lavorato in cambio di un alloggio o di un pasto o per raccogliere i soldi necessari per il proseguimento del viaggio, mentre una volta giunto in Australia è riuscito a fare tanti lavori diversi che gli hanno permesso di coprire il viaggio di ritorno. È stato durante questo lunghissimo viaggio durato ben 859 giorni – da agosto 2014 a dicembre 2016, per un totale di 78.268 km percorsi e 33 nazioni attraversate – che Claudio ha attraversato due volte la Cina, all’andata e al ritorno, e se ne è innamorato.

Viaggio in Australia

Viaggio in Australia

Tornato a Milano, riprende a lavorare in ambito sportivo, ma cresce in lui il desiderio di tornare in Cina per viverci e lavorare almeno un anno e per poterlo conoscere in modo più approfondito, così come aveva fatto in Australia. Comincia quindi a cercare informazioni e scopre che in Cina c’è una forte richiesta di insegnanti stranieri di educazione fisica, calcio e pallacanestro (lo sport più praticato del paese, più del ping-pong che, comunque, rimane “sport nazionale”) e che gli stipendi sono molto concorrenziali rispetto all’Italia.

 

I requisiti richiesti sono: età tra 25 e 40 anni, laurea in scienze motorie (anche triennale), madrelingua inglese o conoscenza dell’inglese, fedina penale pulita e da due a tre anni di esperienza nel campo dell’insegnamento. I contratti prevedono 20-25 ore di lavoro di settimanali, stipendio dai 1500 ai 3500 dollari circa al mese, ferie pagate, assicurazione sanitaria, appartamento garantito e rimborso spese a fine contratto. Un sogno per qualsiasi laureato italiano: lavorare in Cina per un anno gli permetterebbe anche di risparmiare qualche soldo per visitare il paese durante le festività e le vacanze scolastiche.

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La decisione è presa e Claudio comincia ad espletare le lunghe pratiche burocratiche italo-cinesi finché ad agosto 2017 arriva il visto provvisorio e può partire, ma stavolta in aereo. Destinazione finale Shenzhen, città di 13 milioni di abitanti nella provincia meridionale di Guangdong, affacciata sul mare e non lontana da Hong Kong. Nelle prime tre settimane a Shenzhen, Claudio abita in albergo del centro città (pagato dall’agenzia di intermediazione tra scuole cinesi e insegnanti stranieri) e, dopo aver completato nuove pratiche e fatto colloqui col provveditorato, ottiene il visto ufficiale e il permesso di lavoro annuale. Gli viene assegnato un contratto presso la “Shenzhen Bao’An Primary School” – una scuola elementare del quartiere di Bao’An, distante 30 km dal centro di Shenzhen – come insegnante di basket alle classi quarte e quinte.

 

Shenzhen, che si affaccia sul delta del Fiume delle Perle e sul Mar Cinese Meridionale, nel 1978 contava solo 30.000 abitanti, quasi tutti pescatori e commercianti, mentre oggi è una delle capitali dell’import-export cinese e una delle città con il maggior numero di “expats” occidentali (cioè gli occidentali che risiedono e lavorano in Cina). Oggi Claudio vive e lavora nel distretto di Bao’An, uno dei quartieri “storici” di Shenzhen, ed ha trovato il giusto compromesso tra autentica “vita cinese” e “vita all’occidentale”. A Bao’An Claudio è l’unico “bianco” del suo rione, è lo “straniero” che suscita la curiosità della comunità locale, mentre quando va in centro città diventa uno dei numerosi e “normali” stranieri che vivono a Shenzhen. Abbiamo chiesto a Claudio di raccontarci meglio le sue esperienze di viaggio e di vita.

 

Claudio perché, tra tutte le nazioni che hai attraversato durante il tuo lungo viaggio a piedi, hai scelto come meta lavorativa proprio la Cina?
Le ragioni sono state diverse. La prima e principale è stato l’enorme fascino che questa nazione ha inaspettatamente generato in me. Il sentimento di sicurezza nel visitarla, la curiosità per ogni aspetto della sua vita così diversa da quella occidentale ed infine la varietà ambientale e sociale delle sue regioni. In secondo luogo, la Cina per me era una nazione conveniente per lavorarci. Lo sport più popolare è la pallacanestro, esattamente la disciplina che insegnavo in Italia; in più gli stipendi sono buoni ed il costo della vita piuttosto basso, permettendomi di risparmiare facilmente soldi utili per i prossimi viaggi. Esattamente come fatto in Australia. Infine, vivere in Cina mi permette di essere in un “punto strategico” per visitare alcune regioni e nazioni che desidero vedere, ad esempio Filippine, Sri Lanka e Tibet.

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La tua famiglia ti ha sostenuto nelle tue scelte di partire per il tuo primo viaggio in Australia così lungo a piedi e, una volta tornato in Italia, di ripartire per lavorare un altro anno in Cina?
Ormai sono passati quasi quattro anni da quando ho iniziato a vivere questa condizione di “semi-nomadismo”. Chi mi conosceva e mi voleva bene sapeva che, prima o poi, questo sarebbe successo. Sicuramente nessuno, io compreso, si aspettava che questa fase di vita si prolungasse così a lungo. Sento di essere stato rispettato e sostenuto sia dalla mia famiglia che dai miei amici. Nonostante spesso io manchi loro (e loro manchino a me), sanno che sto facendo qualcosa che desidero fare e che mi rende felice.

 

Comunichi in inglese con i tuoi colleghi, superiori e, soprattutto, coi bambini oppure c’è sempre con te un traduttore o sono previsti corsi/esami obbligatori di cinese per gli “expats”?
Comunico in inglese con tutti anche se in pochissimi intorno a me parlano inglese. La direttrice della scuola, ad esempio, non lo parla e nemmeno quasi tutti i miei colleghi di educazione motoria. Condivido l’ufficio insieme agli insegnanti di inglese: almeno lì posso chiacchierare con qualche collega. Con i bambini vale stesso discorso. Parlo in inglese e non dispongo di nessun assistente che traduca in cinese. I bambini non sempre capiscono, ma è proprio qui che nasce la mia personale crescita “comunicativa” come insegnante. Devo dimostrare più dettagliatamente, il mio tono di voce ha un ruolo cruciale, la mia mimica facciale e la mia gestualità diventano elementi imprescindibili. È un’esperienza che mi arricchisce quotidianamente. Nessun corso di cinese è obbligatorio per gli “expats” e sta alla coscienza di ognuno impegnarsi nell’apprendimento della lingua cinese o meno.

Shenzhen

Shenzhen

Cosa ti affascina di più di Shenzhen e della vita e della cultura cinesi?
Sono molto affascinato dalla cultura cinese, ma purtroppo Shenzhen ne offre poca. Avrei preferito finire in altre città, ad esempio Kunming o Chengdu, dove la vita è più “cinese” e meno centrata sul business, come qui. Fortunatamente insegno e vivo in quartiere periferico della città, dove riesco a respirare appieno la realtà tradizionale e dove non incontro troppo stranieri. Quella cinese è una società molto sicura, estremamente comunitaria. Le persone qui sono allegre e rilassate, per quanto possa sembrare il contrario. È un mondo totalmente diverso dal nostro e nel quale è impossibile immergersi al 100%, anche se si parla la lingua locale. È un mondo che una persona dall’animo curioso necessita di conoscere.

 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro: ti fermerai in Cina più di un anno o c’è già un’altra nazione all’orizzonte nella quale vorresti vivere e lavorare?
Dopo cinque mesi di permanenza qui in Cina posso affermare che un anno credo sia sufficiente a soddisfare tutti i miei bisogni. Sto vivendo la realtà cinese, sto lentamente imparando la lingua e racimolando qualche soldo. Mi piacerebbe tornare in Italia ancora una volta via terra (magari in moto questa volta), magari aprendo una sorta di raccolta fondi per un ospedale in Nepal. Da lì in poi si vedrà, anche se mi piacerebbe fermarmi un po’ in Italia, magari in una regione diversa dalla mia per provare una vita diversa, ma nel mio paese – il più bello di tutti..!

 

Informazioni dettagliate e consigli utili per chi vorrebbe lavorare in Cina sono disponibili sul blog di Claudio “Piani per la Cina”

 

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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