Rinascere nella terra, viaggio alla scoperta dell’agricoltura naturale

Dopo un’intervista a Raúl Álvarez, regista di un documentario sui metodi e il significato profondo dell’agricoltura naturale, ho proposto a mio padre, che ha dedicato una vita allo sviluppo di quella convenzionale, di vedere quel film assieme. Due opposte concezioni di modernità a confronto.

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Sono tornato al Sud per vedere un film con mio padre. Beh, direte voi, cosa c’è di speciale? A parte poche eccezioni, a chi non è mai capitato di vedere un film con un genitore? Un momento, dico io. Aspettate almeno di sapere qual è il film; e pure chi è mio padre.

 

Mio padre si è laureato in agraria alla fine degli anni ’60. Da quel momento ha iniziato a lavorare – lo ha fatto per quasi 30 anni – per una delle più note multinazionali della chimica. Lui al mattino saliva in auto e visitava ogni giorno decine di aziende agricole della sua area di riferimento – quattro fra le più grandi province del Sud – prescrivendo agli agricoltori tipologia e quantità di pesticidi (lui li chiamava antiparassitari) adatti a risolvere questo o quel problema a frutteti e altre colture: parassiti, erbacce, funghi, insetti, infertilità del terreno e quant’altro. A scuola, quando mi chiedevano quale fosse il mestiere di mio padre, io rispondevo con malcelato orgoglio: “Fa il medico; il medico delle piante”.

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Il film è “Rinascere nella terra” (titolo originale, “Land awakening”), un documentario indipendente di Raúl Álvarez, regista canadese-messicano che oggi vive in Italia e che ho avuto l’occasione di intervistare qualche giorno fa. Quando suo figlio gli comunica di aver deciso di fare il volontario presso alcune aziende biologiche in Spagna, Raúl prende la sua telecamera e parte anche lui per l’Europa, per un viaggio alla scoperta di diversi approcci all’agricoltura naturale, raccontando la reazione a quell’allucinazione produttivista che in pochi decenni ha impoverito, inquinato e desertificato i più fertili terreni del mondo per ottenere una quantità di cibo talmente sproporzionata rispetto ai bisogni reali dell’uomo al punto che un terzo di essa – 1,3 miliardi di tonnellate l’anno, secondo la FAO – è finito direttamente in pattumiera e gli altri due terzi sono andati a ipernutrire e avvelenare la popolazione mondiale, causando obesità (soprattutto in Occidente) e altre conseguenze derivate dall’uso smodato di pesticidi: intolleranze, allergie, sterilità, tumori e altre sventure.

 

L’intervista di Italia che Cambia a Raúl Álvarez

 

Durante il suo viaggio, Raúl incontra persone e progetti che gli mostrano alcune delle tante alternative possibili rispetto al modello imperante, fondato sulla subordinazione dell’agricoltura alle leggi dell’economia, rendendo il suo viaggio straordinariamente affascinante: un inglese che a 70 anni si è trasferito in campagna e ha ricominciato tutto da zero; italiani che vivono e operano in comunità agricole; un francese esperto di piante selvatiche in grado di sopravvivere in mezzo alla natura selvaggia nutrendosi esclusivamente di ciò che l’agricoltura convenzionale definisce “erbacce”; una coppia che ha fondato un centro di eccellenza per la diffusione della permacultura e della bioedilizia in Spagna; un contadino greco, allievo di Masanobu Fukuoka, che possiede un’oasi botanica che il regista stesso definisce “paradiso in terra”, ottenuta in pochi anni con il più semplice dei metodi di coltivazione: lasciar fare alla terra.

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Queste e altre storie in un’avventura di 89 minuti selezionati fra più di 70 ore di girato, arricchita da una fotografia splendida che fa da sfondo alle parole di questi innovatori, che definirei con le mani contadini e con la mente filosofi. Un’esperienza che parte con una riflessione, anzitutto spirituale, sul nostro rapporto con la Terra, attraversa l’agricoltura biologica, la permacultura, le fattorie naturali, tutte realtà che utilizzano soluzioni alternative e sostenibili, e si chiude con la consapevolezza che non esiste l’uomo in azione nella natura, ma solo l’uomo come parte di essa. Perché la natura non è un posto da visitare. E’ la nostra casa.

 

Il trailer del film

 

“Rinascere Nella Terra” è un film totalmente autoprodotto che, come spesso accade per i film “obiettori”, non è mai entrato nel circuito della distribuzione cinematografica tradizionale. Proiettato per la prima volta alla fine del 2011 allo Slow Food Film Festival in Nova Scotia (Canada), a cui ha fatto seguito la prima europea nello storico ecovillaggio di Findhorn, in Gran Bretagna, è uno di quei documenti che restano attuali per anni. Uno di quei film che possono diventare un punto di riferimento per coloro i quali, specie se giovani, si trovano al guado tra la constatazione che il vecchio mondo ha esaurito la sua capacità propulsiva e sta portando l’umanità al collasso, e la consapevolezza che un altro mondo è possibile, se si capisce al più presto qual è la strada da imboccare.

 

Se volete vedere rapidamente il film, magari con i vostri genitori, fratelli, amici, o con chiunque altro – come mio padre – non abbia ancora incrociato un’occasione per comprendere la verità sul paradigma dominante, potete collegarvi alla pagina Vimeo del film e acquistarlo in streaming per pochi euro. Chi invece ha voglia di esercitare un ruolo più attivo, può contattare direttamente Raúl Álvarez per chiedergli di presenziare ad una proiezione pubblica in qualunque parte d’Italia. Il suo recapito email è raul.films@gmail.com. Buona visione!

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Ah, un momento. Dimenticavo che adesso vorrete certamente sapere di mio padre, di come abbia reagito di fronte a questo film, lui che non ha mai sfogliato un numero di “Terra Nuova”; lui che ancora oggi, nonostante sia in pensione da anni, continua ad aggiornarsi tramite “L’informatore agrario”, settimanale tecnico-scientifico che (dal sito della rivista) “offre occasioni di verifica e di stimolo per operare sempre meglio ed in modo competitivo”, e sul cui motore di ricerca la voce “permacultura” ottiene zero risultati. Prima di dirvelo voglio che sappiate che, quando gli ho proposto di vederlo, non avevo la pretesa di cambiare la sua mentalità, né mi andava di assumere l’atteggiamento di chi rinnega il piatto in cui ha mangiato, visto che senza il suo impegno in quella multinazionale forse non sarei neanche venuto al mondo (ahimè, il mio tempo da adolescente ribelle è finito da un pezzo).

 

Ebbene, mio padre di 80 anni ha guardato tutto il film in religioso silenzio. Poi ha visto scorrere tutti i titoli di coda, fino all’ultimo dei ringraziamenti. Alla fine è rimasto muto per un altro, interminabile minuto, evitando perfino di armeggiare col telecomando della TV per cercare qualcosa di più interessante su un altro canale, come suo solito. Infine si è alzato e si è allontanato con passo malfermo pronunciando le seguenti tre parole: “Una bella utopia!”

 

 

Ho aspettato che uscisse dal tinello. Una volta certo che non potesse vedermi, ho lasciato che un sorriso mi si accendesse sul volto. Sebbene non sia suscettibile di realizzazione pratica, un’utopia resta in ogni caso un’aspirazione ideale. Per la prima volta dopo tanti anni mi sono accorto che quel profondo solco culturale scavato proprio sul tema della terra fra me e mio padre, poteva essere superato. E che “rinascere nella terra” potrebbe avere un significato anche personale. Allora mi sono ricordato di una frase di Edoardo Galeano, perfetta per chiudere questo pezzo e lasciare traccia della risposta che il mio amore filiale ha ritenuto non necessario articolare in forma verbale: “Lei è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare“.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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