Uccisi 197 ambientalisti nel 2017

Violenze, minacce, prigionia, uccisioni. Non si ferma nel mondo la strage degli ambientalisti. Secondo gli ultimi dati nel 2017 sono stati 197 gli attivisti che hanno perso la vita per aver difeso il Pianeta ed i diritti umani.

bertacaceres

Nel 2017 sono stati 197 gli attivisti ambientalisti assassinati nel mondo. Aver fronteggiato governi e aziende che rubano le terre alle popolazioni locali e aver sfidato le pratiche corrotte e ingiuste che lo consentono: queste le “colpe” dei quasi duecento difensori del Pianeta e dei diritti uccisi lo scorso anno. Il dato emerge dall’ultimo rapporto redatto dall’organizzazione Global Witness in collaborazione con il quotidiano britannico The Guardian.

Manifestazione per Berta Cáceres, ambientalista e attivista honduregna uccisa nel 2016

Manifestazione per Berta Cáceres, ambientalista e attivista honduregna uccisa nel 2016

“Finché le aziende, gli investitori e i governi non includeranno le comunità nelle decisioni riguardanti l’uso della loro terra e delle risorse naturali, le persone che osano esprimersi continueranno a subire violenza, ad essere imprigionate e perdere la vita”, afferma Rachel Cox di Global Witness.

 

Per gli ambientalisti l’area più pericolosa è l’America Latina. In Brasile sono state uccise 46 persone per le loro lotte ecologiste, in Colombia 32, in Messico 15.

 

Le vittime sono soprattutto esponenti di comunità indigene, che si oppongono alle nuove attività economiche sulle loro terre ancestrali. I delitti spesso rimangono impuniti, a causa della potenza economica dei mandanti, della diffusa connivenza della polizia locale e della povertà delle vittime.

La popolazione della regione di Cajamarca, in Perù, protesta contro lo sfruttamento minerario

La popolazione della regione di Cajamarca, in Perù, protesta contro lo sfruttamento minerario

All’origine degli omicidi vi sono soprattutto le attività minerarie ed agricole. Tuttavia il rapporto rileva che l’industria agroalimentare ha scavalcato l’industria mineraria come settore più collegato all’assassinio di attivisti: insieme queste industrie costituiscono oltre il 60% dei collegamenti riconosciuti.

 

Sulle Ande, in Perù e Colombia, sono stati uccisi attivisti che si opponevano all’apertura di nuove miniere, e lo stesso è accaduto nelle Filippine. In Amazzonia e in Asia vengono massacrati gli indigeni che si oppongono alle nuove piantagioni di soia, caffè, palme da olio e canna da zucchero, e alla deforestazione per far posto a pascoli per il bestiame. In Africa a colpire sono in particolare i bracconieri, che uccidono i difensori di elefanti e rinoceronti.

 

Global Witness evidenzia però anche alcuni elementi positivi. Il numero dei morti, che cresceva da quattro anni, nel 2017 è rimasto stabile. In Paesi come Honduras e Nicaragua si è registrato un calo delle vittime. Una banca d’investimenti olandese, la Dutch Development Bank, che aveva finanziato una diga in Honduras contro la quale si batteva l’attivista Berta Caceres, uccisa da killer, ha annunciato che nei suoi investimenti futuri terrà conto del rispetto dei diritti umani.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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