La Casa della Pace di Roma, resistenza e riqualificazione nel quartiere Testaccio

Nel cuore di Testaccio, a Roma, sorge la Casa della Pace, un luogo di aggregazione sociale ed un centro artistico e culturale che propone corsi, seminari e laboratori. La storia di questo posto, divenuto un punto di riferimento nel quartiere, è una storia di resistenza e valorizzazione di un'area dismessa.

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La Casa della Pace  a Roma ha una storia lunga, che inizia nel 1984 nei locali dismessi dell’Ex Mattatoio nel Campo Boario, quartiere Testaccio. È qui che in quegli anni nuove realtà sociali si fanno avanti recuperando gli spazi abbandonati e la Casa della Pace è fra queste. Un’associazione, un luogo dove incontrarsi, proporre, recuperare, imparare.

 

Nella Casa della Pace si entra attraverso una piccola porta blu, che parla con i suoi colori e volantini, ma lascia trapelare poco delle stanze e degli spazi ampi che si aprono all’interno. Un piccolo bar, dei tavolini circondati da una biblioteca ancora in formazione, grandi sale dai colori caldi per corsi di danza, yoga e laboratori di pittura, una ciclo-officina, un vecchio forno in via di ristrutturazione: questi sono solo alcuni dei locali dove i volontari portano avanti le attività.

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“Il lavoro che facciamo è essenzialmente volontario”, spiega Francesca D’Innocenzo, presidente dell’associazione da venti anni. “Ovviamente la nostra idea futura è che alla fine ci sia anche la possibilità di reddito per coloro che svolgono un’attività costante all’interno. Ma ora soprattutto ci teniamo affinché il nostro venga riconosciuto come un progetto di aggregazione sociale, artistico, culturale del territorio”.

 

Uno degli obiettivi principali dell’associazione, infatti, è recuperare un’area dismessa, valorizzarla e diventare un punto di riferimento di un territorio abbandonato dalle istituzioni. Proprio in questa ottica negli anni ha promosso numerosi eventi che spaziano in quanto a tipologia – laboratori, corsi, eventi, presentazioni – e tematica – si va dalla psicologia allo sciamanesimo al riparo di bici ai corsi di danza. L’inclusione è la parola d’ordine, perché solo insieme si può crescere. E, subito dopo, c’è il multiculturalismo: “Il concetto di intercultura è fondante di questo luogo: noi vogliamo puntare sull’integrazione, la conoscenza e l’incontro: la diversità è una ricchezza”.

 

Non a caso, molti dei corsi o laboratori proposti negli anni hanno avuto come protagonisti saperi altri: danza orientale, musica dell’America Latina o addirittura intere giornate dedicate a saperi tradizionali dei vari continenti. Per i primi dieci anni di vita, la Casa della Pace ha anche promosso un Meeting internazionale dei popoli nel Campo Boario, assieme al Villaggio Globale, Radio Città Aperta, il Centro socio-culturale Ararat e il Manifesto: un evento che animava le estati della Capitale e che era diventato un punto di riferimento culturale, uno stimolo all’insegna dell’internazionalismo.

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“Adesso le cose sono cambiate: siamo circondati da barriere, che creano divisione fra le realtà presenti nei locali dell’Ex Mattatoio, e siamo – come molte altre realtà sociali della città – sotto attacco”, spiega ancora Francesca. I locali della Casa della Pace, infatti, nel 2015 sono stati posti sotto sequestro per alcune irregolarità e da allora sono rimasti chiusi fino al marzo 2017, quando inaspettatamente si è riusciti ad ottenere il dissequestro. “È stata dura riprendere tutto in mano e ancora adesso i problemi non mancano. Proprio quindici giorni fa abbiamo ricevuto due determinazioni dirigenziali, una delle quali vorrebbe cambiare la destinazione d’uso dei nostri locali: da associazione ad area di controllo e vigilanza dell’Accademia delle Belle Arti: è un paradosso a cui noi opporremo resistenza”.

 

Francesca dice, infatti, che quella della Casa della Pace è una storia di (r)esistenza, dove energie dal basso si mescolano e unendosi si fortificano: “Da tutta questa storia sono riuscita a trovare due aspetti positivi: la prima è che ho capito che bisogna fare rete con le altre realtà, perché uniti si è più forti. La seconda è un po’ più personale: ho scoperto che molte persone hanno sofferto della chiusura della Casa della Pace e ho capito che qui si era creato qualcosa di davvero importante”.

 

È una piccola squadra quella che lavora nelle attività ed è affiatata: ci sono tanti progetti in cantiere. Uno di questi, racconta Francesca, è in collaborazione con il Centro diurno San Saba: teatro e ciclo-officina come percorso terapeutico per persone con disagi psicologici. Un altro riguarda il forno che sta per essere rimesso in sesto e che servirà come forno del quartiere e allo stesso tempo come luogo in cui imparare a impastare il pane. Più legato ad una passione personale di Francesca è poi l’uso delle erbe spontanee, su cui vi saranno dei laboratori. Già in preparazione è la creazione di un orto con tanto di stagno, dove l’uomo può imparare osservando dalla natura e rispettandola.

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Già operativa e destinata anche al riutilizzo di oggetti di scarto è la ciclo-officina: il luogo dove Frank, esperto di biciclette e fattorino, insegna a riparare le bici, a fabbricarle, a riutilizzarne i pezzi e a metterne da parte altri, che ora sono scarti ma poi diventano oggetti di arredo, bigiotteria e collane.

 

In questi giorni la Casa della Pace si prepara alla quinta edizione di Re-Visioni, il festival del 21-22 aprile che vuole riqualificare la zona anche attraverso le opere di street artist, che coloreranno i muri degli edifici. C’è un via vai di persone, voci che si rincorrono, persone che vengono soltanto per salutare: un’energia positiva che non finisce con gli eventi del weekend, ma che, come un contagio, si propaga di persona in persona, crescendo e rafforzandosi.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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