L’agricoltura intensiva non sfamerà il mondo!

Marty Spence è un piccolo agricoltore americano che, insieme ad altri suoi colleghi, sta cambiando dal basso il modello agricolo. Dalle grandi monocolture intensive trattate con prodotti chimici che riforniscono l'industria del bestiame e le catene della grande distribuzione, a un'agricoltura di prossimità, basata su metodi sostenibili e connessa direttamente con ristoratori, panificatori e consumatori finali. Tutto questo è raccontato nel documentario "Sustainable - Il futuro del cibo".

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È uno dei ritornelli più frequenti quando si parla di crisi alimentare e agricoltura intensiva: siamo troppi, serve tanto cibo per nutrirci e l’unico modo per produrne tanto a costi accessibili è fare ricorso a metodi intensivi, grandi monocolture e prodotti chimici nei campi. Ma sarà vero?

 

Gli Stati Uniti sono la patria dell’agricoltura intensiva e, più in generale, dell’industria alimentare insostenibile, basata in gran parte sul consumo di carne. Pensate che in questo Paese l’85% del suolo coltivabile fa parte della filiera del bestiame, mentre a livello mondiale “solo” il 40% del suolo serve a questo scopo. Eppure, proprio da qui arrivano esperimenti di grande valore, volti a trasformare l’agricoltura in un processo arricchente per il suolo e per gli esseri umani, non una fonte di inquinamento e uccisione della biodiversità.

 

Questi esperimenti vengono raccontati nel documentario “Sustainable – Il futuro del cibo”, incentra sull’iniziativa di Marty Spence, un piccolo agricoltore che, dopo essere rientrato in possesso della fattoria di famiglia rovinata dalla precedente gestione portata avanti con metodi intensivi, ha deciso di impegnarsi nella diffusione di un modello agricolo davvero sostenibile.

 

Per farlo è partito non solo dall’eliminazione di tutti i prodotti chimici dai propri campi, ma anche dalla varietà delle colture e dalla ridotta dimensione dell’azienda, che può contare su 64 ettari di superficie coltivabile, a fronte delle grandi industrie della zona, che arrivano fino a 1200 ettari di estensione. “Per 18 anni – racconta – coloro che acquistarono la fattoria da mia nonna utilizzarono il Roundup Ready della Monsanto: il suolo si seccò e quando rientrai in possesso dell’azienda vidi degli steli di piante di mais vecchie di tre anni ancora in piedi”.

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Ma dal punto di vista economico, piccole attività come quelle di Marty sono sostenibili? Possono competere con la grande industria alimentare? “Ogni anno – spiega lui – le grandi aziende agricole percepiscono dallo Stato sussidi pari a 20 miliardi di dollari, sennò non riuscirebbero a sopravvivere per com’è strutturato il sistema dei prezzi. La mia piccola fattoria ha un margine di guadagno di 1100 dollari per ettaro, mentre quello dei coltivatori intensivi è di 200 dollari l’ettaro”.

 

Quale può essere la spiegazione di questa differenza in termini di rendimento? “Per massimizzare le rese del mais – spiega Matti Liebmann dell’Università dell’Iowa – viene applicata grande quantità di nitrogeno sotto forma di concime minerale e spruzzato molto erbicida”. Con la sua accademia, nel 2001 Liebmann ha creato nel 2001 un progetto chiamato Marsden Farm, con cui ha dimostrato che con associazioni di colture si possono ridurre del 90% i concimi minerali e del 95% gli erbicidi, aggiungendo per esempio avena e trifoglio violetto o avena ed erba medica, che equilibrano l’apporto delle sostanze di cui ha bisogno la pianta in maniera naturale.

 

Un altro progetto interessante è quello portato avanti dal Rodale Institute, che confronta i metodi colturali biologici con quelli chimici. In 34 anni di sperimentazioni, l’istituto ha dimostrato che in termini di produttività e – quindi anche economici – i rendimenti si equivalgono. È stato rilevato che le rese dei terreni sani e non disseccati sono superiori del 31%. Nel 2014 il Rodale ha pubblicato uno studio che identificava l’agricoltura organica rigenerativa come risposta al cambiamento climatico. Con l’agricoltura organica rigenerativa è infatti possibile risanare le aree di suolo oggi degradate rendendole di nuovo produttive e capaci di fornire cibo di qualità. Questo aiuterà a nutrire il mondo, non l’utilizzo massivo di prodotti chimici e il ricorso a grandi monocolture – l’intero sistema agricolo è costruito intorno al mais e alla soia –, pratiche che impoveriscono il suolo rendendolo improduttivo.

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Ma la rifondazione dell’agricoltura non è solo una questione agronomica. Le comunità di agricoltori stanno morendo, l’età media si alza e i figli dei contadini non hanno prospettive e non vogliono rimanere in campagna. Bisogna quindi ricostruire il tessuto sociale ed economico rurale. Questo è possibile grazie all’accorciamento della filiera e al rapporto diretto fra produttore e consumatore: “Non hai bisogno di un’etichetta perché conosci le persone che rifornisci”, spiega Donna, un’agricoltrice intervistata nel documentario. “Al contrario, chi va al supermercato non ha mai conosciuto un contadino e si fida dell’etichetta”.

 

Il problema si ripresenta fra gli scaffali dei supermercati: un packaging efficace è paragonabile a uno spot televisivo nell’ora di punta. L’industria alimentare non fornisce tutta la storia del prodotto nell’etichetta, per esempio dice che un prodotto ha meno grassi, ma li aggiunge sotto un’altra voce, come i carboidrati. Le industrie del cibo investono molto di più nel cercare di promuovere un’immagine positiva dei loro prodotti. Come ricorda Kally Brownwell della School of Public Policy di Duke, “l’industria spende 100 milioni di dollari solo per promuovere cibo spazzatura destinato ai bambini”.

 

Gli interessi economici sono dunque il perno su cui ruota tutto. Per esempio, per via della loro grande capacità di moltiplicarsi, i grani antichi come l’einkorn sono ottimi per gli agricoltori, ma pessimi per chi controlla il mercato dei semi. Inoltre, esternalizzando i costi ambientali il modello dell’agricoltura intensiva sembra più conveniente, ma questo modello sta producendo danni di enorme portata, che oltre a distruggere l’ecosistema negli anni a venire comporteranno dei costi economici elevatissimi. Eppure questo non viene detto quasi mai.

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Come sempre, tuttavia, il cambiamento parte da noi stessi e dal modo in cui ragioniamo. John Kempf è un contadino amish, il cui credo lo ha portato a rifiutare molti aspetti della modernità, aiutandolo a riconnettersi con la Terra. “Il problema della nostra agricoltura – spiega – è che si basa sul paradigma culturale della guerra: identificare un parassita specifico e trovare il modo di ucciderlo. Se la prima arma che usi fallisce, semplicemente prova con un’arma più grande. Oggi l’agricoltura sostenibile non è possibile: le nostre anime sono troppo degradate, le nostre piante sono troppo malate”.

 

Stiamo scambiando un guadagno a breve termine con una catastrofe ambientale ed economica a lungo termine. Serve una dunque una prospettiva diversa su come gestire la protezione, le malattie e il nutrimento delle piante. La transizione può avvenire immediatamente, ma non in azienda, bensì nelle teste degli agricoltori ma anche nelle nostre, che con il potere d’acquisto che deteniamo possiamo decidere cosa comprare e quindi quale modello agricolo premiare e quale condannare all’estinzione.

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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