“Perché non ho mandato a scuola i miei figli e vi consiglio di fare lo stesso”, l’homeschooling secondo Erika Di Martino

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi dell'educazione a casa? E i genitori sono adatti ad insegnare? Non c'è il rischio che i bambini crescano isolati? E ancora, non si rinuncia forse così a voler cambiare la scuola? Di questo e molto altro abbiamo parlato con Erika Di Martino, mamma, scrittrice e divulgatrice fra le massime esperte di educazione parentale in Italia, in una lunga intervista di cui vi presentiamo qui la prima parte.

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Pur non avendo figli il tema dell’educazione mi è sempre stato a cuore. Sarà che sono figlio di una maestra, sarà che l’idea di trasmettere qualcosa ad altri esseri umani esercita su di me un certo fascino, fatto sta che ogni volta che mi si presenta l’occasione cerco in tutti i modi di approfondire l’argomento. Molte domande mi si affollano in mente: cosa significa educare? E sarà poi vero che trasmettiamo saperi e conoscenze o forse ci limitiamo – se siamo molto bravi – a lasciare i bambini liberi di imparare? Quali sono i modelli migliori?

 

È successo così che, trovandomi a Panta Rei in concomitanza con un incontro di diversi giorni sull’educazione parentale (o homeschooling) ho avuto il piacere di conoscere e intervistare Erika Di Martino, una delle principali esperte in Italia dell’argomento. Per educazione parentale s’intende la possibilità, riconosciuta dall’art. 30 della Costituzione, di educare i propri figli a casa senza iscriverli ad una scuola. Erika, italoamericana trasferitasi in Italia dall’età di 5 anni, è una delle principali divulgatrici dell’homeschooling nel nostro Paese, autrice del libro “Homeschooling, l’Educazione Parentale in Italia” e fondatrice del Network Italiano www.educazioneparentale.org.

 

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Come ti sei avvicinata all’educazione parentale? È stata una scelta dettata dal tuo percorso di vita o è stata una scelta più ideale?

Io, come molti di voi, sono stata studentessa nell’ambito della scuola dell’obbligo e poi all’università e mi è sempre piaciuto essere attiva, quindi ho sempre partecipato ai vari gruppi studenteschi, sono stata rappresentante d’isitiuto e lo stesso ho fatto all’università. Ma ho sempre provato la sensazione che le mie ali venissero tarpate, anche se c’era tanta voglia ed energia, classica dei giovani, poi alle riunioni era un continuo ripetere le stesse cose, le innovazioni erano sempre poche, e quindi già lì avevo un sentore del fatto che non me la raccontassero giusta, c’era qualcosa che non andava. Poi sono entrata nel mondo del lavoro come insegnante peraltro a un’età giovanissima perché io ho iniziato a insegnare a 18 anni, e qualche lezione persino a 16 mentre studiavo, come madrelingua inglese. Stando dall’altra parte vedevo che il sistema non funzionava.

 

Cosa hai riscontrato da insegnante nel sistema scolastico italiano?

Mi sono resa conto che anche dalla parte dell’insegnante il sistema era fallato. Cercavo di portare innovazione nella classe, facendo cose divertenti e moderne, che potessero portare interesse a questi ragazzi. Eppure i ragazzi erano stufi, stanchi, abituati al bastone e carota che io non volevo usare, quindi mi prendevano anche un po’ in giro, ne avevo alcuni che seguivano ma la maggior parte era intenta a disegnarsi sulle mani, sui diari, sui banchi. E poi avevo i vari direttori delle scuole – perché all’inizio lavoravo nelle private – che mi dicevano “tu sei pazza! Ma cosa stai facendo? Tu devi fare l’unità 7, non puoi fare la canzone dei Queen!”, e io dicevo “Ma perché? A loro piace questa musica, facciamo imparare l’inglese così, rimane più impresso!”. Ma niente, non c’era verso. E infatti mi sono licenziata un paio di volte da posti diversi. Poi, per non fartela troppo lunga, ti faccio un flash forward al momento in cui divento mamma.

 

Decido di non mandare al nido il mio primogenito ma alla materna volevo iscriverlo. Perciò inizio a guardarmi in giro alla ricerca della scuola giusta. Trovo sempre strutture molto fredde, magari anche con insegnanti fantastiche, ma tutte col cappio alla gola del tempo, dell’apertura e chiusura, dell’accoglienza che non c’era. Mi sono vista strappare di dosso mio figlio: io avevo 25 anni, con la maestra che mi diceva “Signora va bene così, deve piangere, deve soffrire, dovete staccarvi, e lo portavano via”. Chiudevano la porta e sentivo urlare, ma non solo mio figlio, urlavano tutti. E mi chiedevo, è normale tutto questo? A mio parere no! E quindi ritiravo mio figlio. Ho provato due o tre luoghi di questo tipo, sia privati che pubblici. Il problema non erano le persone, tranne in alcuni casi: era il sistema a non funzionare. Giunta l’età dei sei anni, quando inizia l’educazione dell’obbligo, ho dovuto fare una scelta più netta. Viaggiando molto io e mio marito sapevamo che esisteva l’educazione parentale, per cui mi sono detta: “Vediamo se in Italia è legale”.

 

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Lo è?

Sì! È sancito dalla costituzione! Pensa che in quel mese in cui mio figlio ha frequentato la scuola tornava a casa disperato, a raccontarmi quello che era costretto a fare. Io, dal canto mio, non volevo parlargli male degli insegnanti né della struttura, dal momento che ce lo avevo affidato io. Ma sentirlo sfogarsi con me della situazione, dire cose pesanti – a livello emotivo, di salute, di alimentazione, di ‘addestramento’, di restrizioni fisiologiche – era veramente brutto. Mi sono detta: “Se io devo passare i prossimi tredici anni in questa condizione, dovendo stare zitta, non sopravvivo”. Come non sono sopravvissuta al mio lavoro di insegnante nelle strutture classiche e mi sono licenziata, così non sarei mai sopravvissuta a un’esperienza di genitore con un figlio a scuola.

 

Come funziona la parte burocratica?

In Italia l’istruzione parentale è un diritto sancito dalla costituzione secondo cui è l’istruzione ad essere obbligatoria, non la scolarizzazione. Dunque è sempre stato possibile non mandare i propri figli a scuola. In pratica si manda una semplicissima dichiarazione al dirigente scolastico di zona o al sindaco affermando che si hanno le capacità tecniche ed economiche di educare i propri figli o figlie a casa. Cosa significa capacità tecniche ed economiche? Non c’è alcuna legge che specifichi qual è la soglia economica oltre la quale ti è permesso esercitare questo diritto, né vengono richieste licenze, lauree o cose del genere. La lettera si può portare a mano in segreteria e farla protocollare, tenendo sempre un cedolino, un protocollo, un numero, oppure mandarla per raccomandata con ricevuta di ritorno. Annualmente va rinnovata.

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Tu eri già un’insegnante, ma per due genitori che non fanno questo mestiere c’è una preparazione consigliata da seguire?

È un preconcetto errato pensare che un’insegnante sia più portato per questo genere di esperienza: non ha niente a che fare col tuo lavoro, se non in parte a livello organizzativo mentale, ma a volte nemmeno. Anzi, secondo me gli insegnanti sono quelli che fanno più fatica perché devono descolarizzarsi, togliere tutti i retaggi che gli hanno inculcato non solo a scuola ma anche nel percorso formativo per diventare insegnante e poi nella loro professione: gli orari, le materie, e tutto il resto. Quello che conta è la voglia, il tempo, che è il vero oro di oggi e la gente non ne ha mai abbastanza, lo spirito con il quale si fa. Nessuno sa tutto e i bambini fanno sempre le domande più assurde, come “Perché il latte è bianco? Perché l’erba è verde?”, e tu dovrai comunque rimetterti a studiare. Prendere il libro in mano, andare a cercare su Internet, ripassare tutto. Ma è proprio questa la cosa bella!

 

I bambini non vogliono un tuttologo che possa rispondere a tutte le domande; piuttosto è nel mostrare al bambino come si raggiunge l’informazione che sta la chiave di tutto. Una volta che io ti ho fatto vedere come si fa tu puoi farlo da solo. Hai visto com’è il processo di apprendimento. Infatti i bambini che fanno questa scelta sono molto più autonomi e indipendenti di quelli a cui viene detto in un ambiente scolastico di studiare da pagina dieci a pagina dodici. Invece qui si mantiene vivo lo stimolo dell’apprendimento e i bambini diventano in grado di distinguere i propri interessi e rispondere alle proprie domande in maniera più precoce rispetto a quelli abituati ad uno studio passivo.

 

E per quanto riguarda le materie ci sono degli obblighi particolari?

Non immaginarti la scuola a casa, anche questa è un’idea sbagliata. A rigore di legge siamo tenuti a fare un esame annuale, novità introdotta dalla Buona Scuola (la riforma scolastica approvata dal governo Renzi con la legge 107/2015, ndr). Buona si fa per dire, ha rovinato pure noi, non gli bastava la scuola! Tuttavia una cosa positiva è che noi dobbiamo attenerci alle linee guida nazionali, che però non sono il programmino scolastico che siamo abituati a vedere, né quello che si trova nei libri. Al suo interno si parla di competenze da acquisire nell’arco di uno o più anni. Sono anche un bel testo perché non si specifica come arrivare a quelle competenze: c’è molta elasticità! Il problema delle scuole è che non lo sanno. le scuole le dovevano implementare pormai 15-20 anni fa, secondo te l’hanno fatto? No! I programmi son0o morti, ma nelle scuole sopravvivono come delle mummie. C’è ancora la mentalità di raggiungere obiettivi specifici, sulla carta, senza attenzione alla competenza acquisita. Nell’educazione parentale non c’è niente di tutto questo, non si è per forza legati alle materie.

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Quindi come fai ad insegnare?

Ci sono tanti modi diversi. Un modo, ad esempio, è l’educazione a progetto: si tratta di un lavoro che si può fare sia con un gruppo di bambini, non importa neppure che siano coetanei, che con un solo bambino. Si parte da un interesse del bambino o dei bambini, qualsiasi esso sia e si utilizza per andare ad esplorare vari argomenti. Mettiamo che al bambino interessi la pizza Margherita: la pizza è tante cose, può essere geometria, essendo un cerchio di cui mi può interessare misurare il perimetro, può essere matematica, essendo un dosaggio esatto di ingredienti, può essere storia e geografia, può essere chimica per la trasformazione degli elementi.

 

L’argomento è come un sasso tirato in uno stagno: a cerchi concentrici si diffonde e va a toccare tante cose differenti. E ovviamente, come ti ho fatto l’esempio della pizza, si possono fare infiniti esempi, dal teatro greco alla bicicletta. Nel lavoro a progetto, a seconda delle età, c’è un lavoro conclusivo, un prodotto, che può essere un poster, un lapbook, un video, una costruzione, un viaggio. Alla fine i bambini presentano quello che hanno imparato a un pubblico, che può essere la famiglia, il gruppo dei pari, altri amici. Nel lavoro a progetto ci sono la ricerca, la produzione, la curiosità, tutte o parte delle materie. Poi ci sono anche tantissimi altri modi. Peraltro il 90 per cento dell’apprendimento è invisibile, nemmeno ce ne accorgiamo, quindi smettiamo di pensare che noi dobbiamo ‘fare’ per farli apprendere. Se ci diverte va bene, ma loro imparerebbero comunque. Siamo noi adulti che non lo vediamo.

 

 

Continua…

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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