Lavorare meno e vivere meglio: ecco come fare

Il lavoro deve essere uno mezzo per raggiungere benessere e prosperità, non un fine o uno strumento di controllo. Lavorando meno, inoltre, è possibile raggiungere risultati migliori. Ne è convinto Fabrizio Cotza, imprenditore "sovversivo" e membro del gruppo di ambasciatori di Italia Che Cambia, che sta sperimentando questo nuovo approccio nella sua vita lavorativa.

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Fabrizio Cotza è un imprenditore sovversivo, di nome e di fatto. Mettendo al primo posto le persone e il tempo, usando il lavoro come un mezzo e non come un fine, sovverte il modello economico e occupazionale che ci è stato imposto. È anche uno dei cento ambasciatori che hanno partecipato alla stesura della Visione2040, recentemente pubblicata nel libro E ora si cambia.

 

Secondo lui, così come secondo altri economisti e imprenditori fuori dalle righe di cui abbiamo parlato su queste pagine, è possibile lavorare meno e dedicarsi di più a ciò che conta nella vita, senza rimanere schiavi della propria professione. Per farlo, ha ideato un metodo molto particolare…

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Ci puoi spiegare l’idea del 4-3-7?

 

È molto semplice, anche se per adesso attuabile solo per chi è imprenditore o libero professionista. Consiste nel lavorare 4 giorni a settimana, 3 settimane al mese e 7 mesi all’anno, senza intaccare le proprie entrate economiche, ovvero senza dover abbassare il proprio stile di vita.

 

L’hai già sperimentata? Con che risultati?

 

Fino a otto anni fa avevo uno stile di vita completamente diverso, ovvero stavo praticamente sempre al lavoro, tranne due settimane di vacanza l’anno (a Natale e Ferragosto) e le tradizionali feste comandate. Poi ho avuto una vera e propria crisi di rigetto e dopo un anno sabbatico ho deciso di impostare diversamente la mia vita, lavorando di qualità più che di quantità. Purtroppo questa cultura manca e si pensa che passare tante ore in ufficio o in azienda sia la soluzione a tutti i problemi, mentre è esattamente il contrario: se non ti fermi mai perdi di lucidità e diventi meno efficiente, fino addirittura a diventare dannoso. Io da quando ho ridotto le ore lavorate ho aumentato i risultati e ogni anno tolgo “quantità” aggiungendo “qualità”, in quello che ho chiamato il “Circolo Virtuoso Sovversivo”. Sovversivo perché va contro tutto quello che ci viene insegnato sin da piccoli e in piena controtendenza con il culto dominante del “duro Lavoro”.

 

Pensi che sia possibile rifondare non solo la pratica ma anche l’idea di lavoro, con l’obiettivo di realizzare l’auspicio di Francesco Gesualdi “lavorare meno, lavorare tutti”?

 

Credo che tutto nasca dallo scopo che ci diamo e dai valori che ci guidano. Se il valore dell’essere umano è determinato solo dal suo successo esteriore questo modello non potrà mai essere diffuso, poiché servirà sempre una massa inconsapevole che si sacrifichi per i pochi che godono di questo status quo. Bisogna diventare sovversivi e ricordarsi che il lavoro non è il fine ma uno strumento per migliorare la propria qualità di vita. Nel momento in cui questo non accade significa che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nella cultura di una società moderna.

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Molte persone sono schiave del lavoro, alcune per motivi economici altre per via di un radicamento eccessivo a una cultura del lavoro traviata. Quale delle tue categorie si trova nella situazione peggiore a tuo avviso?

 

Purtroppo qui generalizzare diventa pericoloso, perché dipende molto dal singolo individuo. Io credo che ci siano momenti della vita in cui ha senso impegnarsi molto e fare dei sacrifici, soprattutto quando si è giovani. Quello che non è normale è continuare a farlo tutta la vita, per obbligo o per scelta. Se superi i quarant’anni senza aver migliorato la qualità del tuo lavoro significa che in realtà non ti sei evoluto e quindi devi sopperire con la quantità di tempo. Questo è un concetto difficile da accettare, ma l’ho vissuto sulla mia stessa pelle. E poi ci sono i drogati da lavoro, quelli che vorrebbero sempre di più e che quindi non troveranno mai pace. E sono queste persone che io aiuto, con un percorso di vera e propria disintossicazione, come si fa per chiunque sia dipendente da qualcosa. Infine c’è semplicemente chi, da dipendente, finisce in un’azienda in cui il valore umano non esiste e si cerca solo la produttività sfrenata che generi utili sempre maggiori. Devo dire che questo avviene molto più spesso nelle grandi aziende, rispetto alle PMI. In questo caso parliamo di sistemi malati, che purtroppo stanno fagocitando sempre più una sana cultura del lavoro, basata sul rispetto dell’individuo.

 

È possibile oggi fare impresa in Italia in maniera etica ed ecologica, rispettando l’ambiente, i lavoratori e la dignità umana in generale?

 

Ai titolari di PMI dico: questa è la tua unica possibilità per salvarti. Adottando i sistemi delle grandi aziende si viene stritolati, perché loro possono puntare tutto sulla quantità, quindi sui prezzi bassi e sulle economie di scala. Se tu sei a capo di una micro o piccola azienda devi adottare un approccio completamente opposto, basato sulla qualità del lavoro, il quale genera qualità di prodotti e di servizi. Ci sono innumerevoli studi, soprattutto su aziende scandinave, che testimoniano il fatto che adottando ritmi più lenti, facendo maggiori pause durante il lavoro e togliendo stress nel proprio ambiente, i risultati migliorano enormemente. A tutto vantaggio dell’azienda stessa e di chi ci lavora. Lo stesso dicasi per il rispetto dell’ambiente e del territorio in cui si opera. La benevolenza, ad esempio, è un fattore oggi strategico che molte imprese purtroppo ignorano.

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Conosci alcuni casi di “imprenditori illuminati” che stanno cambiando il paradigma introducendo nuovi modelli (homeworking, orario flessibile ecc.)?

 

Ne conosco tanti e la quasi totalità dei miei clienti storici adotta da tempo questo approccio con risultati eccellenti, che loro stessi testimoniano sul nostro sito di Imprenditori Sovversivi. Ma se vogliamo parlare di aziende note mi viene in mente l’amico Niccolò Branca, CEO della famosa azienda di distillati, il quale ha introdotto la meditazione e lo yoga in azienda (in orario di lavoro, sia chiaro) ottenendo benefici incredibili in termini di costi legati alle carenze qualitative, quindi meno errori e meno sprechi. Purtroppo non si parla molto di questi modelli “sovversivi” perché andrebbero davvero a destabilizzare lo status quo, rendendo realmente competitive le nostre piccole e medie imprese, a tutto svantaggio delle multinazionali. È su questo terreno che si giocherà il nostro vero futuro, anche se in pochi ne hanno consapevolezza. Quindi, come sempre, dobbiamo partire da noi, dal nostro approccio al lavoro e alla vita, per poi diffondere questo modello più sano a tutti coloro che ci gravitano attorno. Questa è l’unica vera rivoluzione possibile.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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