Io faccio così #216 – I Moltivolti di Ballarò: l’impresa sociale che valorizza la diversità

“Il migrante non è un problema da risolvere ma una risorsa per creare una nuova società”. Questa la filosofia alla base del modello di integrazione proposto dall’impresa sociale Moltivolti: un progetto palermitano che, partendo dalla cucina e dagli spazi condivisi, vuole creare cittadinanza, lavoro, integrazione e valore.

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Un ristorante, un coworking, ma soprattutto un progetto di unione culturale e sociale che ci ispira a guardare al tema dei migranti da un altro punto di vista: quello costruttivo e di vera integrazione sociale.

 

Moltivolti è di fatto un ristorante ed un coworking nato nell’aprile del 2014 a Palermo, nel quartiere di Ballarò, cui è strettamente collegato. Si tratta di una vera e propria impresa sociale, nata da un’idea di quattordici persone provenienti da otto paesi diversi (Senegal, Zambia, Afghanistan, Bangladesh, Francia, Spagna, Gambia e Italia): da qui il nome del nome del locale. L’unione un po’ insolita delle due attività – ristorante e coworking – è il vero collante del progetto, che ha l’obiettivo di mettere in contatto e far comunicare segmenti di popolazione che normalmente non comunicano, per animare uno spazio ideato per offrire “cittadinanza e valore a partire dalla diversità”. E quali migliori strumenti del cibo e del lavoro condiviso per poter sviluppare tutto questo?

 

 

Il ristorante

Il ristorante è l’area “profit” del progetto: propone un mix di cucina sicula ed etnica, sperimentando anche dei nuovi piatti che sono frutto della contaminazione tra le varie tradizioni culinarie. L’aspetto interessante riguarda proprio la cucina: “La cucina che noi offriamo è di tutti i tipi e proviene da diversi paesi del mondo – ci racconta Giovanni Zinna, co-fondatore del progetto – i nostri cuochi provengono da cinque paesi diversi, quindi non solo proponiamo piatti che provengono da paesi diversi ma anche le contaminazioni tra i piatti. Spesso i cuochi si divertono a creare piatti alternativi che provengono dalla fusione di cucine differenti, anche piatti siciliani e palermitani che seguono i flussi stagionali, perché trovandoci vicino al mercato di Ballarò noi spesso cuciniamo i piatti in base quello che offre il mercato a chilometro zero”.

 

Nel corso del tempo il ristorante è sempre più apprezzato dalle persone del luogo e dai turisti: abbiamo potuto vedere con i nostri occhi e respirare come la cucina rappresenti un vero punto d’incontro tra persone di diverse nazionalità. Il ristorante rappresenta l’area “profit” perché, grazie ai propri introiti, riesce a finanziare l’altro fondamentale segmento di Moltivolti che è il coworking, importante anello di collegamento con il territorio circostante.

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Il coworking

Il gruppo che anima il progetto Moltivolti si è formato a partire da un’associazione, chiamata “Molti Volti capovolti”, che si occupa di turismo responsabile. Queste radici hanno fatto capire l’importanza del lavoro condiviso nel terzo settore ed il co-working di Moltivolti ne è la manifestazione pratica. “Il coworking è una modalità di lavoro abbastanza diffusa oggi in Italia, ma che a Palermo ancora stenta a decollare – ci racconta Giovanni Zinna – e noi abbiamo scelto di dedicare un coworking al terzo settore, uno spazio di lavoro condiviso per le associazioni che lavorano su tematiche importanti come la migrazione, i diritti umani, il turismo responsabile e via dicendo”.

 

Lo spazio offre diciotto postazioni di lavoro e il vero obiettivo del luogo è quello di far incontrare le varie associazioni del territorio, permettendo così alle stesse di poter collaborare e creare sinergie su diversi progetti futuri. “L’obiettivo di uno spazio come questo è quello di condividere esperienze, scambiare competenze e favorire lo sviluppo di progetti comuni. Si paga una quota di circa centosettanta euro al mese per avere una scrivania con i servizi annessi, ma spesso partecipiamo a bandi e concorsi che ci permettono di detrarre la quota alle associazioni del territorio che non possono permetterselo”.

 

Il coworking, infatti, rappresenta la parte deliberatamente “no profit” del progetto: i buoni introiti del ristorante permettono di investire su questo luogo creativo di incontro e scambio. “Abbiamo preferito ospitare delle associazioni che non avevano possibilità di pagare ma che sono in linea con la nostra visione del mondo e con i nostri progetti. Questa nostra visione è la carta vincente che ci permette di dare vita a un luogo di incontro e scambio che vada oltre al solito ristorante, che rappresenti un vero e proprio spazio di comunità”.

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La visione del mondo: il valore della differenza

Il nostro incontro con Giovanni volge al termine, mentre siamo circondati da persone che aspettano di sedersi al tavolo per degustare i piatti del ristorante. Rimaniamo felicemente travolti dall’esplosione di vita rappresentata dalla primavera siciliana e dalla moltitudine di voci e odori del circostante mercato di Ballarò.

 

Prima di andare, Giovanni ci tiene a precisare la visione del mondo rappresentata dal progetto e lo fa illustrando il valore della differenza: “Uno dei nostri sogni rimane quello di poter replicare il modello di Moltivolti altrove: ci arrivano manifestazioni d’interesse da Roma, Berlino e da Brighton, ma anche da molte altre persone provenienti da diversi luoghi.  Io credo che il progetto stia avendo successo perché ha connaturato degli importanti elementi di novità rispetto al rapporto che normalmente molti italiani hanno nei confronti del tema dell’immigrazione.

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Spesso le persone che vengono nel nostro Paese sono viste, nel migliore dei casi, come portatrici di bisogni in conseguenza del loro drammatico vissuto. Questa idea comporta la creazione di due gruppi sociali: coloro che hanno paura di queste richieste e desiderano la chiusura totale delle frontiere e coloro che sono sensibili al tema e vorrebbero aiutare chi ha bisogno. Sono due approcci che sembrano diversi ma sono complementari rispetto alla relazione: questo tipo di approccio non fornisce una reazione simmetrica con queste persone, perché le vede come persone da aiutare o da rifiutare, dividendole in categorie rigide e incomunicabili tra loro.

 

Noi grazie a questo progetto stiamo proponendo un modello di integrazione più simmetrica, in cui il migrante non è visto come un problema da risolvere, ma come una risorsa. Non da sfruttare in maniera opportunista, ma per porre le basi volte alla creazione di una società nuova”.

 

Intervista: Daniel Tarozzi

Riprese e montaggio: Paolo Cignini