Obsolescenza programmata: così è nata la truffa del consumismo

Obsolescenza programmata, obsolescenza percepita. Due sistemi per alimentare all'infinito la spirale del consumo, comprando nuovi (e spessi inutili) oggetti a un ritmo sempre più elevato. Ma quali sono le conseguenze sociali, ambientali ed economiche di questo modello scellerato? E soprattutto, quali sono le alternative? Vediamolo insieme!

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Forse qualcuno ne avrà sentito parlare, ma la maggior parte di noi purtroppo ignora cosa sia. Eppure, condiziona quotidianamente la nostra vita, ci fa spendere un sacco di soldi, a volte ci provoca incontrollabili accessi d’ira e ci costringe a condurre una vita ecologicamente poco sostenibile. Stiamo parlando dell’obsolescenza programmata.

obsolescenza programmata 3COM’È NATA L’OBSOLESCENZA PROGRAMMATA

 

Tutto ebbe inizio negli anni ’30, quando le più importanti aziende internazionali che producevano lampadine formarono un cartello per controllare il mercato. Insieme stabilirono un “patto di sangue” che ciascuna avrebbe dovuto rispettare, pena multe salate ed esclusione dal mercato stesso. L’accordo stabiliva che nessuna lampadina prodotta avrebbe dovuto durare più di 1500 ore.

 

Pensate che smacco per gli ingegneri che lavoravano per queste aziende, che per anni si erano spremuti le meningi per progettare lampadine sempre più resistenti e durevoli! Da quel momento avrebbero dovuto studiare un prodotto che dopo un po’ si rompesse da solo.

 

Lo scopo era abbastanza intuitivo se ci pensiamo bene: costringere l’utente a comprare un’altra lampadina. Non troppo presto da fargli perdere fiducia nella qualità del marchio, ma non troppo tardi da limitare la domanda, quindi gli introiti dei produttori. Nasce così l’obsolescenza programmata.

 

Se nel corso degli anni alcuni imprenditori, come l’americano Bernard London, pensarono addirittura di renderla obbligatoria per legge, prevedendo dei limiti di durata che costringessero i consumatori a riacquistare ciclicamente il prodotto, oggi fortunatamente si sta diffondendo la consapevolezza di quanto questa pratica sia scorretta e insostenibile.

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LA LEGGE COSA DICE

 

Sul fronte normativo, la Francia è all’avanguardia. All’inizio del 2018 la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta nei confronti di Apple, ritenendola colpevole di pratiche commerciali scorrette. Già nel 2015 inoltre, era stata approvata una legge che punisce l’obsolescenza programmata con pene fino a 2 anni di galera e 300mila euro di multa. In Italia un importante passo avanti è stato fatto dal decreto che stabilisce l’obbligo da parte dei rivenditori di elettronica di ritirare piccole apparecchiature (cellulari, rasoi elettrici, lampadine ecc.) senza che chi li conferisce debba acquistare un prodotto nuovo. Ma al di là di questo, c’è ancora tanto da fare.

 

Fanno bene i nostri cugini transalpini a tutelare i consumatori e l’ambiente, perché l’obsolescenza programmata provoca danni devastanti. In Italia nel 2015 sono state conferite 250mila tonnellate di RAEE, ovvero rifiuti elettronici, con una produzione che arriva a superare i 10 chili annui per persona. Teniamo però presente che questi sono solo quelli che vengono raccolti e destinati al riciclaggio, che purtroppo sono ancora la minoranza: si stima infatti che l’Italia non arrivi neanche al 40% di RAEE riciclati, a fronte di un obiettivo europeo del 50%. Il resto finisce in discariche indifferenziate, viene disperso nell’ambiente o addirittura viene esportato nei paesi sottosviluppati, aumentando l’inquinamento e le disuguaglianze.

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OBSOLESCENZA PERCEPITA

 

Se tutto ciò non bastasse, in anni più recenti è stato introdotto un nuovo concetto di obsolescenza: quella percepita. Come dice il termine, si tratta della sensazione che un oggetto sia obsoleto – quindi da vendere o addirittura buttare – prima che sia effettivamente così. Questa è l’essenza stessa del consumismo: comprare nuovi oggetti non perché siano realmente necessari ma perché qualcuno ci ha convinto di averne bisogno.

 

L’obsolescenza percepita è forse ancora più pericolosa, perché si può applicare a molte tipologie di prodotti e non solo a quelli elettronici e meccanici. Per esempio a capi d’abbigliamento, a oggetti per la casa, a occhiali o addirittura a prodotti alimentari: la moda decide quando arriva il momento di fare nuovi acquisti e i grandi marchi determinano la moda.

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COME POSSIAMO DIFENDERCI?

 

Anzitutto informandoci! È necessario acquisire maggiore consapevolezza, uscire dalla spirale del consumo e abbandonare l’assurda idea che se non rinnoviamo auto, cellulare e guardaroba ogni tre mesi siamo dei disadattati. Anzi, uscendo dal gregge abbiamo l’opportunità di dimostrare che siamo capaci di pensare con la nostra testa e ci preoccupiamo delle conseguenze del nostro stile di vita. A tal proposito vi suggerisco di ispirarvi alla storia dei Minimalists che potete leggere qua.

 

Dal punto di vista pratico, esistono numerose soluzioni. Per esempio, stanno prendendo piede i Repair Cafè, incontri organizzati in qualche bar o locale pubblico in cui esperti insegnano ai partecipanti come effettuare riparazioni a oggetti elettronici, meccanici o di altro genere – telefonini, biciclette, piccoli elettrodomestici, scarpe e così via – dando così nuova vita alle cose ed evitando di comprarne altre.

 

Alcune aziende si sono poi evolute, individuando addirittura nel riuso e nel riciclaggio nuove nicchie di mercato. È il caso di Ri-Generation, un’iniziativa che ha unito i principali attori della filiera dei grandi elettrodomestici creando il primo negozio in Italia che vende lavatrici, frigoriferi e lavastoviglie rigenerati.

 

Ci sono poi mille altre opzioni per dare nuova vita agli oggetti: dai negozi senza soldi in cui portare ciò che non ci serve più alla “biblioteca degli oggetti”, passando per chi ha portato sul piano della produzione industriale il riutilizzo di materie prime ricavate dagli scarti, come Daniela Ducato, Kanesis, Orange Fiber o Wineleather.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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