Detox: i vestiti che indossiamo sono ancora tossici?

Nel 2011 Greeanpeace aveva lanciato Detox, una campagna per spingere i marchi di abbigliamento a rendere le loro filiere più trasparenti e sostenibili. In questi giorni è uscito Destination Zero, un rapporto che analizza i progressi compiuti dal mondo della moda per diminuire il proprio impatto ambientale.

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Se è vero che l’industria della moda è il secondo settore più inquinante al mondo (subito dopo quello del petrolio), vero è anche che alcuni passi verso un graduale abbandono delle sostanze tossiche si stanno già facendo.

 

Nel 2011 Greenpeace lanciava la campagna Detox, proprio per sensibilizzare il settore della moda – comprensiva di grandi marchi nazionali e internazionali – sulla necessità di eliminare dalla filiera produttiva sostanze tossiche e nocive che vanno poi a scaricarsi nei mari inquinando il nostro pianeta. Da quel momento 80 marchi della moda, di cui 60 italiani, hanno preso un impegno: la graduale riconversione verso una produzione sostenibile.

detox1Oggi, a sette anni dall’inizio della campagna, Greenpeace Germania ha stilato un primo bilancio pubblicandone i risultati nel rapporto Destination Zero: seven years of Detoxing the clothing industry e evidenziando i progressi fatti da case di moda e aziende tessili che hanno aderito all’appello dell’Organizzazione.

 

Primo tra i più importanti cambiamenti introdotti, la trasparenza della filiera che permette di tracciare le emissioni di sostanze chimiche prodotte lungo tutta la filiera; secondo – ma non per importanza – l’eliminazione dei PFC (i composti poli- e per-fluorurati), utilizzati nei trattamenti idrorepellenti e antimacchia dal 72% dei marchi impegnati in Detox.

 

In Italia, molte delle aziende tessili del distretto di Prato hanno firmato un primo impegno collettivo per l’eliminazione delle sostanze chimiche nocive per l’ambiente e in collaborazione con Confindustria Toscana Nord è nato il Progetto Detox, un percorso di riflessione e confronto sulla campagna di Greenpeace che può diventare guida di un sempre più ampio gruppo di aziende che operano nel settore tessile.

 

Non solo grandi marchi e produzione industriali su larga scala. Sono molte le realtà più o meno piccole e artigianali che hanno scelto una moda etica e sostenibile. Dalle Officine Frida che producono abiti dagli scarti, alla Animal Free Fashion e ancora, dalla produzione di abiti in fibra di arancio di Orange Fiber alla piattaforma Dress the Change che permette di conoscere e orientarsi tra i marchi della moda etica in Italia.

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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