Eva Lotz: perché abbiamo bisogno della comunicazione ecologica – Meme #10

La Comunicazione Ecologica applica i principi dell’ecologia alle relazioni interpersonali e propone strumenti per creare armonia nei gruppi e nel dialogo, in modo che ognuno possa contribuire con i propri talenti a realizzare lo scopo comune. Ne abbiamo parlato con Eva Lotz, counselor e facilitatrice.

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Siamo ad Upacchi, nell’appennino toscano in provincia di Arezzo. È qui che Eva Lotz abita da 25 anni, da quando decise di trasferirsi da Bolzano per abbracciare il progetto di ecovillaggio che in questo piccolo borgo vicino ad Anghiari era nato nel 1990. È stata proprio l’esperienza della vita in comunità ad avvicinarla alla comunicazione ecologica. Per lavorare sul gruppo e sulle sue dinamiche relazionali, come presidente dell’allora cooperativa di Upacchi, Eva decise infatti di chiamare Jerome Liss, l’ideatore della comunicazione ecologica.

Grazie al suo intervento potè comprendere, nell’esperienza, che lavorare sulle relazioni è un lavoro profondo che necessita di una grande volontà di mettersi in gioco e di coraggio. Una comprensione che divenne passione e che la portò ad iscriversi nel 1998 alla Scuola di Biosistemica per approfondire il metodo e comprendere come funzionano le relazioni umane e come possiamo migliorarle.

 

 

Ma che cosa è la comunicazione ecologica?
La comunicazione ecologica è stata creata da Liss per i gruppi di cambiamento sociale. L’espressione stessa “comunicazione ecologica” è stata da lui coniata per descrivere questo metodo di lavoro che comprende strumenti semplici capaci al contempo di lavorare in profondità nei contesti di gruppo per facilitare i rapporti tra le persone e creare coesione nel gruppo.

 

Liss parte, precursore di molti temi su cui oggi il confronto è più esteso, dalla considerazione che la comunicazione tra gli esseri umani funziona come per gli esseri in natura e che dove c’è espressione massima delle potenzialità del singolo, tutto può collaborare per il raggiungimento di uno scopo maggiore in un equilibrio tra individualità e sistema, gruppo, umanità.

 

“Oikos – ci ricorda Eva – vuol dire casa. E tutti gli abitanti di una casa si possono organizzare al meglio per realizzare lo scopo della loro convivenza, per lo scopo comune, che è una parola chiave nella comunicazione ecologica”. In questo senso questo metodo ci offre strumenti che aiutano le relazioni all’interno del gruppo: per prendere le decisioni, per ogni fase delle riunioni che nel gruppo affrontiamo, ad esempio.

 

Come facilitatrice in comunicazione ecologica, Eva ha iniziato a diffondere questo approccio, inizialmente in particolare in progetti simili a quello di Upacchi, nelle cosidette “comunità intenzionali” che si trovavano a condividere un progetto e la relazione insieme, per poi portarlo all’interno di altri sistemi: scuola, famiglia, relazioni di coppia e con il singolo individuo attraverso percorsi che uniscono counseling, comunicazione ecologica, ascolto profondo.

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La comunicazione ecologica in concreto
“Quando parliamo di ecologia parliamo di rispettare la natura e la natura umana. Se osserviamo con attenzione ci possiamo ben accorgere che nella nostra comunicazione quotidiana non sempre la rispettiamo. Abbiamo delle abitudini che vanno contro la nostra natura umana. Ad esempio quando siamo dogmatici o quando educhiamo con coercizione, quando facciamo critiche negative, quando interrompiamo l’altro mentre parla… mentre la natura umana è collaborativa, empatica”. Jerome Liss parlava di “trappole della comunicazione umana”, trappole che la rendono non ecologica. “Se ricevo una critica negativa, mi sento subito avvilito, la critica mi schiaccia. Eppure ne riceviamo tante e tante ne diamo all’altro. È importante vedere dove non ci rispettiamo. L’apprezzamento è più ecologico in quanto sottolinea la nostra natura collaborativa, e ci gratifica di più”.

 

Il buonsenso e la pratica
Già da questi piccoli esempi possiamo comprendere di esserci a volte accorti di alcune nostre trappole comunicative eppure continuiamo a metterle in atto: perché? “Alcuni atteggiamenti ecologici nella comunicazione possono sembrare regole di buon senso. Pensiamo di saper comunicare, che vogliamo bene alle persone con cui viviamo o con cui condividiamo un obiettivo… ma il buon senso non basta perché queste abitudini non ecologiche le abbiamo apprese da piccoli, siamo stati condizionati dal nostro ambiente.

 

Non hanno comunicato con noi in maniera ecologica ed abbiamo appreso alcune abitudini come meccanismo di difesa. E nel tempo sono diventate quasi parte di noi. Ci vuole allenamento, pratica, per sovvertirle perché in automatico riproponiamo un vecchio schema di comunicazione appreso.

 

Il buonsenso non funziona perché abbiamo paura di quello che potremo vedere e abbiamo ragione perché spesso c’è sotto una ferita di quando siamo piccoli, di quando si forma la nostra personalità. Sono cose delicate e difficili da accettare”.

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L’ascolto profondo
L’ascolto profondo è una modalità della comunicazione ecologica anch’essa creata da Jerome, gli altri strumenti sono subordinati ad esso.
“Quando voglio parlare ad una persona in maniera ecologica, è importante che prima di tutto ascolti me stesso. Se emerge una critica all’altro e guardo dentro di me, chiedendomi come mi sono sentito e cosa voglio dall’altro, allora posso davvero comunicare qualcosa, in sintonia con l’altro.

 

È una grande pratica di non violenza, riuscire a farlo nella vita quotidiana è una rivoluzione. Se ogni volta che provo rabbia mi guardo dentro e vedo di che cosa ho bisogno, imparo a conoscermi e riesco a creare relazioni più armoniose ed efficaci perché so dire all’altro come mi sento e come comportarsi con me. L’altro ha bisogno di sapere questo.

 

Siamo un po’ analfabeti riguardo alla vita emotiva, nessuno ce lo ha insegnato ma possiamo impararlo nella vita adulta. Questo è per me IL CAMBIAMENTO. Io cerco di affinare questo strumento perché credo che sia come il bisturi di un chirurgo che va ad agire con precisione nel punto in cui c’è bisogno.

 

L’ascolto profondo è un esercizio molto profondo sia di autoconsapevolezza che di consapevolezza dell’altro. Non siamo scissi dall’altro, siamo sempre in relazione e più sono consapevole della mia relazione più sono in grado di comprendere la relazione con l’altro.

Chiamo l’ascolto profondo la cura delle radici, le radici della relazione. Anche nel bosco, nel prato, le radici delle piante comunicano tra di loro, oggi lo sappiamo anche scientificamente. La comunicazione ecologica è il sistema per imparare a prendere decisioni, a gestire lo scopo comune etc, lavora a livello di tronco, di albero, dove siamo tutti insieme, per il benessere del bosco. L’ascolto profondo va più giù, nelle radici che sono presenti anche nel gruppo. Se le curiamo diventiamo un bel bosco.

 

Il lavoro è andare vedere dove va a finire la radice, dove mi tocca quella cosa, spesso però quando siamo toccati troviamo la nuvola della rabbia e se non guardiamo oltre quella nuvola non vediamo la radice ed entriamo nel meccanismo di attacco e difesa.  Per guardare più a fondo ci vuole coraggio, perché vediamo cose che ci hanno ferito”.

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L’ascolto e la comunicazione ecologica nella quotidianità
“C’è bisogno di portare questo nella quotidianità, non solo nei gruppi di cambiamento sociale. Portarlo fuori è importantissimo, ad esempio a scuola, tra genitori, insegnanti, nel lavoro, in famiglia, là dove ci relazioniamo. Nelle riunioni di condominio, dove tiriamo fuori il peggio di noi.

 

La cosa migliore è prendere consapevolezza di che cosa succede nella comunicazione.  La comunicazione ecologica e l’ascolto profondo sono strumenti di crescita personale, strumenti per cambiare la coscienza, se li pratichiamo tutti i giorni possiamo cambiare la società, il mondo”.

 

Foto tratte dalla pagina Facebook Comunicazione e relazioni in Ecologia