Io faccio così #225 – I giovani migranti trovano accoglienza e lavoro negli Orti delle Case

Offrire accoglienza, integrazione e lavoro partendo dalla cura della terra e delle relazioni, seguendo i principi della permacultura. A Pomino, in provincia di Firenze, è stato avviato il progetto Orti delle Case in cui l'agricoltura biologica è il campo di sperimentazione di un modello di accoglienza che mette al centro il futuro e dell'indipendenza dei giovani migranti.

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Zucchine, pomodori, cipolle, insalata… camminiamo tra i campi all’aperto e le serre seguendo i passi di alcuni ragazzi africani, l’entusiasmo e l’orgoglio di mostrare il frutto del proprio lavoro arriva attraverso i loro gesti e parole.

 

“Mi piace tutto ciò che c’è nella terra, senza la terra non si vive”, ci dirà più tardi Eddy. In questo piccolo progetto di grande qualità che ci apprestiamo a conoscere, terra, cibo e progetti di vita si intrecciano, creando qualcosa di bello (e buono) per tutti.

 

 

Siamo a Pomino nel comune di Rufina (FI), ospiti dell’associazione “Le C.A.S.E.” (Comunità per l’accoglienza e la solidarietà contro l’emarginazione) che è nata nella vicina Pelago una ventina di anni fa; un’associazione “ombrello” che unisce varie case famiglia sia nel territorio fiorentino che nel senese. Uno dei valori comuni che unisce le case è l’accoglienza, un’accoglienza di diverso tipo: donne sole con figli, bambini, migranti, che si realizza nel quotidiano, nella convivenza con il nucleo genitoriale simbolico che vive stabilmente nella casa.

 

La casa famiglia di Pomino, fondata da Silvano Venturin e sua moglie Graziella Pella, in particolare è nata come casa di accoglienza per madri con bambini soli nel 2001, solo nel 2008, dopo le grandi ondate migratorie, l’accoglienza si è estesa ai migranti, prima ai minori non accompagnati e poi agli adulti, prevalentemente giovani uomini provenienti dall’africa subsahariana, diventando un C.A.S., un Centro di Accoglienza Straordinaria.

 

“Qui l’accoglienza si realizza su piccoli numeri, per lavorare in qualità e garantire un’inclusività a tutto tondo ed effettiva – ci racconta Rachele Venturin, antropologa, figlia di Silvano e Graziella e responsabile della “scuola laboratorio” del progetto di accoglienza – offriamo strumenti di formazione, per poter pensare anche al futuro, alla costruzione di una vita in Italia”.

 

Tutti questi elementi si intrecciano nel progetto “Orti delle Case” in cui l’agricoltura biologica è il campo di sperimentazione di un modello di accoglienza che mette al centro il futuro e l’indipendenza dei giovani migranti.

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“Ci siamo chiesti quali potevano essere le realtà lavorative in cui inserirli all’interno di un contesto non cittadino come questo. Curare la terra è come prendersi cura di se stessi, in una situazione difficile come quella che vivono questi ragazzi, sradicati da tutto il loro mondo, ridà senso e futuro”.

 

Tutto è iniziato quattro anni fa con l’avvio dell’orto sociale su terreni di proprietà della diocesi prossimi alla casa famiglia, concessi in comodato d’uso. Oggi sono 5 i ragazzi a lavorare su quei campi producendo verdure biologiche che riforniscono una bottega del paese, un ristorante vicino e vengono vendute attraverso alcuni gruppi di acquisto solidale del territorio e direttamente a chi lo desidera.

 

Tutto questo è stato possibile grazie ad un importante lavoro sul gruppo e sulle relazioni, sia interne al gruppo che con il territorio. La “scuola laboratorio” infatti, non si limita all’insegnamento dell’italiano, essenziale per poter comunicare e conoscere, comprendere il mondo intorno.

 

“È un percorso di crescita personale e di gruppo. Con il contributo di Sauro Guarnieri, abbiamo introdotto il metodo permaculturale anche per curare le relazioni – prosegue Rachele – questo è importante anche per avere una buona cura degli orti. È importante per noi che i ragazzi accolti in questo percorso non siano solo degli esecutori ma che sia un processo condiviso, in cui le decisioni si prendono insieme. Oltre al lavoro nei campi abbiamo anche approfondito i temi connessi nella scuola laboratorio, facendo approfondimenti scientifici ma anche autobiografici per poter valorizzare le esperienze e le conoscenze di cui i ragazzi erano portatori”.

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La formazione sul campo è avvenuta con i contadini del luogo, un passaggio di saperi e conoscenze, relazioni che continuano a crescere e a preparare il terreno che possa permettere a questi ragazzi di prendere in mano questa piccola impresa totalmente. Già, perché l’obiettivo di questo progetto, piccolo ma di qualità, è permettere la costituzione di una cooperativa agricola autonoma attraverso la quale questi giovani uomini possano prendere in mano il proprio futuro. Intanto, non senza difficoltà, l’associazione Le Case, è riuscita a far riconoscere legalmente il loro lavoro, dal 1 maggio hanno un regolare contratto, un passo verso un sogno più grande.

 

Intervista: Daniela Bartolini e Daniel Tarozzi
Riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini