Perché il veganesimo non salverà il mondo

Se è vero che la scelta vegana comporta dei benefici per l'ambiente, è altrettanto vero che non tutto quello che mangia un vegano è necessariamente etico e sostenibile. Inoltre, la provenienza di un alimento più che la sua tipologia potrebbe fare la differenza in termini di sostenibilità. Ecco alcune riflessioni scaturite dal provocatorio articolo di The Guardian dal titolo “Se vuoi salvare il mondo il veganesimo non è la risposta”.

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Dopo aver letto l’articolo di Slow Food intitolato “Se vuoi salvare il mondo il veganesimo non è la risposta”, la provocazione su The Guardian mi sono venute spontanee due riflessioni. La prima è che l’affermazione del titolo è vera: non basta essere vegani per fare scelte alimentari sostenibili ma il “veganesimo” può aiutare l’ambiente dato che tendenzialmente coltivare vegetali fa risparmiare suolo e acqua rispetto al consumare cibo di origine animale.

 

Certo, una persona che segue una dieta vegana può nutrirsi di cibi coltivati tramite l’agricoltura intensiva, che disbosca le foreste tropicali, usa prodotti chimici ecc. Ma anche no. Può scegliere alimenti bio o da agricoltura naturale e il Chilometro Zero.

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L’articolo sostiene che si parla spesso di allevamento intensivo e meno delle coltivazioni intensive, altrettanto dannose per l’ambiente. Non evidenzia però che le coltivazioni intensive sostengono in grandissima parte gli allevamenti industriali producendo mangimi per il bestiame. In qualsiasi caso (pascolo o allevamento intensivo) si devono destinare grandi estensioni di territorio all’alimentazione degli animali allevati.

 

La soia ad esempio è una delle monocolture più diffuse al mondo e non certo per sostenere l’alimentazione vegana, bensì è un alimento usato principalmente per produrre i mangimi. Come riportato dal sito Agronotizie, dal 1990 al 2017 le coltivazioni di soia nel mondo sono aumentate del 231% con circa 347 milioni di tonnellate prodotte (dati Usda), in Italia dal 2012 al 2017 si è passati da 153.000 ettari coltivati a 318.000 (dati Istat).

 

Questo aumento vertiginoso non è da imputarsi alle diete vegane (solo il 6% della soia è destinato al consumo diretto), ma è legato maggiormente al costante aumento della domanda di prodotti di origine animale, soprattutto dai paesi in via di sviluppo. Circa i ¾ della produzione di soia servono per sfamare le decine di miliardi di animali allevati ogni anno. I dati riportati sono stati divulgati dal WWF  nelle loro campagne per fermare la deforestazione del territorio amazzonico, in particolare nel report del 2014 “The growth of soy: impacts and solutions”.

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Isabella Tree, la giornalista autrice dell’articolo su The Guardian, scrive che forme di allevamento sostenibili permettono di ripristinare la fertilità dei suoli e conservare la biodiversità. Ambienti naturali come boschi e foreste sono altresì importanti per la biodiversità, come lo sono gli ambienti di colture sostenibili, rigenerative, diversificate e a piccola scala. Per il nostro pianeta è importante la diversità di specie, ma anche di ambienti. Quindi il pascolo può essere utile come tassello di un paesaggio. Ma quanto pascolo ci vorrebbe per sostenere le abitudini alimentari attuali di noi occidentali?

 

Possiamo vederla così: una dieta vegana consente di avere più spazi disponibili per i pascoli per chi volesse consumare prodotti caseari e carne in maniera sostenibile. La scelta vegana ha sicuramente degli aspetti positivi per l’ambiente, soprattutto perché richiede meno estensione di terreno per produrre il cibo e necessita di meno acqua. Questo non vuol dire che tutto quello che mangia un vegano sia etico o sostenibile. Diciamo che è una scelta che fa partire avvantaggiati per rispettare l’ambiente.

 

Gli studi citati nell’articolo di Slow Food, più che screditare la dieta vegana, dimostrano che anche chi sceglie una dieta vegetariana può farlo con cura dell’ambiente e, se il consumo è limitato, si può dire la stessa cosa anche di chi consuma carne.

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La seconda riflessione è che un’alimentazione efficace per chi ha cura dell’ambiente non riguardi la tipologia di alimento, ma la provenienza. Il Chilometro Zero e l’autoproduzione sono una buona soluzione dove sia possibile. Per un motivo non scientifico, ma molto umano. Le persone mediamente hanno più cura del loro territorio, di quello che possono vedere con i propri occhi e toccare. Semplicemente procurarci il cibo dai luoghi che abitiamo ci dà la garanzia di poter controllare come è stato prodotto e possiamo capire come ciò incida sull’ambiente e sulla nostra comunità.

 

Sarebbe bello che la cura dell’ambiente si estendesse a tutto il mondo per tutti i cittadini, ma prima che questo accada è più facile che le persone si interessino del loro circondario, di quello che possono guardare a vista d’occhio. D’altronde come si suol dire “lontano dagli occhi lontano dal cuore”, ecco perché credo che per un’agricoltura più sostenibile il primo passo sia quello di riportarla vicino allo sguardo dei consumatori.

 

Si parla spesso di ridistribuzione delle ricchezza, intesa come i soldi, ma ne vogliamo parlare dell’importanza della ridistribuzione dell’agricoltura, della terra e della sovranità alimentare?

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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