Io faccio così #227 – Paraloup: lo spirito della Resistenza in un rifugio di montagna

Borgata Paraloup è un rifugio di montagna nella Valle Stura, a Cuneo. Un luogo dove i partigiani di Giustizia e Libertà hanno fatto la Resistenza e che oggi è rinato grazie alla Fondazione Nuto Revelli Onlus. Oggi la borgata Paraloup è un vivace centro culturale di scambio e di crescita, un sistema integrato di attività turistico-artigianali, agro-pastorali e di proposte culturali-formative, per coinvolgere la comunità locale e creare una rete di condivisione e partecipazione con le altre realtà del territorio.

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Immaginate di vivere come i partigiani. In montagna, da sempre e ovunque luogo di resistenza e liberazione. Immaginate di poterlo fare in Italia, in un luogo in cui davvero i partigiani hanno vissuto e lottato. Poi prendete un biglietto per Cuneo, armatevi di cartina e andate a Rittana nella Valle Stura: lì troverete il Rifugio Paraloup, una borgata a 1.400 metri di altezza formata da una dozzina di baite dove i partigiani si sono riparati per combattere il nazifascismo.

 

 

Luoghi recuperati con innovazione ma anche con attenzione al territorio e al paesaggio, i ruderi della Borgata Paraloup (che significativamente in dialetto piemontese significa “al riparo dai lupi”) sono oggi un rifugio di montagna con tanto di sale per convegni, mostre e un ristorante. Un luogo dove passare uno o più giorni respirando la memoria partigiana di quella banda di Giustizia e Libertà che scelse questo posto come base. Quello della storia della Resistenza, però, non è un espediente di attrazione turistica né tanto meno una memoria sterile, ma è il cuore di questo progetto di recupero del territorio.

 

Il progetto Paraloup, infatti, è nato nel 2006 insieme alla Fondazione Nuto Revelli Onlus, dedicata al partigiano cuneese “testimone del suo tempo e di queste valli”. Poco tempo dopo la nascita della fondazione accade infatti che il regista Teo De Luigi, impegnato a girare un documentario in quella valle, lanci la spinta per il recupero di quelle baite. Spinta che è stata accolta positivamente dai membri della fondazione e che ha trovato aiuto nell’impresario Aldo Barberis e in un gruppo di architetti del Politecnico di Torino.

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“Volevamo recuperare il sito perché è un luogo meraviglioso e perché porta con sé la vocazione di ispirare un ritorno alla montagna che sia consapevole di democrazia e impegno civile”, spiega Beatrice Verri, direttrice della Fondazione Nuto Revelli Onlus. “L’idea è stata quella di non volerne fare un museo o un luogo di memoria vuoto, ma un luogo che potesse innescare un processo di ritorno vero e coniugare memoria e innovazione”.

 

Recuperato con un’architettura leggera e rispettosa del paesaggio, a chilometro zero ed ecosostenibile (ci sono pannelli solari e si è prestata attenzione alla coibentazione degli edifici), il luogo è riuscito così a preservare la sua “aurea magica”: “Grazie ad un’indagine filologica oggi possiamo dire che si mangia esattamente dove mangiavano i partigiani e si dorme dove dormivano i partigiani”.

 

Ma la forza di questo luogo non sta soltanto nella sua storia di Resistenza. Come racconta Beatrice, “questo luogo porta con sé una vocazione molto forte, che appartiene al suo DNA, quasi un genius loci: lo hanno sentito i partigiani quando lo hanno scelto come base per un’Italia libera, lo ha sentito la popolazione (nella memoria locale ci sono tante figure in riferimento al luogo), lo abbiamo sentito noi e lo sentono anche i visitatori quando vengono e spesso tornano nuovamente”.

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La borgata Paraloup è infatti immersa nella Valle Stura ed è anche uno di quei luoghi della memoria della civiltà contadina cuneese, che pure Nuto Revelli aveva documentato. Ed è anche al recupero di questi territori che la Fondazione Nuto Revelli si è dedicata organizzando nel 2011 il primo “Festival Internazionale del ritorno ai luoghi in abbandono”. Il Festival raccoglie varie realtà italiane (l’Unical con il professore Vito Teti, il Movimento di ricostruzione dell’Aquila, il Movimento delle cascine di Milano etc) e ha come tematica principale il riutilizzo dei luoghi abbandonati, che in Italia sono il 70% del territorio nazionale. “Questi luoghi hanno spazi pronti e una vocazione per ospitare dei ritorni, che a volte sono anche delle andate, come nel caso dei migranti che arrivano qui per la prima volta”. E proprio in occasione di questo festival si costituisce la “Rete del ritorno”.

 

Un ritorno che passa necessariamente attraverso la terra, fonte di vita e di lavoro. Non a caso, la Fondazione organizza nel 2017 il convegno internazionale “Facciamo agricoltura” e, nello stesso anno, promuove la scuola dei giovani agricoltori di montagna, portata avanti grazie ad un progetto europeo e alla collaborazione di altre realtà piemontesi: “Abbiamo formato cinque giovani aspiranti agricoltori, nell’ottica che se lo spopolamento è stato un fenomeno violento e incontrollato il ritorno debba essere accompagnato da strumenti utili e su misura del luogo”.

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Un’operazione abbastanza riuscita, se si pensa che nel 2017 Paraloup ha visto “passare” 30.000 persone ed è un rifugio per molti: appassionati di sport invernali, studenti che vengono a visitare il luogo, ricercatori di storia e antropologia, amanti della montagna. E “tutti”, ci dice ancora Beatrice, “lasciano Paraloup con un senso di responsabilità sulle spalle: questa è una spinta in grado di innescare dei cambiamenti ed è la vocazione di questo luogo”.

 

Il progetto Paraloup è solo uno dei modi della Fondazione di volgere l’attenzione alla memoria storica e riattualizzarla. Sono anni, infatti, che lavora sull’archivio di Nuto Revelli, portandolo nelle scuole: “La nostra attenzione è molto forte nei confronti dei giovani, perché certi valori (memoria, relazioni, ascolto) vanno coltivati per creare un dialogo sempre vivo e attivo ed evitare derive, che sembravano remote ma non lo sono più. L’obiettivo, per ora, è continuare a riempire di vita questo posto e sperare che possa essere d’esempio per altri luoghi”.

 

Intervista: Daniel Tarozzi e Paolo Cignini
Riprese e Montaggio: Paolo Cignini

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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