Le aree verdi di città rinascono con gli orti condivisi

Si stanno diffondendo in Italia una molteplicità di progetti di agricoltura urbana che oltre a promuovere modelli di coltivazione e stili alimentari sostenibili favoriscono le relazioni sociali e contribuiscono alla riqualificazione delle aree verdi cittadine, spesso in stato di abbandono e degrado. È il caso, ad esempio, di Fruttorti di Parma, movimento informale ispirato da alcune esperienze estere come le Transition town.

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A Parma da sei anni esiste una realtà che si occupa di valorizzare il territorio della città tramite progetti di agricoltura urbana. Negli spazi verdi comunali si possono trovare frutteti e orti gestiti dai cittadini in maniera libera, chiunque si può prendere cura di uno spazio e raccoglierne i frutti. Questo progetto concretizza i concetti delle “transition town” (città di transizione) che mirano a sviluppare insediamenti umani sostenibili. Oltre a migliorare la qualità dell’ambiente i progetti sono anche utili a formare delle comunità che partecipano alla vita di quartiere in maniera attiva. Di seguito l’intervista a Francesca, fra i fondatori e attivista di Fruttorti di Parma.

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Puoi presentarti e dirci di cosa ti occupi?
Sono Francesca e sono un’attivista di Fruttorti di Parma, la mia formazione è nel campo delle scienze ambientali, della biologia e dell’ecologia con alcune conoscenze informatiche. Mi occupo della divulgazione in ambito di sostenibilità ambientale ed agricoltura urbana.

 

Cos’è Fruttorti di Parma?
È un movimento di cittadini informale, nato nel 2012 con l’idea di valorizzare e prendersi cura delle aree verdi urbane, in particolare portiamo la produzione alimentare nei nostri quartieri. Abbiamo iniziato piantando alberi da frutto e piante aromatiche seguendo dei modelli di agricoltura sostenibile e promuovendo anche le relazioni di quartiere. Le aree verdi così diventano luoghi di aggregazione dove si può iniziare a parlare dell’ambiente e di stili di vita sostenibili. Riconosciamo un grande valore ai luoghi pubblici proprio perché sono accessibili a tutti e rendono questo tipo di attività alla portata delle persone che vivono in città.

 

Quando e come è nato il progetto?
Nel dicembre 2012 con la prima piantumazione, è nato da un gruppo di persone che hanno iniziato a prendere consapevolezza delle principali problematiche del nostro tempo come i cambiamenti climatici, l’impatto ambientale dei moderni sistemi di produzione alimentare e, in generale, la nostra enorme impronta ecologica. Ci siamo incontrati quando Rob Hopkins, fondatore del movimento delle Città di Transizione, è venuto a Parma. Siamo stati ispirati da alcune esperienze estere come la stessa Transition Town ed il Movimento per la Decrescita Felice. Ci siamo poi concentrati sul problema della produzione di cibo perché ci sembrava toccare molti dei problemi legati alla sostenibilità ambientale. L’obiettivo sin dall’inizio era di creare un laboratorio a cielo aperto all’interno della città che fosse un luogo di aggregazione, dove i cittadini potessero incontrarsi e riflettere su come approcciare i temi ambientali imparando allo stesso tempo ad autoprodurre cibo. Così aumenta la resilienza della comunità locale.

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Adesso il progetto quante persone coinvolge?
Il gruppo di attivisti al momento comprende una decina di persone che non si occupano solo degli orti urbani e delle food forest ma organizzano anche eventi di divulgazione, nelle scuole l’anno scorso abbiamo portato gli orti in dieci plessi scolastici. Poi ci sono i cittadini che prendono parte ai progetti, per esempio alla cura e manutenzione della food forest, ai progetti di divulgazione oppure a corsi ed eventi di socializzazione. Infine ci sono tutte le persone che passando scoprono le attività o comunque che frequentano queste aree pubbliche.

 

Chiunque può partecipare ad un progetto e curare un piccolo pezzo di terra? Occorre iscriversi ad una “rete”?
La partecipazione è libera e siamo tutt’oggi un gruppo informale, ci appoggiamo a volte ad associazioni amiche. Chi vuole partecipare ad un’attività deve solo presentarsi nel momento in cui facciamo qualcosa. La cura dell’area può essere fatta da chiunque, il raccolto è condiviso con tutto il quartiere non solo con chi ci lavora, tendiamo a non assegnare pezzi specifici di terra e quindi è un approccio diverso rispetto ad un orto sociale. Solo a volte su pezzi piccoli viene fatto qualche esperimento colturale assegnato ad un gruppetto specifico, ma la filosofia guida è sempre quella della cura comune e condivisa dello spazio pubblico.

 

Fra gli organizzatori vi riunite in appuntamenti fissi per organizzare le attività?
Stiamo cercando di rendere i nostri appuntamenti fissi, ma in realtà ci riuniamo quando c’è necessità. Abbiamo un appuntamento fisso ed è il venerdì pomeriggio quando teniamo un banchetto informativo e divulgativo. Cerchiamo di convogliare lì anche altri appuntamenti ad esempio con persone che vogliono conoscerci. Tutte le attività pratiche e gli eventi organizzati sono poi annunciati tramite la nostra newsletter e la pagina Facebook.

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Si può fare l’orto in tutti gli spazi verdi in città? Servono permessi? Il Comune vi supporta mano tramite progetti o finanziamenti?
A Parma siamo partiti in una situazione di appartenenza dell’area non chiara, nel frattempo il comune ha acquisito la proprietà e noi abbiamo contribuito alla stesura di un regolamento di cittadinanza attiva che prevede diverse forme per la presa in gestione delle aree verdi e immobili da parte dei cittadini. Diciamo che noi abbiamo spinto e contribuito per rendere chiaro e regolamentato questo tipo di attività. Ora il regolamento prevede proprio come possibilità di gestione la food forest grazie al nostro contributo e ad una petizione che ha totalizzato 500 firme in 3 giorni.

 

Il progetto è sempre stato autofinanziato, nel 2017 però il comune ha istituito un bando del Bilancio Partecipato dove ha invitato a presentare delle proposte di progetti che sarebbero stati votati realizzando poi le opere per i dieci progetti migliori. La Picasso Food Forest è rientrata tra i primi, abbiamo chiesto una serie di componenti da aggiungere all’area come cartelli, bacheche, panchine, palestra all’aperto ed il pozzo, per noi molto importante. Per le prime quattro estati abbiamo innaffiato portandoci l’acqua da casa. Oggi il pozzo non c’è ancora ma nel frattempo è stato realizzato l’allacciamento alla rete idrica con una presa dell’acqua.

 

Da dove si comincia per avviare un fruttorto?
Innanzitutto individuando un’area verde sottoutilizzata e informandosi presso il comune su quali opzioni esistono per la presa in gestione di un luogo pubblico, in genere queste opzioni esistono anche se sono poco note. A Parma adesso abbiamo un regolamento specifico e si può fare riferimento a quello, ma in generale è possibile prevedere dei Patti di Collaborazione con le amministrazioni quando si chiedono in gestione dei luoghi pubblici con un progetto che abbia beneficio sociale. Il passo successivo è costituire un gruppo di persone motivato che se ne occupi, perché questi tipi di progetto richiedono un impegno serio e costante.

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Puoi spiegarci qual è per te l’importanza delle Transition Town?
Quello che ci è piaciuto delle Transition Town è che partono dal basso con l’atteggiamento del “fare”, quindi sono esperienze molto pratiche che sperimentano possibili soluzioni volta per volta accrescendo la consapevolezza sulle problematiche. Trovo molto utile questo approccio anche perché contribuisce ad intessere le relazioni sociali in città, con persone consapevoli, attive e informate che creano degli esempi da emulare. La Transition Town infatti ha una gamma di risposte ai problemi molto variegata che si adattano caso per caso.

 

È possibile autoprodurre il cibo in città?
La domanda sulla potenzialità dell’agricoltura urbana se la pongono in tanti, i limiti maggiori derivano da come sono progettate le città al giorno d’oggi. Nonostante ciò esistono realtà urbane dove le famiglie riescono ad autoprodurre l’80% del loro cibo in alcuni paesi. Non è il caso dei paesi occidentali anche se l’agricoltura urbana si sta diffondendo, ma il punto non è solo il quantitativo prodotto, c’è l’aspetto culturale ed educativo: la consapevolezza di come viene prodotto il cibo, la conoscenza del territorio e l’aggregazione sociale sulle tematiche ambientali. Tanti sono gli spazi che potrebbero essere adibiti ma dobbiamo superare la tendenza a preferire il giardino ornamentale ad un giardino produttivo, si può superare l’idea di “disordine” che a volte può dare l’area verde che produce cibo. Anche produrre una piccola percentuale, il 5, il 10 % può innescare un circolo virtuoso. Infine sono tre le valenze principali dell’orto urbano: ambientale, sociale ed economica.

 

Anche nei centri densamente abitati si possono promuovere queste dinamiche incentivando l’agricoltura periurbana, comprando dai produttori locali a Chilometro Zero. Noi a Parma supportiamo un progetto che si chiama MercaTiamo dedicato ai piccoli agricoltori locali biologici, è sostanzialmente un mercato che si svolge due volte a settimana, un circuito di circa 40 produttori basato sul sistema di garanzia partecipata ovvero un sistema di certificazione che si aggiunge a quella ufficiale, basato sulla conoscenza e sulla fiducia reciproca.

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Come reagiscono le persone, soprattutto quelle alla prima esperienza come i bambini, a progetti di questo tipo?
Tra gli adulti una frase che sento è: “Mi si è aperto un nuovo mondo” quando iniziano a conoscere l’agricoltura sostenibile o l’approccio alla coltivazione della food forest, ci sono anche quelli che non capiscono cosa stiamo facendo, Parma è comunque una città agroindustriale in cui è difficile portare avanti alcuni discorsi, qualcosa si muove ma ancora troppo poco.

 

I bambini invece sono molto entusiasti, soprattutto quelli più piccoli delle scuole dell’infanzia ed elementari, è facilissimo coinvolgerli e sono portati naturalmente a giocare con la terra e piantare, si entusiasmano di fronte alle attività all’aria aperta, è facile comunicare con loro, seguono, capiscono e si ricordano. Già alle superiori il coinvolgimento è diverso, spesso i centri d’interesse a quell’età sono altrove, per esempio capita che non vogliano sporcarsi e siano distratti. Crediamo comunque che lavorare con loro sia importante, si possono portare delle esperienze che rimarranno comunque e potranno essere riportate alla memoria quando saranno più grandi.

 

Vuoi dirci qualcosa sulla Picasso Food Forest?
La Picasso Food Forest è un progetto che cerca di imitare il sistema bosco per la produzione di cibo, questo ci aiuta a collegare il soddisfacimento di un bisogno primario con l’osservazione e la comprensione della natura, cosa che di questi tempi non viene fatta. Il passo successivo è comunicare le conoscenze con i nostri lavori di divulgazione. Dobbiamo trovare uno spazio di natura tra il cemento e l’asfalto, questo è il punto. Si tratta di dare la possibilità a persone che di solito non se ne occupano di osservare la natura, le piante, gli insetti e altre cose che di solito in città non si notano. Addirittura gli insetti, considerati prima negativi, visti nella food forest vengono apprezzati e se ne comprende il ruolo.

 

Ultimamente abbiamo pubblicato un articolo scientifico sulla rivista “Urban Forestry & Urban Greening”:  The social and environmental value of public urban food forest: The case study of Picasso Food Forest in Parma, Italy.  Nell’articolo si può trovare la storia del progetto che presenteremo la settimana prossima al World Forum sull’urban forests della FAO che quest’anno si terrà a Mantova. 

 

 

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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