Cooperazione e autosufficienza contro il business dell’accoglienza

Abbiamo intervistato Giovanni Maiolo di RECOSOL, la rete di Comuni italiani che attraverso progetti di cooperazione allo sviluppo costruisce un'alternativa al business dell'accoglienza, che sfrutta i flussi migratori per generare guadagno attraverso lo sfruttamento.

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Proprio in questi giorni ha festeggiato il suo quindicesimo compleanno, ricordando i piccoli ma significativi progetti che hanno sparso semi che stanno germogliando, andando ad affrontare le cause scatenanti della “questione migratoria” laddove – spesso ipocritamente – molti si aspettano che vada risolta: alla sua radice.

 

La Rete dei Comuni Solidali ha infatti un approccio ben diverso da quel business dell’accoglienza che, abilmente celato da battaglie politiche pretestuose, ha messo saldamente le mani su molte delle migliaia di persone che arrivano ogni anni in Italia in fuga dai loro paesi.

business accoglienza 4Ne abbiamo parlato con Giovanni Maiolo, presidente nazionale di RECOSOL, che sarà anche uno dei relatori del FIL – Festival della Felicità Interna Lorda, di cui Italia che Cambia è media partner.

 

Giovanni, come si fa a uscire dalla logica dell’assistenzialismo e fornire un aiuto concreto ed efficace a queste popolazioni?

 

L’unico modo è mettere in campo qualcosa di produttivo e che duri nel tempo. È la sfida più difficile con cui ci confrontiamo. La rete è nata non per fare accoglienza, ma per fare cooperazione allo sviluppo, uscendo dalla logica tradizionale e orientandosi verso la cooperazione decentrata. Abbiamo sempre fatto progetti piccoli, con budget di poche migliaia di euro, importanti però per sensibilizzare le nostre comunità. Il vantaggio intrinseco di questo tipo di intervento è che sfugge dalla logica degli aiuti “a pioggia”, poiché si fonda su azioni concrete, tarate sul contesto locale e costruite assieme alle comunità che ne beneficeranno.

 

Puoi fare qualche esempio?

 

Anni fa in Niger abbiamo fatto alcuni bei progetti che ancora oggi non solo funzionano, ma si stanno anche diffondendo. Uno dei più riusciti è quello degli orti comunitari, nell’ambito del quale abbiamo realizzato un particolare sistema di irrigazione per portare acqua in zone aride; grazie a esso alcune comunità sono riuscite ad avviare coltivazioni di vegetali non solo per la sussistenza, ma anche per il commercio. Questo progetto ha prodotto anche un cambio culturale, poiché gli orti oggi sono gestiti dalle donne, che prima non facevano nulla, mentre adesso sono le figure chiave della vita economica e produttiva. Il progetto ha funzionato così bene che anche le comunità vicine stanno adottando lo stesso sistema. Questo tipo di azioni ha le potenzialità per produrre un cambiamento reale e duraturo, che mette nelle mani delle popolazioni locali gli strumenti per essere padrone del proprio destino. Però questi interventi si possono fare solo lavorando insieme alle comunità locali, lasciando da parte la visione eurocentrica e occidentale e studiando attentamente il contesto in cui si vanno a collocare.

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Qual è stata la risposta dei cittadini dei Comuni coinvolti alle iniziative che avete attuato?

 

C’è ricettività e interesse da parte di una frangia di popolazione, mentre altri rimangono disinteressati e pensano che ciò che è fisicamente lontano da loro non li riguardi. Molti dicono “aiutiamoli a casa loro”, ma poi non lo fanno. Questa mentalità non è giustificabile ma in un certo qual modo è comprensibile: la propaganda gioca molto sulle tensioni sociali ed economiche, ma se guardiamo bene ci accorgiamo che è stata prodotta da chi oggi guadagna consensi criticando il business dell’accoglienza. Che sono poi gli stessi che l’hanno creato. È nato tutto con l’allora ministro Maroni, che considerò emergenziale un fenomeno che in realtà non lo era; adesso si sta ripetendo la stessa storia con il decreto Salvini, che cancella la seconda accoglienza – quella degli SPRAR – favorendo la prima accoglienza dei grandi centri, dove il business dell’immigrazione è più accentuato perché trova terreno fertile. Il problema è che la gente crede a questa propaganda.

 

In che modo le buone pratiche possono contribuire a risolvere le grandi diseguaglianze globali?

 

RECOSOL ha cominciato a gestire due progetti – nonostante avessimo molte più richieste – per provare a dimostrare che l’accoglienza si può fare in maniera etica, attraverso bilanci trasparenti. A Gioiosa Ionica ogni mattina otto migranti insieme a otto operai italiani vanno a fare la pulizia delle strade. Alcuni migranti si sono fermati sul territorio e hanno avuto dei contratti di lavoro, diventando cittadini del paese. Questo è un punto di vista che non viene mai analizzato: se le persone hanno opzioni legali le preferiscono a quelle illegali. Le buone pratiche sono fondamentali, tant’è che stiamo partecipando alla costruzione di SOLIDA, una rete di comuni solidali europea che coinvolgerà trasversalmente i paesi che hanno più a che fare con l’immigrazione. In questo anno siamo andati a conoscerli e a vedere come lavorano con i migranti, abbiamo fatto scambi di buone pratiche e a inizio dicembre la rete verrà ufficialmente costituita. Nell’epoca dei sovranismi è importante avere una visione più ampia e solidale, visto che certi fenomeni non possono essere gestiti in maniera locale.

 

Giovanni Maiolo (a destra) e Domenico Lucano accolgono Gad Le

Giovanni Maiolo (a destra) e Domenico Lucano accolgono Gad Lerner a Riace

Com’è la situazione a Riace – che fa parte della rete dei Comuni solidali – in questo momento?

 

Tutti i migranti stanno per essere trasferiti per decisione del ministero dell’interno. In questo modo una comunità che era rinata grazie alle politiche di accoglienza subirà un contraccolpo dal punto di vista demografico, sociale ed economico. L’idea che il sindaco Lucano aveva lanciato e che anche noi proveremo a realizzare è quella dell’autsufficienza: a Riace sono nate tante botteghe solidali – in cui lavorano insieme migranti e riacesi – che fanno produzione e vendita e questo garantirebbe un budget per autofinanziare le politiche di accoglienza. Adesso l’attenzione e le raccolte fondi permettono di avere delle entrate e queste entrate vanno sfruttate per creare un sistema che si autosostenga.

 

Cosa ti aspetti dal FIL?

 

È la prima volta che partecipo e quando sono stato contattato ho subito pensato che fosse una figata un festival sulla felicità! La tematica di cui ci occupiamo – l’immigrazione – spesso è caratterizzata da storie tragiche, sofferenza, separazioni, morte. Mi è subito venuta in mente quell’edizione del Riace Film Festival che decidemmo di dedicare alla felicità: fu bellissimo, ci vuole una botta di felicità ogni tanto! Vorrei raccontare l’esperienza della RECOSOL anche per far capire che esistono azioni piccole e concrete che possono cambiare davvero la vita delle persone. Io ho fatto politica per anni, ma non sono mai riuscito a incidere sulla realtà. Oggi invece con RECOSOL riusciamo a produrre qualcosa di concreto: magari non cambiamo i massimi sistemi, ma vita delle persone… quella sì!

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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