Democrazia diretta vs voto informato: qual è la soluzione migliore alla crisi democratica?

È ormai evidente come a livello globale la democrazia rappresentativa stia vivendo una profonda crisi. Che fare, dunque? Tra le soluzioni di cui si discute due appaiono particolarmente in voga: democrazia diretta, che si propone come un nuovo modello di governance, e voto informato, che è in effetti uno strumento. Analizzare entrambe le proposte e capirne punti di forza e criticità ci può aiutare a capire perché la democrazia rappresentativa è andata in crisi e come ne possiamo uscire.

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Partiamo dall’ovvio: c’è qualcosa nella nostra democrazia che ha smesso di funzionare. Su questo ormai concordano tutti, dai politologi, ai sociologi, ai politici, agli opinionisti, al barista sotto casa mia. Tuttavia, se tutti sono in grado di percepire che qualcosa non va, in pochi hanno colto l’aspetto profondo della crisi democratica che stiamo attraversando: non può essere un caso se nessuna democrazia al mondo sta prendendo misure adeguate a fronteggiare l’enorme crisi ambientale e sociale che stiamo attraversando, né si può trattare di un deficit legato ad una particolare classe dirigente o un certo tipo di elettorato.

 

Ciononostante il dibattito sull’argomento rimane ad un livello molto superficiale e parziale, al pari delle soluzioni che vengono di volta in volta paventate. In questo articolo proveremo ad analizzare due proposte particolarmente in voga, che incarnano due tendenze opposte presenti nella nostra società. E poi ci spingeremo un po’ oltre. Ma un passo per volta.

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Le analisi del perché la nostra democrazia stia attraversando un periodo decisamente buio a livello globale, dicevamo, sono molto diverse fra loro. Tuttavia nel dibattito pubblico la maggior parte di esse ruotano attorno a due concetti: 1. La democrazia è in crisi perché non c’è più fiducia verso la classe politica (“i politici sono tutti corrotti, ladri”, ecc.); 2. La democrazia è in crisi perché le persone non hanno un livello culturale sufficiente per prendere le decisioni giuste (“la gente non capisce niente”).

 

Le due analisi colgono alcuni aspetti critici del modello democratico attuale e all’incirca coincidono con i due approcci politici antitetici che si stanno configurando, in Italia e nel mondo, come le fazioni che più ancora di destra e sinistra caratterizzano il panorama politico contemporaneo: le forze “populiste” e quelle “di sistema”.

 

Da analisi differenti derivano soluzioni differenti. Chi individua il limite maggiore nell’attuale modello nello scollamento fra base elettorale ed élite politica, fra rappresentati e rappresentanti, propone soluzioni che cercano di eliminare l’intermediazione, come la democrazia diretta; chi invece ritiene che il problema intrinseco sia il gap informativo dell’elettorato è fautore di proposte che spingano l’elettore ad acquisire maggiori informazioni, tipo il voto informato.

 

Per correttezza va precisato che quello del voto informato è un semplice strumento, mentre la democrazia diretta si propone come modello di governance, quindi il paragone non è molto corretto tecnicamente. Ma analizzare entrambe le proposte e capirne punti di forza e criticità ci può aiutare a capire perché la democrazia rappresentativa è andata in crisi e come ne possiamo uscire.

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Democrazia diretta

L’idea di democrazia diretta è vecchia quanto quella di democrazia. Tuttavia ha ripreso vigore con lo sviluppo dell’Internet 2.0 e la possibilità tecnica fornita da questo di raccogliere in tempo reale i pareri di milioni di persone con costi infrastrutturali bassi. La sua applicazione può essere nella forma pura, in cui sostituisce le forme di rappresentanza, oppure spuria, in cui le affianca in un’ottica di redistribuzione del potere legislativo. In quest’ultimo caso si può parlare di democrazia semi-diretta o democrazia diretta moderna.

 

La proposta della democrazia diretta deriva, come accennavamo, da una constatazione corretta: esiste uno scollamento crescente fra elettorato e classe politica. I partiti, in primis quelli tradizionali, attraversano una crisi d’identità senza precedenti e sembrano aver abdicato al compito di ascoltare le masse di popolazione scontenta e insoddisfatta, adottando spesso atteggiamenti elitari.

 

Se il problema sono i rappresentanti, perché non abolirli? In effetti, se è vero – come recita la nostra costituzione – che la sovranità appartiene al popolo, perché oggi che il popolo ha la possibilità tecnica di esercitarla in maniera diretta e senza intermediazioni non dovremmo consentirglielo?

 

In realtà c’è un perché. Il grosso limite della democrazia diretta è che attribuisce a tutti la facoltà di prendere le decisioni senza preoccuparsi di fornire gli strumenti adatti per prenderle. Non è un caso che alcune fra le decisioni più controverse degli ultimi anni siano state prese proprio attraverso lo strumento “principe” della democrazia diretta, il referendum. Pensiamo al referendum sulla brexit e a quello costituzionale: aldilà della decisione in sé, un dato emerso in entrambi i casi era la scarsa conoscenza del tema da parte dei votanti, che in assenza di analisi chiare si affidavano fideisticamente alla propria fazione. Salvo poi ritrovarsi ad affrontare situazioni del tutto impreviste. Il caso della brexit è particolarmente sintomatico: un paese che ha espresso una preferenza con un voto “di pancia” si ritrova oggi a dover prendere decisioni che la stragrande maggioranza dell’elettorato non aveva minimamente preso in considerazione al momento della votazione. Tant’è che stando agli ultimi sondaggi le opinioni degli inglesi a riguardo sarebbero cambiate notevolmente e c’è già chi ventila l’ipotesi di un nuovo referendum.

 

È democratico esprimerci tutti su tutto, comprese questioni di cui non sappiamo niente o in cui le conseguenze delle decisioni non ricadono su di noi? È giusto che il mio voto su una questione che non mi interessa conti quanto quello di una persona per cui la stessa questione rappresenta una priorità?

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Il problema di base della democrazia diretta è che concentra tutti i suoi sforzi sull’aspetto meno rilevante di una democrazia: il voto. Mentre la democrazia sta nella qualità del processo che mettiamo in piedi prima del voto molto più che nel voto stesso. Provare a risolvere la crisi della democrazia rappresentativa con la democrazia diretta somiglia un po’ a cercare di migliorare il proprio andamento scolastico cambiando il modo in cui i professori ci assegnano i voti.

 

Come già nel 1997 Stefano Rodotà nel suo “Tecnopolitica” affermava che “le nuove tecnologie rendono possibile un voto sempre più facile, rapido e frequente; bisogna fare attenzione però nel non ridurre la democrazia diretta ad un mero processo di ratifica, con gli individui capaci solo di accettare o rifiutare una proposta, senza entrare nel merito dell fase preparatoria della decisione; si finirebbe così nella democrazia referendaria, o persino plebiscitaria.” Col rischio di togliere potere ai cittadini, piuttosto che conferirgliene, rendendoli più facilmente assoggettabili e influenzabili da opinion leader e forze eteronome.

 

In un periodo storico in cui ci sono decisioni da prendere importantissime ed improrogabili – spesso anche impopolari – che riguardano tutto il genere umano, lo strumento della democrazia diretta sembra inadeguato, forse persino peggiorativo della situazione attuale.

 

Voto informato

L’idea del voto informato o voto ponderato nasce proprio per mettere a riparo il voto democratico da decisioni poco informate. L’idea di base è semplice: il diritto di voto non appartiene a tutti indiscriminatamente, o almeno non a tutti in modo uguale, ma va in qualche modo “meritato”. Esistono varie versioni di questa idea relativamente recente, che sta circolando con sempre maggiore insistenza. Una delle prime, diffusa nel 2016 da un giornalista statunitense sul Washington Post prevede che il diritto di voto sia successivo al superamento di una specie di quiz di educazione civica a cui tutti gli elettori dovrebbero sottoporsi.

 

In una seconda versione, un po’ più elaborata, l’economista Dambisa Moyo propone che il test iniziale non pregiudichi il diritto di voto ma gli dia un peso differente: più l’elettore è esperto sul tema su cui ci si esprime, più il suo voto avrà un peso relativo maggiore.

 

Come nel caso della democrazia diretta, anche qui la soluzione sembra ad una prima analisi appropriata a risolvere il problema che si propone di affrontare: se gli elettori sono poco consapevoli, obbligarli ad affrontare un test li spingerà ad informarsi più a fondo e in definitiva a prendere decisioni migliori.

 

Ma come alcuni di voi sospetteranno già, anche in questo caso c’è la fregatura. Innanzitutto un maggior approfondimento di una tematica non porta quasi mai l’elettore a cambiare la sua posizione, ma piuttosto la rafforza. Questo avviene per via del modo in cui prendiamo le nostre decisioni: molti studi psicologici mostrano come le nostre decisioni siano frutto di fattori istintuali e irrazionali come l’effetto framing e altri meccanismi inconsci. In parole povere prima prendiamo la decisione seguendo la “pancia” e solo in seguito raccogliamo le informazioni che ci servono per confermare la scelta fatta, aiutati dal potentissimo bias di conferma che ci aiuta a selezionare accuratamente le informazioni che rafforzano le nostre convinzioni ed evitare le altre.

 

Quindi incentivare l’elettorato ad informarsi non avrebbe probabilmente alcun effetto nello spostare i pareri degli elettori, che selezionerebbero informazioni coerenti con la loro decisione già presa in partenza. Tuttavia avrebbe il probabile effetto di privilegiare la fascia sociale con il livello culturale più elevato, dato che pur con tutta la buona volontà del caso sarebbe comunque difficile per l’elettore “ignorante” colmare il gap esistente. Ma siamo sicuri che questo migliorerebbe la situazione?

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Se la democrazia diretta provava a migliorare le prestazioni degli studenti agendo sul modo in cui i professori assegnano i voti, con il voto informato stiamo cercando di migliorare il livello di una scuola impedendo ai bambini meno intelligenti o preparati di accedervi. Stiamo parlando di privilegiare una classe sociale rispetto ad un’altra, dato che a diversi livelli di cultura corrispondono diversi status economici. Questo, a parte i legittimi dubbi etici, porterebbe all’inasprimento del conflitto sociale e aumenterebbe il malcontento di un popolo che non si sente rappresentato, con conseguenze imprevedibili. Ora, tutti questi sconvolgimenti sarebbero forse accettabili se garantissero perlomeno decisioni migliori. Ma è così?

 

Pensiamo all’operato dei cosiddetti governi tecnici: se una maggiore conoscenza fosse garanzia di decisioni migliori i governi tecnici dovrebbero essere in grado di prendere decisioni e ottenere risultati migliori dei governi politici. Ma ciò non avviene quasi mai. Anzi, come illustra fra gli altri David Van Reybrouck nel suo interessante saggio “Contro le elezioni”, spesso gruppi di persone estratte a caso fra la popolazione, con il supporto e gli strumenti adeguati a disposizione, sono in grado di prendere decisioni più stabili e adeguate rispetto ad un gruppo di esperti.

 

Quindi?

 

Abbiamo visto come in modo diverso sia la democrazia diretta che lo strumento del voto informato non siano utili a migliorare la situazione e falliscano clamorosamente il loro intento: la democrazia diretta non dà maggior potere al popolo, piuttosto lo rende più manipolabile e assoggettato; il voto informato non fa prendere decisioni migliori e inasprisce il conflitto sociale.

 

Quindi che possiamo fare? È il caso di disperarsi e invocare la prima dittatura disponibile, l’invasione aliena, l’impatto del meteorite o dei raggi cosmici? Tutte soluzioni interessanti. Tuttavia esistono anche possibilità un po’ meno drastiche e più forse soddisfacenti.

 

Tanto la democrazia diretta quanto il voto informato, sebbene siano per molti versi soluzioni antitetiche, danno per scontati gli assiomi del sistema attuale e quindi falliscono nel cercare di ottenere un risultato trasformativo. Per ottenere risultati diversi è necessario andare molto più a fondo e cambiare la forma della “stanza” in cui ci muoviamo e le regole non scritte di questo gioco che chiamiamo democrazia. Per fortuna un bel pezzo di lavoro è già stato fatto e non partiamo da zero. Esistono vari modelli di governance pensati per prendere decisioni più stabili, complesse, e capaci di tenere in considerazione tutti gli elementi del sistema in cui ci muoviamo, come ad esempio la Sociocrazia 3.0 e la Democrazia deliberativa.

 

Curiosi? Temo che dovrete aspettare la prossima puntata, perché l’attenzione del lettore online, si sa, è ballerina, ed io ho già sforato il numero massimo di lunghezza consigliata per un articolo.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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