Jacopo Fo: “Si cambia solo con la cooperazione”

Unione, collaborazione e professionismo. Ecco cosa serve per cambiare veramente le cose. È quanto afferma Jacopo Fo che abbiamo intervistato, partendo da una riflessione sulla rivoluzione del '68 che, pur avendo coinvolto una vasta parte della società civile, non è riuscita a raggiungere pienamente gli scopi ai quali ambiva.

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Ecco la seconda parte della nostra intervista a Jacopo Fo, realizzata qualche settimana fa alla Libera Università di Alcatraz (PG). Siamo partiti da una riflessione sul ‘68 e in particolare sul perché rivoluzioni di così ampia portata non siano riuscite a raggiungere pienamente gli scopi a cui ambivano, interrogandoci in seguito su cosa potremmo imparare oggi dalla storia per non ripetere ciclicamente gli stessi errori.

 

Non è un caso se l’abbiamo chiesto proprio a Jacopo: ex sessantottino, tuttora impegnatissimo nella “rivoluzione culturale” dei giorni nostri. Ne è venuta fuori una preziosa riflessione su cosa andrebbe fatto al giorno d’oggi per realizzare una vera rivoluzione, tanto sul piano culturale che su quello materiale.

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Cosa dovremmo evitare di fare rispetto a quanto avete fatto voi nel ‘68 per cambiare davvero le cose?
Ciò che è mancata nel ‘68 e negli anni successivi è stata la concretezza. Noi a un certo punto abbiamo avuto Carlo Petrini, che poi ha fondato Slow Food, che ci ha mostrato quello che avremmo potuto fare, ma che non si è voluto fare. Lui a Bra fece un supermercato, che era sostanzialmente un grande Gruppo di Acquisto Solidale, gestito dai pensionati. Aveva una radio, una libreria, tutto un sistema economico che permetteva l’esistenza dei GAS. Quindi sarebbero potuti partire in tutta Italia già dagli anni ‘70, ma non ci pensava nessuno. Oggi si dice che noi abbiamo 3-4 milioni di oppositori radicali: se solo 100.000 consociassero assicurazione, auto, cellulare, banca, oltre la spesa di frutta e verdura, sarebbe una rivoluzione! Perché oggi i consumatori controllano il mercato e il mercato comanda.

 

Abbiamo Alex Zanotelli che ci ha spiegato che votiamo ogni volta che facciamo la spesa e tanta altra gente lo dice, ma poi queste stesse persone non si consociano tra loro, la consociazione è solo a livello locale sulla verdura, la frutta, magari un buon sapone, i calzini. Ma perché non riusciamo ad includere tutti i prodotti che consumiamo? Perché il movimento è così diviso? Perché abbiamo 5/10.000 siti web che complessivamente fanno più traffico del Corriere della Sera, ma quest’ultimo ogni giorno raccoglie decine di migliaia di euro di pubblicità e noi invece siamo sempre in difficoltà anche solo per poter mettere su un evento culturale ogni tanto? Perché non c’è un gruppo di gente che si organizza per ottenere i finanziamenti europei e quelli delle fondazioni, etc.? Anche lì, sono fiumi di denaro che nessuno prende.

 

Qui [ad Alcatraz, ndr] all’ultimo corso di teatro ho cercato di esortare i ragazzi partecipanti, alcuni membri di piccole compagnie teatrali locali, ad organizzarsi, ad imparare a fare le domande per i finanziamenti europei, ma quasi tutti hanno risposto che è impossibile.

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È davvero impossibile?

C’è questo vizio di pensare che non ci sia possibilità, di pensare che sia tutto malvagio, invece ci sono cose che se vai a chiederle… come in un posto meraviglioso: il Parco La Fenice di Padova, un gruppo di boy scout, senza soldi e nessun santo in paradiso, 17 anni fa, decise di pulire una discarica, poi ha chiesto al Comune un piccolo contributo per piantare degli alberi, in seguito ha fatto una domanda europea per una piccola foresteria e dei corsi coi bambini delle scuole. Hanno creato una struttura che ha parecchi posti letto, bar, ristorante, spazi per l’insegnamento di competenze rivolte alle nuove tecnologie. Hanno fatto formazione a idraulici e elettricisti per insegnare ad imbragarsi in sicurezza per evitare incidenti quando installano i pannelli fotovoltaici sui tetti, ospitano 400 gite scolastiche all’anno, hanno 20 dipendenti.

 

Cosa pensi dell’attuale situazione politica italiana?
Adesso si piange e si urla perché c’è Salvini, ma Salvini in realtà deve solo ringraziare il movimento progressista italiano perché è un movimento parolaio, un movimento di rissa, un movimento ideologico, un movimento che ha paura dei soldi, ha paura delle istituzioni, ha paura di confrontarsi, in poche parole ha paura di cambiare la realtà! Salvini è una nostra creatura: è frutto di decenni di mancata iniziativa politica vera, di gente che si bea perché legge dei bei libri, perché fa dei bei discorsi…

 

L’unica opposizione è che si vota ogni volta che si fa la spesa, ma ognuno vuole fare la spesa per i fatti propri (aggiunge in tono ironico, ndr): “L’automobile non possiamo comprarla insieme perché è un prodotto cattivo, il cellulare non si può, non si può andare tutti assieme a trattare con la banca, la banca è roba cattiva”, quindi alla fine lasci il sistema com’è! Perché? Perché compri soltanto la frutta e la verdura e il grembiulino fatto di canapa del commercio solidale, il che è grandioso, per carità, ci mancherebbe, ma se ti fermi lì sei finito!

 

Poi cerchiamo di vedere l’errore nell’altro: “Quello è cattolico, quello lì è comunista, quell’altro è socialista, non mi va bene questo, ha detto una parola ideologicamente inaccettabile”, etc, etc, etc. Non c’è nessun potere che ci tiene fermi, non siamo sotto l’attacco di un potere grandioso, siamo sotto attacco da parte della nostra stupidità.

 

Sinceramente ho girato gli ultimi anni per una serie di incontri ma non ho visto qualcuno che abbia voglia di far delle cose, ho visto molta gente che ha voglia di far bella figura a discutere.

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Però ci sono anche tante persone che le cose le fanno, come tu stesso hai ammesso brevemente prima, le persone che raccontiamo in Italia Che Cambia…
Però sono isolati mediaticamente ed è una cosa incredibile. Ma certo, voi ed anche noi cerchiamo di raccontare queste realtà con People for Planet dove stiamo cercando di raccontare l’Italia positiva. Nei posti più disgraziati trovi delle persone straordinarie, ma non sono organizzazioni politiche, non fanno parte di vasti gruppi: sono quelle cinque amiche, quel prete e quel professore universitario o di scuola, che portano avanti delle azioni individualmente che non vengono neanche raccontate da chi avrebbe tutti i mezzi per farlo.

 

Riassumendo, quali sono secondo te le azioni da compiere per instaurare una vera rivoluzione?
Secondo me bisognerebbe fare un sistema di connessione di tutta l’informazione, diciamo “alternativa, democratica, pacifista”. Bisognerebbe creare un Gruppo d’Acquisto su tutti i prodotti a livello nazionale e poi bisognerebbe creare un gruppo di lavoro formato da professionisti per aiutare tutti i gruppi culturali a fare le domande per i finanziamenti EU o per le fondazioni, etc. Queste semplici cose permetterebbero di avere molti più mezzi per alleggerire situazioni drammatiche che ci sono in Italia, permetterebbero di fare tutta una serie di operazioni, di sfruttare delle vittorie che abbiamo avuto anche grazie al ‘68.

 

Queste azioni potrebbero potenziare i gruppi già esistenti facendo un lavoro concreto come fa Italia che Cambia, come il movimento della transizione, cioè tutte quelle realtà che hanno messo concretezza al nostro presente. Se ci fosse un’unione maggiore, una collaborazione e del professionismo. Servono le persone che non facciano le cose come volontarie, ma che le facciano tutti i giorni, in modo da avere uno stipendio con cui vivere decentemente, altrimenti non abbiamo la forza di opporci a qualche milione di professionisti che dedicano la loro vita al male, allo sfruttamento, all’imbroglio, etc.

 

Il vero cambiamento si otterrà quando centomila italiani vorranno consociarsi sulle loro spese importanti, dimostrando che si risparmia e si ottengono grandi benefici per tutti. Dopotutto quello dei GAS è un meccanismo che è nato in Italia.

 

Oggi noi possiamo migliorare la qualità di vita di milioni di Italiani con la cooperazione. Questa è l’unica cosa che possiamo fare per essere davvero incisivi. È l’unica cosa credibile, che può essere capita dalla gente e che può allargare il discorso a milioni di Italiani.

 

Leggi la prima parte dell’intervista

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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