Azzardopatia: come smettere di giocare d’azzardo

Oltre che una piaga sociale, il gioco d'azzardo è una malattia dalla quale si può guarire, con un adeguato supporto e intraprendendo un opportuno percorso di cambiamento. Lo dimostrano le storie raccolte nel libro “Azzardopatia”, scritto da Fabio Pellerano che fornisce consigli e illustra strategie vincenti per smettere di giocare d'azzardo.

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azzardopatia-smettere-di-giocare-d-azzardoSmettere di giocare d’azzardo non è facile, perché non si tratta di un vizio, di una cattiva abitudine, ma di una malattia, che come tale richiede una cura specifica, dai risultati non sempre certi. Eppure molti giocatori d’azzardo patologici un po’ alla volta sono riusciti a superare le difficoltà e a vivere meglio, senza più provare sempre quel desiderio incontrollabile di recarsi alla slot sotto casa, comprare un biglietto del Gratta e Vinci, scommettere sul campionato di calcio.  È dalle loro storie che nasce il libro “Azzardopatia. Smettere di di giocare d’azzardo” scritto da Fabio Pellerano, che abbiamo intervistato.

 

Questo libro nasce quindi grazie a loro: leggendolo si incontrano le loro storie, ma anche le strategie che hanno adottato per smettere. Si illustrano i percorsi vincenti già sperimentati; si spiega come gestire le ricadute; si offre un sistema per monitorare i progressi e pianificare i passi. Molto importante: si offrono consigli e supporto anche ai familiari, che sono chiamati a incontrare un mondo molto complesso e spesso contraddittorio. Un libro che può risultare molto utile anche agli addetti ai lavori o a chi si interessa al fenomeno del gioco d’azzardo per la sua connotazione di nuova piaga sociale.

 

Caro Fabio, il gioco d’azzardo è diventato molto di attualità ultimamente. Da un lato si denunciano le conseguenze (in particolare la dipendenza creata dalle macchinette), dall’altro in moltissimi bar si viene quasi “invitati” a giocare… Puoi aiutarci a fare il punto della situazione su questo spinoso tema?
Il gioco d’azzardo, come molte attività “rischiose”, è praticato dalla notte dei tempi. Sfidare la fortuna e guadagnarci qualcosa, a volte moltissimo, rappresenta un sogno per molte persone che vivono faticosamente la loro realtà perché il denaro è al centro della nostra esistenza. Se esiste un modo veloce e facile di ottenerlo, perché non provarci? Peccato che in realtà sia molto facile giocarci, ma le probabilità di vincita siano bassissime, nell’ordine di 1 su milioni di vincere la cifra maggiore.

 

Trattandosi inoltre di un’attività legale, molti cittadini si domandano come possa uno Stato accettare che almeno 500mila persone si ammalino di gioco d’azzardo. Di queste molte poche chiedono aiuto e chi soffre principalmente è il nucleo familiare e amicale intorno al giocatore. Senza dimenticare l’illegalità che ne nasce, come usura e altri atti delinquenziali volti a recuperare il denaro necessario a continuare a giocare. In definitiva si tratta di una dipendenza e non basta la buona volontà per smettere.

 

Tu hai scritto un libro che si chiama Azzardopatia. Cosa intendi esattamente con questo termine?
Il libro aveva come titolo provvisorio: Non è facile smettere di giocare d’azzardo che voleva sottolineare la complessità del problema ma anche dire che si può smettere. In effetti risultava troppo lungo, così con la casa editrice si è scelto di usare il termine azzardopatia, che rende molto bene qual è il problema. Ci si ammala perché si gioca d’azzardo, in contrapposizione alla parola ludopatia, che viene usata molto spesso ma che indica in maniera erronea la malattia del gioco senza entrare nello specifico. Dal mio punto di vista non ci si ammala perché si gioca, ma ci si ammala perché si azzarda, mettendo del denaro in palio. Quanti sviluppano una malattia giocando a nascondino o ai tanti giochi da tavolo?

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Di cosa parla il libro?

Il libro è rivolto ai giocatori che vogliono smettere e ai familiari che vogliono capire meglio il fenomeno ed aiutare un loro congiunto. Accompagna le persone in un percorso di cambiamento spiegando e proponendo delle riflessioni e delle attività che dovrebbero, nel tempo, aiutarli a smettere. Si tratta di proposte sperimentate in questi anni nel mio lavoro quotidiano ed ho selezionato le strategie che funzionano bene, quelle che funzionano così così e quelle che invece non funzionano. Il giocatore può giovarsi di questo supporto per avere già una mappa del terreno in cui dovrà muoversi per smettere di giocare d’azzardo. Invece di vagare senza una meta, potrà avvalersi di questo strumento per raggiungere prima il suo obiettivo. Nel libro propongo anche la visione di film, la lettura di libri, la scrittura di sé, la condivisione con gli altri. Rappresenta, per chi poi volesse ulteriormente approfondire il discorso, il primo passo per poi rivolgersi agli specialisti del pubblico e del privato. Il gioco d’azzardo è la punta dell’iceberg di un problema più profondo. Il libro aiuta a far calare la febbre, ma occorre per alcuni lavorare anche su cosa l’ha causata.

 

Cosa ti ha spinto a scriverlo?
Ho sempre immaginato che ci siano persone che smettono di giocare d’azzardo senza l’aiuto di nessuno, un po’ come quelli che smettono di fumare. Inoltre i familiari non sanno molto del problema e spesso lo hanno tollerato per anni, senza dargli molta importanza perché le cose ancora non erano degenerate. Così ho messo insieme le mie conoscenze, legate anche all’esperienza di altri operatori, e le mie sperimentazioni ed ho pensato a quale potesse essere il modo migliore di aiutarle. Un libro poteva essere un buon strumento, anche se i tempi moderni suggeriscono anche altri canali.

 

Parlaci di te. Come mai sei “esperto” di questi temi?
Lavoro come educatore professionale da oltre dieci anni in un Servizio per le Dipendenze di Torino, ma non sono un dipendente pubblico e lì ho iniziato ad occuparmi di questi temi. Essendo una persona curiosa ho iniziato a leggere e sperimentare, collaborando con altri colleghi come medici, assistenti sociali e psicologi, a come aiutare meglio le persone a smettere. Negli anni ho accumulato una discreta esperienza che mi ha aiutato a pensare e scrivere il libro. Essendo un amante della lettura e della scrittura, mi è sembrata una cosa naturale mettere nero su bianco un percorso che facilitasse le persone nel loro cambiamento. Come educatore professionale credo molto nelle possibilità che ognuno di noi ha di cambiare e quando incontri qualcuno che ti indica la strada si fa un po’ meno fatica.

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L’azzardopatia, come le problematiche inerenti la sessualità, sono una sorta di tabù in Italia?
L’azzardopatia o gioco d’azzardo patologico è una malattia riconosciuta nel nostro paese ma si fa molta difficoltà ad accettarla perché è “colpa” della persona se si ammala. C’è tutto un movimento culturale che dice che le persone non sono state mica obbligate a giocare, per cui sono loro e solo loro responsabili di quello che gli è capitato. Si tratta di un modo di leggere le vicende delle persone a mio modo di vedere superficiale. A nessun giocatore fa piacere essere diventato patologico, ma non riescono a smettere. Cosa fare con queste persone che incontrano mille difficoltà e provano vergogna a confessare il loro problema? Non tutti riescono a chiedere aiuto e spesso lo fanno i familiari per loro, che sono molto arrabbiati e anche loro provano vergogna e senso di colpa per quello che la loro famiglia sta attraversando. Sono problemi che nascono dalle vulnerabilità individuali e che non fa piacere a nessuno raccontare, ma se non se ne parla, se tutto rimane nascosto, come si possono affrontare e superare questi problemi? La cultura, i Servizi, le persone che raccontano la loro storia sono una via per far emergere il problema, per poterne parlare in maniera equilibrata anche se la posta in gioco è molto alta. Parliamo di miliardi di euro che vanno nelle tasche dello Stato e delle società private che gestiscono il gioco. Si capisce che sarebbe meglio non parlare di certi argomenti…

 

Cosa possiamo fare per rompere questi tabù?
É importante imparare a riconoscere i segni che ogni giocatore mostra quando eccede. Se le persone imparassero a vederli potrebbero dire o fare qualcosa piuttosto che non assistere impotenti all’autodistruzione di qualcuno a cui vogliono bene. Poi ci sono delle precise responsabilità politiche, sia regionali che nazionali, per cui ogni cittadino può scegliere quale linea politica condividere a seconda di come vede il gioco d’azzardo. Esiste anche l’impegno personale in tante associazione e gruppi che vogliono che il gioco d’azzardo diminuisca o venga eliminato. Partecipare agli incontri pubblici che le amministrazioni comunali, i Servizi sanitari e le associazioni organizzano rappresenta un ulteriore momento per fare cultura e sostenere la loro azione.

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Nel libro affronti anche il tema dei famigliari della persona con questo “problema”. Ovvero?
Consiglio al familiare cosa fare e dire e cosa non fare e cosa non dire al giocatore per meglio aiutarlo. Inoltre offro una serie di informazioni in modo che capisca in che mondo vive il il suo familiare. Una cosa che capita è quella che al giocatore non vengono dati più soldi, ma alla prima occasione viene mandato a pagare una bolletta. Secondo te dove vanno a finire i soldi? Oppure i familiari si offrono di pagare tutti i debiti, in modo che si possa ripartire da zero. Secondo te quando dura questo periodo senza debiti? Malgrado non sia facile da fare, occorre non pagare i debiti, se non quelli che prevedono reati penali, e occorre rivolgersi a degli specialisti, come anche avvocati o commercialisti, che possono offrire delle informazioni per meglio tutelare il patrimonio o quello che resta.

 

Troppo spesso nelle famiglia non esiste una gestione del denaro. Si guarda quanto si ha in banca e si procede, ma una corretta gestione del denaro prevede, per esempio, che vengano segnate le uscite e le entrate del mese e poi fatta la somma, in modo da sapere quanto si spende per il cibo, per la benzina, per l’abbigliamento e via dicendo. Quante famiglie “normali” lo fanno? Occorre poi fare una profonda riflessione su come viene vissuto in denaro in casa e quale significato gli viene dato. Essendo centrale nella vita di ognuno di noi, non è un caso che qualcuno offra delle scorciatoie per averne molto e anche se si tratta di una grande illusione, i più vulnerabili emotivamente rischiano di cascarci. In appendice al libro ho anche inserito l’elenco dei Servizi pubblici e privati a cui rivolgersi, compresi i Giocatori Anonimi.

 

Cosa pensi del modo in cui i media trattano l’argomento?
I media hanno delle precise responsabilità nel veicolare informazioni. Purtroppo i giornali raccontano le grandi vincite oppure le tragedie legate al gioco d’azzardo, come quando qualcuno si toglie la vita oppure fa una rapina in banca. Se parliamo poi della pubblicità vediamo solo gli aspetti positivi come la facile vincita, le belle donne e la bella vita, per cui un messaggio del tutto fuorviante. Alla fine dello spot però ti ricorda che il gioco è vietato ai minorenni e che può provocare dipendenza! Infine ci sono anche i film, che con il loro linguaggio raccontano una storia che spesso è gloriosa e rovinosa, non facendo altro che alimentare quell’aura di grandiosità che molti giocatori d’azzardo ricercano. Molti messaggi passano ormai sui dispositivi elettronici, per cui anche i non giocatori possono diventare bersaglio di messaggi invadenti che invitano a entrare in qualche poker room, con un bonus d’ingresso ovviamente.

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E i politici?

La politica ha permesso l’espandersi capillare delle opportunità. In Italia il gioco d’azzardo è regolamentato da precise normative, che consentono alle società private, in regime di Concessione, di gestire le varie tipologie. Fino ai primi anni ’90 le opportunità di gioco erano relativamente poche: Casinò, ippica, Totocalcio e Totip, Lotto, Lotteria Italia con altre lotterie locali. Lo Stato calmierava la sua espansione finché è stato deciso di usarla come leva fiscale per le entrate tributarie. Da allora ogni Governo ha introdotto uno o più giochi sempre con lo stesso scopo: fare cassa. Nel 2018 il volume di gioco ha superato i 100 miliardi di euro. All’erario sono andati oltre 10 miliardi e qualcosa di meno alle Concessionarie. Nel 2004 si erano invece giocati quasi 26 miliardi e lo Stato ne incassò oltre 7. Si capisce subito che gli incassi dello Stato non sono stati affatto proporzionali perché alcuni giochi sono molto tassati, come il Lotto, mentre altri lo sono pochissimo, come quello online, Ne deriva che la politica ha prima creato un mercato e poi lo ha consegnato ai privati, che ora non vogliono più farne a meno. Non tutti sanno che Lottomatica, ormai una multinazionale, è di proprietà della De Agostini e che molte società hanno sede a Malta o in paradisi fiscali.

 

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Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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