Con-correre: farsi la guerra o correre insieme?

In questo nuovo pizzino delle Galline Felici, gli animatori del progetto siciliano riflettono sul significato della concorrenza: è possibile trovare un equilibrio fra economia solidale, crescita, sostenibilità economica e ambientale, competizione? Ecco il loro pensiero, maturato anche in base a esperimenti del passato, alcuni riusciti e altri falliti.

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Chi dei due passò la borraccia all’altro? Saperlo non ci interessa veramente. Ciò che conta è il gesto umano di solidarietà verso chi corre insieme a te, uno che ti è avversario e che, forse, a questo giro arriverà per primo, ma non importa, perché, in fondo la sua vita e la tua sono impastate della stessa materia, la sua fatica è la tua, le sue aspirazioni sono tue.

concorrenza1L’economia solidale è un’aspirazione. Il modello di economia che insieme a voi, consumAttori, stiamo cercando di costruire non è certo cosa data. È davanti ai nostri occhi come nella realtà siamo immersi in tutt’altri valori, che plasmano silenziosamente anche la nostra cultura e le nostre azioni. Creare un’economia – una cultura, una società – più giuste è l’ambizione di tutti noi, che con i nostri lavori e le nostre vite stiamo cercando di mostrare che un’altra via esiste e funziona (e bene!).

 

Ma il terreno sotto i nostri piedi è stato trattato a lungo con fertilizzanti chimici, crescere equilibrati è una sfida. E allora capita che la scarsità di un bene (ad esempio gli avocado…) generi, anche nel nostro mondo, forme basse di CONCORRENZA, tra consumatori, tra commercianti, tra gruppi di produttori, per accaparrarselo. E noi, che dichiariamo a gran voce di sostenere la crescita della concorrenza perché per noi “concorrere” significa “correre assieme”, abbiamo il dovere di cogliere queste occasioni per interrogarci sulle implicazioni profonde di questo termine.

 

Come con-correre, insieme, senza sgomitare per arrivare primi? Come rispondere alle pulsioni più basse che si insinuano anche nei nostri animi, che non ci fanno guardare in faccia nessuno pur di ottenere ciò che vogliamo? Come gestire queste pulsioni – umane, ahinoi! – nel modo che più ci piace, senza generare vincitori e vinti?

 

Concorrere può significare, e ha significato, dare la possibilità ad altri di percorrere le nuove strade che abbiamo faticosamente aperto, ma aperto per tutti, proprio con l’obiettivo che siano battute da più piedi possibili, che diventino la strada. E così sono nati i S.I.P., gli Sbarchi In Piazza. Concorrere può significare, ed ha significato, avere uno stimolo per una creatività positiva, che plasmi forme innovative di collaborazione tra tutti gli attori coinvolti per aumentare in modo sano la disponibilità di un bene scarso. E così sono nate le co-produzioni di avocadi.

 

Ma concorrere allo stesso tempo può significare pestare involontariamente i piedi a chi corre di fianco a noi, troppo presi dalla meta che vogliamo raggiungere, generando le medesime dinamiche dell’economia becera che stiamo cercando di combattere. Il bene scarso può essere motivo di scontro per chi corre, o vorrebbe correre, nella stessa direzione. Può capitare di coinvolgere nel nostro mercato produttori che altri vorrebbero a loro volta coinvolgere. Può capitare di scontrarsi, ma non è nostra intenzione dare il via a guerre di nessun genere.

 

E allora, come tendere la mano a chi si può sentire danneggiato dalla nostra attività? Come rispondere positivamente alle dinamiche di competizione che si vengono (inevitabilmente?) a creare? Come trasformare i conflitti (inevitabili, questi sì) in stimoli positivi, piuttosto che alimentare le pulsioni “egoiche-belliche” che si insinuano anche nei nostri cuori?

 

Questa questione, affrontata insieme, potrebbe forse contenere in sé la forza creatrice che ci permetterà di fare un ulteriore passo verso l’economia solidale. E ancora di più. Il tema della concorrenza ci porta diretti a riflettere su un altro delicato tema, che costantemente riemerge nelle discussioni di chi si trova a dirigere o a relazionarsi con il Pollaio: la crescita.

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Con la nostra esperienza abbiamo capito che sì, “piccolo è bello”, ma insieme è meglio! Tanti piccoli, solo insieme, possiamo pensare di far vacillare i “grandi” che non ci piacciono (la grande distribuzione organizzata, ad esempio). Tanti piccoli, insieme, possiamo considerare mete quelle che per i singoli erano solo utopie, possiamo osare, e progettare verso un’economia davvero circolare (pensiamo ad esempio al progetto SucCompost, che un’azienda sola non potrebbe permettersi di affrontare, ma, insieme, sta diventando realtà, o a FiCoS, che solo la forza del Consorzio ha potuto sostenere).

 

Ma allora dove trovare il limite alla crescita di questo organismo collettivo? Da un lato è sotto i nostri occhi che, seppur insieme, non siamo (ancora) grandi abbastanza per ferire il gigante, ma dall’altro lo siamo troppo per chi con-corre con noi e ci percepisce come il fantomatico pesce grosso-acchiappatutto. Come riuscire, se non ad allearci, quanto meno a smettere di farci la lotta tra piccoli che vanno nella stessa direzione?

 

È necessario per noi fare un passo indietro, anche a costo di tradire le aspettative delle famiglie coinvolte nella nostra attività? Dobbiamo rinunciare alla nostra posizione di privilegio, ottenuta con molto lavoro e con lunghi processi di conoscenza e fiducia reciproche? Dobbiamo chiudere le nostre porte ai produttori ancora neofiti dell’economia solidale che vedono nel Consorzio un mero sbocco commerciale?

 

O possiamo, forse, approfittare di questa posizione privilegiata per dare maggiore concretezza alla possibilità di espandere quei valori di cui ci sentiamo portatori? E, se sì, come? Crescendo noi? Dando supporto ad altri, affinché crescano nel rispetto reciproco? Ma come mantenere, o costruire, in questo caso, la stessa fiducia? Cosa non ha funzionato in Siqillyàh? E in RESSUD (qui, qui o qui qualche cenno)? Come possiamo riprovare a costruire quel tanto agognato NOI più grande che permetta a realtà simili di allearsi invece che farsi guerra?

 

È una storia vecchia, ma ancora non abbiamo trovato la quadra. Ci piacerebbe (ri)provare a trovare risposte a queste domande ricorrenti insieme a voi, client-amici e “con-correnti”, per capire insieme quali potranno essere i prossimi passi per superarci, ed affinare ulteriormente il modello dell’economia (della cultura, della società) che vogliamo. L’economia solidale è un’aspirazione e come tale non è (ancora) raggiunta. Ma l’utopia di molti, insieme, può diventare meta. E la meta si può raggiungere.