Il viaggio senza soldi di Barbara

Ci si può fidare degli sconosciuti? Il denaro è il nostro unico mezzo di scambio? È possibile vivere dei propri talenti? Sono le domande che accompagneranno Barbara, assistente ed educatrice sociale emiliana, nel viaggio senza soldi che sta per intraprendere. Un percorso tra le realtà italiane in cambiamento. Un viaggio di ricerca e di crescita personale, ma anche con una forte valenza sociale.

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“Mi chiamo Barbara. Vi scrivo perché ho deciso di iniziare un viaggio senza soldi e senza data di ritorno definita, provando a far conoscere e supportare Mediterranea, un’azione non governativa italiana per il monitoraggio e il soccorso nel Mediterraneo.” Inizia così la mail che Barbara Cassioli da Livergnano (BO), assistente ed educatrice sociale, sta inviando in questi giorni alle realtà in Cambiamento che vi raccontiamo ogni giorno nelle nostre Storie.

Barbara Cassioli

Barbara Cassioli

I motivi di questo viaggio sociale?
Ci pensavo da tempo. Continuavo a chiedermi se questo è davvero un paese che – da Minniti a Salvini – ha scelto di respingere le persone in difficoltà che arrivano dal mare o di aiutarle esclusivamente per ricavarne reddito. Riflettevo su come ci siamo ridotti a trattare gli altri e se davvero il denaro sia il nostro unico mezzo di scambio, l’unità di misura del nostro benessere, la discriminante se aprire o chiudere le nostre porte, l’unica maniera di viaggiare.

 

Ma perché senza soldi?
Proprio per incontrare chi resiste a questa deriva, a cominciare dalle comunità intenzionali, luoghi dove ci si organizza insieme e si toglie potere al denaro. Voglio rendermi conto di come e quante persone sono disposte ad aiutare una sconosciuta e se possiamo vivere nella piena fiducia dell’altro. Sarà un lavoro interiore sui soldi e sulla fiducia. E anche sulla possibilità di vivere esclusivamente dei propri talenti invece che snaturarsi facendo cose in cui non si crede o contrarie ai propri valori.

 

A proposito, come farai con il lavoro?
Ho chiuso da poco un contratto breve di mini part-time (6 ore settimanali!) perché per l’ennesima volta non vedevo le persone al centro del progetto. Ma lo avrei lasciato anche senza l’idea del viaggio. Sono stanca della precarietà e dello sfruttamento nel mondo del lavoro (sì, anche nel sociale). Una volta protestai con la presidente di un’altra cooperativa per la quale avrei dovuto lavorare. Mi rispose che avrei dovuto ringraziare per l’opportunità piuttosto che fare osservazioni.

 

E l’hai ringraziata?
In un certo senso sì. Perché la sua goccia è stata quella che ha fatto traboccare il mio vaso.

 

Quindi è stato il vaso del lavoro a spingerti a partire?
Sì, ma non solo. Qualche giorno dopo quel colloquio ero nella doccia, mia cognata stava per partorire la piccola Giorgia, una relazione importante stava finendo… e così dentro di me ho sentito risuonare frasi come “Non voglio più lavorare a queste condizioni”, “Voglio di più dalla mia vita” “Ti ricordi che volevi partire?”, “Ora o mai più”.

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È la prima volta che fai un’esperienza del genere?

Mi ero già presa un anno sabbatico nel 2015, partendo senza definire una data di ritorno. In quel momento avevo bisogno di vedermi sola nel mondo e di conoscere me stessa. E così sono partita da Genova e ho viaggiato lungo tutta la costa del Mediterraneo fino al Marocco. Poi da lì sono andata in Kenya a lavorare da volontaria presso la ONG Amani occupandomi di sartoria sociale per ragazze e ragazze-madri in difficoltà. Però era un viaggio diverso e più programmato. Quello che inizio ora sarà il primo in cui dipenderò totalmente dagli altri.

 

Cioè dai soldi degli altri: di chi ti dà un passaggio in auto, di chi ha comprato o affittato una casa e ti ospita, di chi fa la spesa e ti offre un pasto, eccetera. Scusa la provocazione, ma non è un po’ contraddittorio?
Il punto è proprio questo. Ci deve sempre essere un scambio in denaro? Senza denaro, come ci possiamo relazionare? Durante il mio viaggio, coloro che contatterò saranno liberi di accogliermi o meno. E poi non parto con l’idea di ricevere soltanto. Andrò in cerca di ecovillaggi, comunità, persone e famiglie che hanno cambiato vita, che hanno seguito un sogno fino alla sua realizzazione (la mappa di Italia che Cambia mi sarà molto d’aiuto per individuare queste realtà). Per ogni notte al riparo, per ogni passaggio in autostop, per ogni pasto ricevuto, aggiungerò una moneta simbolica nel mio salvadanaio virtuale. Così, al ritorno, trasformerò la somma virtuale accumulata in denaro reale e la verserò sul conto di Mediterranea, per la quale mi piacerebbe anche organizzare degli eventi di finanziamento lungo il percorso. E poi offrirò anche il mio aiuto volontario a chi lo vorrà, per esempio attraverso workaway.

 

Che tipo di aiuto offrirai?
Tutto quello che so già fare: cucire, scrivere, laboratori di giocoleria, lavorare la terra, poi mi piacciono gli animali e i bambini, parlo francese, ballo il tango, partecipo ai cerchi di donne, faccio il pane. E poi c’è tutto quello che posso ancora imparare.

 

Cos’è per te il viaggio?
Uno strumento evolutivo per crescere e fare delle accelerazioni. Uno strumento fra i tanti possibili. Né più né meno che stare ferma in uno stesso luogo e ballare o meditare, andare da un terapeuta o altro.

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Quale sarà l’itinerario?
Andrò da Bologna a Lampedusa, luogo simbolo dei nostri tempi per le persone erranti. Le tappe intermedie sono tutte da definire. Dipenderà da chi risponde alla mia mail di presentazione. So solo che partirò il 21 marzo, il primo giorno di primavera.

 

Viaggerai da sola?
Partirò da sola, ma la mia amica Giuliana, con la quale sto condividendo un percorso di ricerca sulla vita comunitaria, mi raggiungerà ogni tanto e condividerà con me qualche giorno in luoghi precisi. Almeno questo è quello che pensiamo, poi chissà. Comunque lo saprete, perché racconterò tutto attraverso i miei account social e il mio blog Viaggiare a piedi scalzi.

 

 

Andrai davvero in giro a piedi scalzi?
In realtà no. Piedi scalzi è una metafora. Significa lasciare che le cose che toccherò mi entrino nella pelle, senza filtri.

 

Capito. Finiamo con un’altra provocazione?
Spara!

 

Non ti sembra assomigli più a una fuga dalle difficoltà?
È molto più che una fuga. È un vero e proprio salto nel vuoto. Un salto dal quale, però, posso allenarmi ad arrangiarmi. In questo modo sono certa che smetterò di aver paura di non riuscire, in futuro, a vivere di cucito, la mia grande passione. Dopo un’esperienza del genere sarà più semplice accettare questa paura e lavorarci su fino a superarla. E poi finalmente capirò se sono davvero in grado di vivere in una comunità intenzionale. Dopo tanti anni in cui l’ho sognato, ora voglio tentare.

 

Insomma, parti per realizzare un sogno.
Solo in parte. Sono sincera, non era questo che avevo programmato nella mia vita durante i miei studi, ma – sai com’è – forse il piano B è molto più figo del piano A (ride, ndr).

 

“Vi mando un abbraccio grande, un raggio di luce e un po’ di speranza”, dice Barbara alla fine della sua mail di presentazione. Noi, che siamo stati fra i suoi primi destinatari, ci associamo e ricambiamo. E chissà che lungo il percorso non ci voglia inviare qualche foto o qualche aggiornamento sugli amici di Italia che Cambia che incontrerà sulla sua strada. Buon viaggio!

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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