La regola del 3,5%: una piccola minoranza (nonviolenta) può cambiare il mondo

Studiando molte grandi rivoluzioni del ventesimo secolo, la politologa americana Erica Chenoweth si è resa conto che quando il 3,5% della popolazione di un paese si attiva in modo non violento può ottenere qualsiasi cambiamento.

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Analizzando diverse mobilitazioni storiche degli ultimi anni – dalla Rivoluzione delle Rose in Ucraina alle manifestazioni del People Power nelle Filippine – la politologa americana Erica Chenoweth ha notato un minimo comune denominatore: tutte hanno coinvolto una percentuale della popolazione pari a circa il 3,5% del totale.

La politologa Erica Chenoweth

La politologa Erica Chenoweth

Anche se questo è il dato che è saltato subito all’occhio della studiosa dell’Università di Harvard, ce ne sono altri che accomunano questi eventi. Tutti erano fondati sulla disobbedienza civile e sulla nonviolenza. Tutti hanno portato a cambiamenti politici radicali. Tutti si sono ispirati a grandi leader del passato, da Gandhi a Martin Luther King.

 

Le conclusioni di Chenoweth sono estremamente attuali, tanto da aver influenzato in maniera considerevole il movimento Extinction Rebellion. Questi risultati sono arrivati dopo un intenso studio che ha preso in esame centinaia di grandi mobilitazioni avvenute nel corso del ventesimo secolo.

 

Ecco qualche numero. Dalle 323 campagne prese in esame, emerge che il tasso di successo – ovvero l’ottenimento di un cambio di regime nel paese teatro degli avvenimenti – è più che doppio nel caso in cui la protesta sia stata non violenta: 53% contro il 26% delle rivoluzioni violente concluse con successo.

 

La spiegazione è abbastanza intuitiva: la violenza scoraggia i cittadini. Nel caso di manifestazioni non violente il potere aggregativo è stato enorme: due milioni di persone nelle Filippine, un milione in Brasile nelle proteste del 1985, mezzo milione in occasione della Rivoluzione di Velluto cecoslovacca.

 

Inoltre, le campagne non violente sono argomenti meno delicati, di cui è più facile parlare in sedi ufficiali e non ufficiali. E ancora, sono molto più economiche di quelle violente, che necessitano di ingenti fondi per l’acquisto di armamenti. Anche l’approccio delle forze dell’ordine, naturalmente, si è rivelato molto più rilassato in occasione delle manifestazioni pacifiche.

 

Questi aspetti e la loro capacità di coinvolgere la cittadinanza hanno spesso consentito di arrivare alla fatidica soglia del 3,5%. «Non c’è stata alcuna campagna che non abbia avuto successo dopo aver superato questo tasso di coinvolgimento della popolazione», ha osservato Chenoweth definendo quella che ha chiamato “la regola del 3,5%”.

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Va aggiunto che questa percentuale riguarda le persone attive e impegnate. Esse però, a loro volta, possono influenzare comportamenti in molti altri cittadini, che a loro volta daranno un contributo magari più superficiale ma alla fine dei conti decisivo per il successo della mobilitazione.

 

La conclusione è dedicata a un auspicio rivolto alla cultura generata dalla storia per come ci viene insegnata: «Moltissimi eventi storici che ci vengono raccontati – osserva Chenoweth – sono fondati sulla violenza e, anche se si tratta in realtà di immani tragedie, troviamo sempre il modo di chiamarle “vittorie”». Perché allora non spostare l’attenzione sul coinvolgimento nonviolento della gente e sulle enormi potenzialità insite in questa modalità di protesta?

 

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Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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