Sea Watch e non solo: testimonianza di una giornalista-attivista

Anna Polo, giornalista di Pressenza e della rete MediAttiviste/i di cui anche Italia che Cambia fa parte, condivide una riflessione sul caso della Sea Watch, in mare da 14 giorni con a bordo 42 migranti allo stremo, e sul nostro ruolo e compito come giornalisti e attivisti.

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Mentre scrivo la drammatica vicenda dei migranti salvati dalla Sea Watch e rimasti bloccati per quasi due settimane in mare nell’ennesimo, cinico braccio di ferro tra Italia e resto d’Europa non si è ancora conclusa, ma avendola seguita con passione mi sento di sottolinearne alcuni aspetti che vanno al di là della cronaca in continua evoluzione.

Foto di https://www.facebook.com/seawatchprojekt/

Foto di https://www.facebook.com/seawatchprojekt/

La campagna di criminalizzazione della solidarietà verso i migranti va avanti ormai da oltre due anni – e non solo in Italia. A ogni nuovo episodio si ha l’impressione di aver toccato il fondo e invece succede qualcosa di ancora più impensabile e ignobile. E non solo nei fatti – migliaia di persone torturate, stuprate e vendute in Libia e quando riescono a scappare da quell’inferno lasciate annegare nel Mediterraneo, altre migliaia ammassate nei campi profughi lungo la rotta balcanica, per non parlare di chi muore nel tentativo di attraversare il blindatissimo confine tra Messico e Stati Uniti – ma anche nei termini usati, nei discorsi sempre più deliranti, volgari, sessisti e violenti e nelle bugie spudorate e senza fine.

 

Giorgia Meloni propone di affondare la Sea Watch, Salvini la definisce da giorni “nave pirata”, liquida sprezzante la sua capitana Carola Rakete come una “sbruffoncella che fa politica sulla pelle dei migranti” (e lui no?), dichiara “possono restare lì fino a Natale”, invoca la “sacra difesa dei confini della patria”, manco fossimo in guerra, dichiara “mi sono rotto le palle”, come se fosse al bar e ripete ossessivo l’assurdità delle Ong complici degli scafisti. Il proclama bellicoso “Non sbarcheranno mai!” poi sembra più la sparata da gradasso di un comandante che arringa le sue truppe che una dichiarazione realistica (alla fine i migranti salvati sbarcano sempre, ma dopo un’attesa crudele e del tutto inutile).

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Il contrasto tra questo linguaggio indegno di un ministro della Repubblica (per fortuna la Meloni non lo è) e le dichiarazioni pacate e coraggiose della capitana della Sea Watch non potrebbe essere più grande: là dove Salvini fa il forte con i deboli, dicendosi pronto a “schierare la forza pubblica” contro persone stremate e vulnerabili, Carola Rakete afferma con semplicità: “So cosa rischio, ma i 42 naufraghi a bordo sono allo stremo. Li porto in salvo”. E il rischio non è da poco, in base al decreto sicurezza appena approvato dal governo: multa fino a 50.000 euro, confisca della nave e incriminazione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Eppure, come tutti i Giusti che a cominciare da Antigone nel corso della storia hanno scelto di disobbedire alle leggi inique, nelle sue parole si sente la coerenza di chi mette la salvezza di altri esseri umani al di sopra di tutto, anche con un grande rischio personale.

 

È proprio questo che alla fine alimenta la speranza: chi aiuta e salva i migranti rappresenta oggi l’avanguardia di un’umanità che non vuole arrendersi a politiche brutali, ma tanti altri si stanno unendo a quella che per ora è una minoranza – è vero, inutile negarlo – ma che non lo resterà a lungo. E in questo senso il compito di “verità e giustizia” degli attivisti, dei giornalisti e di chi, come me, è un po’ tutte e due le cose è irrinunciabile e fondamentale.

 

Tratto da Pressenza 

 

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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