Il 5G e la ricerca sul cancro

La direttrice dell’Istituto Ramazzini Fiorella Belpoggi fa il punto sulla situazione 5G. Un'occasione per parlare di ricerca indipendente, delle linee guida sugli studi e della necessità di valutare l’inquinamento diffuso e continuativo nella ricerca sul cancro.

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In occasione dell’intervista alla ricercatrice e direttrice dell’Istituto Ramazzini, Fiorella Belpoggi, abbiamo chiesto un aggiornamento sulla situazione 5G. “È un momento di grande fermento – sottolinea la direttrice – e vengo invitata continuamente ad eventi sull’impatto delle radiofrequenze organizzati da cittadini e amministratori: c’è molta attenzione anche tra ricercatori, fondazioni e amministrazioni.

 

Anche dall’estero ricevo continuamente richieste di intervista, ci sono pochissime informazioni ma soprattutto è un tema ancora poco studiato. L’Istituto Ramazzini è l’unico soggetto di ricerca indipendente dai finanziamenti delle industrie che abbia studiato l’impatto almeno sul 3G, sulla frequenza di 1.8 GHz, attualmente in uso. Invece il 5G utilizzerà una fascia di radiazioni elettro magnetica delle onde millimetriche su cui non esistono studi per la salute delle persone. Oltretutto l’utilizzo dei telefonini è sempre più massiccio e continuato anche nelle giovanissime generazioni quindi bisognerebbe impostare nuove metodologie di ricerca oltre che indipendenti.

Fiorella Belpoggi, direttrice dell'Istituto Ramazzini

Fiorella Belpoggi, direttrice dell’Istituto Ramazzini

 

Abbiamo studiato le basse frequenze cioè quelle indotte dal flusso della corrente elettrica, le radiofrequenze 1.8 GHz e abbiamo visto che tutte le onde possono indurre il cancro soprattutto alcuni tipi di cancro al cervello. Infatti abbiamo rilevato l’impatto negativo sulle cellule di Schwann che formano la mielina attorno ai filamenti dei neuroni. I tumori che abbiamo osservato noi e i colleghi negli Stati Uniti sono gli stessi che avevano indotto la IARC (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) nel 2011 ad affermare che le radiofrequenze erano “possibilmente cancerogene” negli utilizzatori assidui del cellulare. Poiché questi device sono tenuti vicini o addosso al corpo tutto il giorno, l’energia che viene assorbita dall’organismo è maggiore rispetto alle stesse frequenze emesse dalle antenne: c’è una maggiore interferenza con il materiale biologico.

 

Di fronte al fatto che esistono le due evidenze scientifiche di pericolosità, dei due diversi laboratori, abbiamo chiesto di inserire nelle prossime nuove valutazioni delle radiofrequenze una revisione più completa e aggiornata degli studi. Importante infatti è tenere conto delle eventuali amplificazioni del sistema della trasmissione di onde ancora maggiori cioè con maggiore capacità di trasmettere anche se meno penetranti.

 

Non c’è una evidenza scientifica di emergenza come ci accadde quando studiammo gli effetti del benzene e della formaldeide. Ma prima di espandere queste tecnologie bisognerebbe studiarle perché coinvolgono miliardi di persone.

 

Possiamo chiedere alle compagnie di costruire apparecchi meno pericolosi, con misure che espongano meno cioè maggiormente schermati o con incorporate applicazioni per renderlo funzionante solo quando è ad una certa distanza dal corpo oppure dotati di auricolari integrati; già a 5 cm di distanza dal corpo l’esposizione è 25 volte minore, ma sempre alta.

 

Il wifi ha una frequenza intermedia ma sono sempre onde elettro magnetiche ed è meglio non tenerlo acceso di notte. Sarebbe importante ad esempio cambiare il modo di far vedere ai figli un film: bisognerebbe prima scaricarlo. La condizione più preoccupante consiste nel numero di apparecchi cellulari contemporaneamente accesi, ad esempio in un vagone di un treno possiamo avere 100 cellulari accesi, con 50 persone che parlano al telefono; l’esposizione aumenta moltissimo.

 

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In particolare le onde millimetriche del 5G, quelle dei forni a microonde, sollecitano gli atomi di acqua, quindi i bambini, che hanno una percentuale maggiore di acqua, sono i più esposti. Queste onde hanno scarso potere di penetrazione, ma quanto è sottile la calotta cranica di un bambino? E per le gestanti quanto penetrano nel liquido amniotico? Anche se penetrassero solo l’epidermide bisognerebbe considerare che è un tessuto molto innervato e gli impulsi nervosi sono trasportati da cariche elettriche fino al Sistema Nervoso Centrale. Non c’è più alcun dubbio che irrorando di campi magnetici ci sia interazione, abbiamo visto svilupparsi cancri ai nervi facciali, mandibolari, acustici.

 

Gli allarmi precoci andrebbero ascoltati e con metodologie nuove. Considerando che siamo tutti immersi in questo surplus di onde risulta quasi impossibile selezionare una parte di popolazione “pulita” per evidenziare le differenze con il caso controllo.

 

Gli studi sul cancro

 

Gli studi di cancerogenesi durano 3/4 anni, c’è bisogno di tempo, ma bisogna studiare anche le modificazioni biomolecolari sulle cellule e se ci sono biomarkers tumorali come quelli che abbiamo trovato nel 3G. Nella ricerca sono necessari i modelli uomo equivalenti, eseguiti fin dall’ esposizione prenatale, invece le linee guida fanno iniziare gli studi ad una età equivalente di 15 anni, di fatto togliendo la parte più sensibile alle esposizioni. Ma questo vale per qualsiasi studio di cancerogenesi. Il cancro ha una latenza di circa 10 anni e veniamo in contatto con sostanze, ormai da decenni riconosciute cancerogene, in età sempre più precoce. Quindi se vediamo sempre più casi di cancro mammario a 30 anni o linfomi e leucemie nell’infanzia vuol dire che le esposizioni sono diventate molto precoci.

 

Gli enti autorevoli di controllo come l’EFSA controllano gli studi commissionati dalle aziende, ma l’oggetto di ogni studio e le metodologie scelte sono l’anello più importante e dovrebbero essere affidate a laboratori indipendenti. Non basta segnalare la presenza o meno dei conflitti d’interesse. Risparmieremmo anche molti soldi se gli studi valutassero più parametri biologici e non il singolo danno neurologico o immunitario o la cancerogenesi. Bisogna prevedere studi che analizzino tutti questi effetti contemporaneamente.

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In Italia ci sono grossi centri di ricerca ma sono sponsorizzati, sono laboratori che lavorano a contratto soprattutto per l’industria farmaceutica e devono produrre profitto. Le Università che fanno ricerca indipendente hanno piccoli laboratori non in grado di fare grandi studi, non hanno il know how, durano massimo un anno.

 

Rischi cancerogeni diffusi

 

Bisogna cambiare il sistema di valutazione, le regole che sono state fatte negli anni 70 quando la maggiore tossicità era nei luoghi di lavoro, ora l’inquinamento è molto più diffuso, costante e continuo dalla vita prenatale in poi e su tutta la popolazione umana.

 

Il tema delle regole sono in pochissimi a conoscerle e chi le conosce lavora a contratto e/o segue l’applicazione delle linee guida senza la visione delle ricadute; è attento solo alla parte tecnica. Sono studi di nicchia e pochi ricercatori ne capiscono le reali conseguenze, io stessa l’ho capito solo dopo anni.

 

Dobbiamo abbassare il potenziale cancerogeno ambientale totale ma se continuiamo a sintetizzare centinaia di nuovi composti chimici come cosmetici, farmaci, pesticidi e non ritiriamo dal commercio quelli obsoleti e più pericolosi, andiamo in accumulo.

 

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La ricerca indipendente

 

Noi abbiamo iniziato nel 2005 con un unico finanziamento ma gli altri fondi sono arrivati dai volontari dell’Istituto che oggi ha 50.000 soci perché siamo una cooperativa sociale e siamo finanziati da donazioni. Ci abbiamo messo più tempo ma siamo indipendenti e no-profit. Il nostro scopo è il pareggio di bilancio e il nostro guadagno da Statuto è diffondere informazioni per una cultura della prevenzione. Facciamo una ricerca che cerca di riprodurre le situazioni espositive umane con modello uomo equivalente.

 

Con approccio simile al nostro c’è in America il National Toxicology Program, finanziato dall’FDA e per fare il nostro studio sul 3G hanno speso 30.000 euro iniziando a studiare dalla vita prenatale come noi, per rendere il modello più sensibile, ma non rilasciano interviste. Siamo gli unici che riescono a divulgare i risultati sulle radiofrequenze, un servizio a miliardi di persone.

 

Nei diversi incontri a cui sono invitata, sempre più cittadini sentono che stiamo esagerando nell’uso incontrollato della tecnologia ma anche ricercatori universitari, fondazioni, amministratori sono d’accordo e spingono per comportamenti più cautelativi.

 

Poi bisognerebbe investire molto di più nell’informazione sull’uso corretto degli apparecchi, non bastano le istruzioni per l’uso nelle confezioni che nessuno le legge. I device devono migliorare man mano che aumentano le conoscenze; per i produttori sono spese minime, è solo una questione di volontà. E’ una grossa sfida tecnologica: l’innovazione deve avere un miglioramento non solo sul comfort ma anche sulla salute. Bisogna imparare a gestire ciò che via via scopriamo di poter fare.”

 

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Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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