Alberto Bellini: “La plastica è un problema e il riciclo non è la soluzione” – Meme #25

Il riciclo non è sufficiente per risolvere il problema della plastica e del suo devastante impatto sull'ecosistema. Dobbiamo ridurre drasticamente la produzione e l'utilizzo di questo materiale, come ci spiega Alberto Bellini, professore del Dipartimento energia elettrica e informazioni dell'Università di Bologna e responsabile per le attività education del programma Climate Kic.

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Circa un terzo delle emissioni climalteranti che provocano i cambiamenti climatici è generato dalla produzione dei materiali più impattanti che sono acciaio, alluminio, cemento e soprattutto plastica.

 

«Il primo tema da individuare è quali sono le relazioni fra plastica, economia circolare e clima», ci spiega Alberto Bellini, docente dell’Università di Bologna e membro del programma Climate Kic, il cui progetto bandiera – eCircular  – si occupa proprio di plastica ed è coordinato dall’ateneo bolognese.

 

 

«Il problema di questo materiale è che non solo provoca ingenti danni in termini di inquinamento – circa un terzo della plastica emessa a consumo viene disperso nell’ambiente –, ma anche che le emissioni a esso associate sono elevate e producono un grosso impatto in termini di cambiamenti climatici», prosegue Bellini.

 

Oggi molte iniziative mirate a ridurre l’impatto ambientale della plastica sono incentrate sul riciclaggio, ma questa pratica non è che un palliativo: «Il messaggio che deve passare e su cui lavora il programma eCircular è che il riciclo non è sufficiente, ma bisogna ridurre la produzione e l’uso di plastica, altrimenti non riusciamo a rispettare i parametri richiesti dai vincoli sul clima. Questo significa adottare diversi stili di vita e sistemi completamente diversi di uso dei materiali».

 

Il primo passo dunque deve compierlo ciascuno di noi. Lo dobbiamo fare ogni volta che siamo in procinto di acquistare un oggetto in plastica o con un imballaggio plastico, chiedendoci: “Mi serve veramente? Esistono delle alternative?”.

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Bellini ci presenta un paio di esempi che chiariscono come la “dipendenza da plastica” spesso sia psicologica e non legata a necessità reali. «Fino a una decina di anni fa usavamo supporti per cinema e musica realizzati in materiale plastico come CD e DVD e ancora prima VHS e audiocassette; oggi con lo streaming e le piattaforme di file sharing non li usiamo più».

 

Ancora più interessante è la sua analisi inedita del vuoto a rendere: «Tutti sanno che in Germania c’è un modello con la cauzione: anche quando si compra una semplice bottiglia di PET si pagano 0,25 euro all’acquisto, che vengono restituiti quando la bottiglia viene riportata a un punto di raccolta. Quello che pochi sanno è che questa bottiglietta viene riutilizzata. Non è trattata, tritata e impiegata per produrre vestiti o altri materiali plastici. Viene riusata, tipicamente per la stessa bevanda per cui era stata usata la prima volta. Questi sono i modelli che dobbiamo usare in maniera pervasiva nella nostra società per ridurre l’uso della plastica».

 

Oggi le buone idee e i progetti virtuosi non mancano. Sta a ciascuno di noi adottare e diffondere le buone pratiche affinché diventino la regola e siano capaci di influire sulle decisioni politiche ed economiche. «Tutte le azioni rivolte all’autoconsapevolezza, alla coscienza, alla prepolitica sono molto importanti – conclude Bellini – perché in questa comunità serve una grande rivoluzione dal punto di vista etico, sociale, ambientale ed economico».

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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