Alice, travel counselor: “Aiuto le persone a cambiare vita viaggiando”

Il viaggio può essere uno strumento di cambiamento e di crescita personale? Certamente sì, soprattutto se si accompagna ad un percorso di analisi e aumento della consapevolezza rispetto a questa esperienza. Proprio di questo si occupa Alice Bianchi, di professione travel counselor, fra le relatrici della Summer School sul Turismo Ispirazionale.

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Da sempre l’idea di viaggio si accompagna a sentimenti come l’adrenalinica paura dell’ignoto, l’istintiva voglia di scoprire ciò che non si conosce, il coraggio necessario a uscire dalla propria zona di comfort. Quale esperienza migliore dunque per cambiare la propria vita che riempire lo zaino e partire?

 

Aiutare i viaggiatori a trarre il cento per cento e a capire meglio come sfruttare positivamente la loro esperienza di viaggio è il lavoro di Alice Bianchi, travel counselor. Con lei – che sarà anche relatrice alla Summer School sul Turismo Ispirazionale  – abbiamo parlato di viaggiare. Viaggiare dentro e fuori noi stessi, visitando posti nuovi ma anche esplorando la nostra interiorità di singoli e di collettività.

Alice Bianchi, di professione travel counselor, fra le relatrici della Summer School sul Turismo Ispirazionale

Alice Bianchi, di professione travel counselor, fra le relatrici della Summer School sul Turismo Ispirazionale

Puoi introdurci al concetto e alla pratica di travel counseling?

 

Il Travel Counseling® è un approccio nuovo: utilizzare il viaggio come strumento concreto di crescita personale. Si tratta dunque di un percorso di counseling che invece di essere un classico percorso lineare viene integrato con un viaggio – qualunque esso sia, rispetto a cosa la persona sente sia meglio per lei in quel momento – che si vuole realizzare; vengono svolti alcuni incontri prima della partenza e alcuni dopo.

 

In mezzo c’è il viaggio, inteso come momento per comprendere parti di sé e sperimentare un cambiamento. Nella prima fase l’obiettivo principale è aumentare la propria consapevolezza: capire perché si vuole viaggiare, qual è l’esperienza migliore da fare, che significato ha in quel preciso periodo della vita, quali parti limitanti si possono abbandonare e quali risorse, invece, sono da potenziare. Nella fase del ritorno invece, l’obiettivo principale è l’integrazione dell’esperienza di viaggio nella vita quotidiana, per far sì che l’esperienza vissuta non rimanga una bolla di sapone.

 

Oggi il viaggio viene visto sempre meno come semplice svago e sempre più come un’esperienza di vita arricchente e formativa. Sei d’accordo? Ti riconosci in questo approccio?

 

Sono completamente d’accordo, credo che dipenda da cosa davvero si desidera per la propria vita: se si sogna un cambiamento, una crescita, una scoperta profonda di sé allora il viaggio, per me, è lo strumento perfetto per sperimentare tutto questo. È un processo intenso, rapido e talvolta sconvolgente. Nel viaggio emergono aspetti di noi che normalmente nella quotidianità restano sopiti; basti pensare al perdersi sbagliando strada, agli incontri con mondi diversi dal nostro, ai nuovi sapori e nuovi odori, a cosa vediamo, a come superiamo le difficoltà, a come reagiamo alle novità: tutto questo dice molto di noi e partire “preparati” aiuta a rendere il viaggio ancora più nutriente.

 

Ciò non toglie che il viaggio è uno strumento, può essere molto funzionale per qualcuno e del tutto insignificante per altri. C’è chi si cura con la psicoterapia, con l’arteterapia, con la musica, con la danza e poi c’è chi si cura viaggiando, chi crede che il viaggio possa essere un’apertura, una messa alla prova di sé, un cambiamento non sterile, ma magari non sa da che parte iniziare: questo è l’utente tipo del Travel Counseling.

 

Il travel counseling può essere uno strumento utile per costruire un modo di viaggiare meno impattante dal punto di vista sociale e ambientale?

 

Il Travel Counseling ha l’obiettivo principale di rendere i viaggiatori persone pienamente consapevoli, principalmente di sé stesse, ma credo che, più si è consapevoli di sé, e più, di riflesso, si è consapevoli di ciò che ci circonda. Se, ad esempio, una persona che si rivolge a me desidera aumentare la scoperta di sé dovrà imparare prima ad avere un approccio aperto anche verso l’esterno, scoprire nuovi luoghi: perché, come faccio a scoprirmi percorrendo sempre le stesse strade?

 

Posso perdermi e allo stesso tempo, perdendomi, ritrovare qualcosa di me? Posso farlo con la mente ma posso anche – ed è forse più bello – farlo per i vicoli di un borgo. Tutto ciò che sono si riflette sul mondo esterno e allo stesso tempo il mondo esterno mi mette davanti agli occhi qualcosa di mio, mi rispecchia. E vedendolo fuori, sentendolo mio, lo ritrovo in me stesso. Se tutti noi viaggiassimo con un occhi dentro e uno fuori, con stupore, apertura, voglia di imparare, da qualunque luogo impareremmo di più del luogo stesso ma soprattutto impareremmo di noi, della nostra interiorità. Impareremmo a rispettare di più noi stessi, i nostri bisogni, e quindi anche i luoghi che visitiamo e viviamo.

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Ultimamente molti stanno riscoprendo il turismo dei borghi e sembra che ci siano i presupposti per invertire la tendenza che ha portato molte di queste comunità allo spopolamento e alla morte. A cosa è dovuto secondo te?

 

Credo che negli ultimi anni la società abbia preso un ritmo e una forma che non sono pienamente condivisi da tutti. È una tendenza che ho potuto osservare anche in vari paesi del Sud America dove ho vissuto. C’è stato, credo, un processo veloce verso qualcosa che sembrava comodo, facile, ricco, ma per ottenerlo bisognava rinunciare a qualcos’altro. Subito sembrava che il gioco valesse la candela, ma ora, con il tempo, tanti si stanno risvegliando da questa corsa disperata per ottenere cose di cui si rendono conto non aver bisogno e di desiderare invece cose che avevano abbandonato. Da tutto ciò c’è chi riesce a scendere – e ciò avviene, credo, quando si è capaci di ascoltarsi davvero – e chi non riesce o non vuole scendere e continua la corsa sperando di trovare, al fondo, qualcosa per cui ne valga la pena.

 

Di tutto questo processo quello che più si abbandona – a parer mio – sono due elementi: le relazioni umane, quelle autentiche, e il tempo. Due cose che sono talmente semplici e talmente già nostre che ci dimentichiamo di avere, durante la corsa disperata. Ecco, credo che oggi, tanti si stanno risvegliando, si stanno chiedendo se per loro tutto questo vale la pena. Vale la pena viaggiare verso una meta gettonata su un bus con altre cinquanta persone? Vale la pena lasciare il proprio paese per lavorare nella metropoli? Vale la pena lavorare otto ore al giorno da lunedì al venerdì sperando che arrivi il sabato per respirare?

 

Una mia cliente che vive e lavora a Milano, qualche giorno fa mi ha detto: non voglio più vivere in apnea. Vale la pena vendere il proprio tempo? Vale la pena trascurare le persone importanti, i legami, per dedicarsi al successo, alla carriera, ai benefici economici? Vale la pena lottare per un contratto a tempo indeterminato piuttosto che inseguire un sogno? Rispetto a qualche tempo fa, la differenza credo sia questa: non è più dato per scontato che si debba fare perché è giusto, ci si chiede piuttosto “è gusto per me”? Chi si risponde di no, oggi è il più grande eroe di se stesso.

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Quale sarà il tuo contributo alla Summer School, a cui parteciperai in veste di relatrice?

 

Nella Summer School mi occuperò della scoperta di nuovi mondi interiori: l’idea è quella di conoscere noi stessi attraverso il viaggio, il significato che gli diamo, nella dimensione dell’essere e del fare. Come possiamo noi scoprirci attraverso la scoperta dei luoghi e, di conseguenza, come possiamo portare ciò nelle nostre dimensioni quotidiane? Parlerò dei modi che molti usano per curarsi attraverso il viaggio, per produrre un cambiamento significativo. Racconterò di come questo si riflette nelle scelte di vita che sempre più spesso volgono verso processi di semplificazione, di esperienze reali e non mediate da tecnologie, di incontri veri, fatti di mani che si stringono e sguardi che si incrociano, di genuinità – dal cibo alla relazione – di calore e trasparenza, per riappropriarsi di un benessere che non è poi così lontano né perduto ma è vicino a noi, magari nascosto tra i vicoli di un borgo calabrese.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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