1 Lug 2019

Antropocene, così l'uomo ha sconvolto la vita sulla Terra

Il termine Antropocene è stato coniato negli anni '80 per definire l’epoca geologica in cui l’ambiente terrestre, inteso come l’insieme delle caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche in cui si svolge ed evolve la vita, è fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana. A questa nuova era è dedicata la mostra multidisciplinare ospitata in anteprima europea dalla Fondazione MAST a Bologna.

L’impatto che noi esseri umani abbiamo sul pianeta ha assunto, negli ultimi anni, proporzioni tali da essere equiparabile, per forza e per importanza, alle trasformazioni che la Terra ha subito nel corso delle precedenti ere geologiche. Da qui l’iniziativa di alcuni scienziati di attivarsi alla ricerca di prove che portino a piantare un chiodo d’oro – decretando la fine dell’Olocene e l’inizio di una nuova epoca geologica: l’Antropocene.

 

Mentre il dibattito è ancora in corso, gli artisti Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier si sono impegnati a rendere familiare il termine e il significato di “Antropocene” tramite un progetto artistico. La Fondazione MAST, a Bologna, sta ospitando l’anteprima europea di questa mostra multidisciplinare, che resterà aperta fino al 22 settembre, a ingresso libero.

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Dandora Landfill #3, Plastics Recycling, Nairobi, Kenya, 2016. Photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto



In una danza fra arte e scienza, fra pensiero e geografia, i tre artisti hanno cercato una prospettiva d’insieme, individuando forme estetiche per rappresentare le prove di questo impatto umano accumulatesi negli strati geologici. Il progetto cerca di lasciare campo libero allo sguardo dell’osservatore tramite filmati e panoramiche dall’alto, conscio della capacità suggestiva e astrattiva dei punti d’osservazione elevati, e del fatto che il tema è troppo complesso e globale per essere realizzato da un solo artista o tramite un solo mezzo di comunicazione.

 

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I murali ad alta risoluzione, realizzati cucendo insieme centinaia di fotografie individuali, offrono panorami focalizzati in ugual modo in tutta l’immagine e presentano dettagli straordinari, costruendo una relazione fisica con l’osservatore. Ecco dunque che i visitatori possono cogliere in modo quasi istintivo il significato dell’urbanizzazione incontrollata, a Lagos come a Los Angeles. Oppure osservare come, sotto la superficie della città russa di Berezniki, le talpe meccaniche hanno scavato circa 10 mila chilometri di gallerie. Questa rete sotterranea ha causato l’apertura nel suolo cittadino di voragini che hanno ingoiato strade ed edifici, e ha portato a proposte di spostare l’intera città. Il potassio qui estratto diventa concime nelle grandi fattorie industriali, come quelle dell’Imperial Valley in California.

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Oil Bunkering #4, Niger Delta, Nigeria 2016, photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto


C’è poi la discarica di Dandora – uno di quei luoghi di cui siamo responsabili, ma che probabilmente non vedremo mai – potrebbe essere il risultato della città invisibile di Leonia descritta da Calvino. Ufficialmente nota come la discarica municipale di Nairobi, la discarica di Dandora è, nel suo genere, fra le più grandi al mondo, con cumuli, costituiti soprattutto da sacchetti di plastica, che raggiungono i cinque metri d’altezza. Si stima che non meno di seimila persone vi entrino ogni giorno, e ne traggano il proprio reddito, andando alla ricerca di metallo, gomma, vetro, plastiche e componenti elettroniche da rivendere sul mercato o alle aziende che operano nel settore del riciclo.

 

Gli artisti, attraverso queste e altre immagini, affermano che i paesaggi che abitiamo e quelli che ci sostengono, anche se a volte geograficamente lontani gli uni dagli altri, non sono fra loro scollegati.

 

Da un punto di vista geografico, i responsabili risiedono nei vecchi paesi industrializzati, mentre chi ne subisce le conseguenze sono le popolazioni del Sud del mondo. Alla luce del fatto che lo sfruttamento delle risorse naturali e l’inquinamento non sono responsabilità generica degli umani, ma degli occidentali e del capitalismo, alcuni studiosi hanno proposto di indicare la nuova era geologica con il termine “Capitalocene”.

Edward Burtynsky, Uralkali Potash Mine #4, Berezniki, Russia 2017

Edward Burtynsky, Uralkali Potash Mine #4, Berezniki, Russia 2017


Certo è che al nostro pianeta – frutto dall’interazione fra biosfera, atmosfera, idrosfera e pedosfera – l’uomo ha aggiunto la tecnosfera.
La tecnosfera comprende le strutture sociali, gli artefatti tecnologici e i relativi prodotti di scarto che, non degradandosi, si fossilizzano e diventano – come il cemento e la plastica – tecnofossili.

 

Questi cambiamenti non sono solo fisici: hanno inciso sulle nostre culture e storie, hanno influenzato guerre e alleanze, plasmato l’economia e condizionato il modo in cui abbiamo schiavizzato, soggiogato e sfruttato altri individui a partire dall’età dell’agricoltura, attraverso quella del vapore fino a quella del microchip.

 

L’Antropocene si presenta come un’epoca di conflitti sociali e globali: è tempo di interrogarsi su cosa significhi essere degli umani su questo pianeta ora che abbiamo irrevocabilmente alterato l’equilibrio dei suoi sistemi.

 

 

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