Prospettive e criticità del fenomeno del food delivery

Il tema del food delivery solleva molte questioni tipiche dell’economia digitale e dell’effetto che produce sulla società, a partire dal difficile rapporto con i lavoratori del settore, i cosiddetti riders, ma anche rispetto all’impatto che questi servizi hanno sulle nostre città. Openpolis analizza criticità e prospettive della cosiddetta gig economy, l'economia dei lavoretti.

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A giugno ci eravamo occupati del fenomeno dell’Home sharing, oggi trattiamo un altro tema legato all’economia digitale, quello del food delivery. In questo caso non si tratta di piattaforme di sharing economy ma piuttosto di una forma specifica di quella che viene chiamata gig economy.

 

Un tema diverso dunque ma con moltissimi punti di contatto. In questo caso i temi di conflitto si spostano in maniera marcata sul rapporto tra le piattaforme e i lavoratori, ma anche in questo settore emerge il ruolo chiave che possono giocare le istituzioni cittadine e l’impatto che questi servizi generano sul modo in cui viviamo le città.

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Chi sono i riders
I riders del food delivery sono una figura di lavoratori nata come conseguenza dello sviluppo dell’economia digitale e delle app. Di solito il fenomeno viene inquadrato in termini generali all’interno del più ampio settore della gig economy, ovvero la cosiddetta economia dei lavoretti. Dunque la prima cosa da chiedersi è se davvero si tratta di lavoretti, cioè di lavoro occasionale.

 

Un articolo di wired tratta questo argomento riprendendo una ricerca dell’Università di Milano che ha tracciato un identikit dei fattorini che lavorano per le app di consegna a domicilio nel capoluogo lombardo. Dai risultati della ricerca emerge come, nella maggioranza dei casi, i fattorini non sono studenti o persone con un altro lavoro che offrono le loro prestazioni da riders per arrotondare lo stipendio. Si tratta piuttosto di lavoratori a tempo pieno, maschi, tra i 22 e i 30 anni, spesso stranieri.

 

Una parte di questi stranieri inoltre risulta priva di permesso di soggiorno. Sommando coloro che hanno risposto di non disporre del permesso (1%) a quelli che non hanno voluto rispondere a questa domanda si raggiunge infatti l’11% del campione. Quello dei migranti “clandestini” che lavorano nel food delivery pur non avendo documenti è peraltro un fenomeno ormai noto.

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Lavoro autonomo o dipendente?
Il modello di business delle aziende digitali del food delivery, varia da piattaforma a piattaforma, ma in ognuno di questi casi si basa sulla capacità di connettere tre attori diversi: ristoratori, fattorini e clienti finali. A seconda dei casi in Italia i riders possono essere pagati a orario o a cottimo, ma comunque un risparmio è ottenuto sul costo del lavoro a causa dell’assenza di contratti nazionali e dei diritti garantiti dal lavoro subordinato, come ad esempio la malattia o le ferie.

 

Ad aprile dello scorso anno il Tribunale di Torino ha confermato con una sentenza che i fattorini di Foodora non possono essere considerati lavoratori subordinati. Partendo da questo elemento Arianna Tassinari e Vincenzo Maccarrone hanno ricostruito le mobilitazioni dei fattorini della gig economy in Italia fino a metà 2018 e i modelli di rappresentanza in cui si sono alternati atteggiamenti di diffidenza nei confronti dei sindacati confederali a momenti di collaborazione.

 

Uno dei principali episodi di collaborazione tra riders e sigle confederali è stata la sottoscrizione da parte di Cgil, Cisl e Uil insieme a Riders Union Bologna e all’amministrazione comunale della Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano.
Ovviamente, finché la piattaforme non decideranno di sottoscriverla, la carta resta semplicemente una dichiarazione di principi. Tuttavia rappresenta un esempio di dialogo tra sindacati confederali, sindacati di base e attori istituzionali che può rappresentare un punto di partenza importante. Nel frattempo le mobilitazioni dei fattorini sono continuate con attenzione intermittente da parte del mondo dell’informazione e della politica.

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Logistica metropolitana e cambiamento delle città
Quello di Bologna è un caso di relazione triangolare tra piattaforme, lavoratori e istituzioni metropolitane che chiarisce bene il ruolo delle città nel settore del food delivery e dell’importanza che le istituzioni cittadine possono assumere su questi temi. Ovviamente questo non vuol dire escludere la possibilità di accordi più ampi, tuttavia è nel territorio urbano che queste realtà operano ed è sulle città che queste evoluzioni tecnologiche esprimono più chiaramente i loro effetti sociali incrociando il tema più tradizionale della logistica metropolitana. Maurilio Pirone, ricercatore e rider, in un’intervista ci ha parlato proprio delle connessioni tra economia delle piattaforme e logistica.

 

Technopolis è un podcast di CityLab, un sito d’informazione dedicato alle città e alla loro evoluzione alla luce dei cambiamenti tecnologici. In una puntata del podcast intitolata Delivery City: Will food delivery apps kill your favorite neighborhood restaurant? i conduttori hanno discusso con alcuni ospiti di come il food delivery sia destinato a cambiare il volto delle nostre città.

 

La risposta cooperativa
Quello delle cooperative è un modello con una forte tradizione nel nostro paese. Come nel caso dell’Home sharing anche per il food delivery il modello cooperativo potrebbe rappresentare una chiave per risolvere alcuni dei principali problemi. In Italia ancora non esistono esempi di questo tipo ma, come spiega Luca Zorloni su Wired, si tratta di un percorso promettente che in altri paesi europei ha preso avvio già da alcuni anni.

 

In Belgio ad esempio si trova il caso di molenbike, una piattaforma di consegne a domicilio in bicicletta basata su un modello cooperativo attento alle dinamiche ambientali. L’app utilizzata è il frutto di un’altra cooperativa questa volta francese, coopcycle.

 

In Italia ci sono stati dei contatti tra riders e alcune cooperative di artisti e lavoratori dello spettacolo. Tuttavia, data l’attuale situazione normativa, la creazione di un intermediario avrebbe potuto creare più problemi che soluzioni. L’alternativa più probabile invece resta quella dell’auto organizzazione.

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Monitorare il fenomeno e la ricerca sul tema
Come stanno cambiando la nostra società e le nostre città? Quali sono gli effetti sui diritti dei lavoratori e sull’economia dei nuovi servizi digitali e dell’evoluzione dei mezzi di trasporto? Il sistema normativo è preparato a rispondere a queste evoluzioni? Queste sono le domande cui cerca di dare risposta project plus, un progetto di ricerca che sta indagando in particolare sugli effetti di quattro grandi piattaforme (AirBnb, Deliveroo, Helpling and Uber) su sette città europee (Barcellona, ​​Berlino, Bologna, Lisbona, Londra, Parigi, Tallinn).

 

Un altro interessante progetto incentrato su questi temi è platform Labor che si propone d’indagare su tre focus di ricerca tra cui The organization and experience of low-income service work in the “on-demand economy”. Il sito oltre che pubblicare le ricerche dei suoi autori dà spazio a un blog e a un feed di notizie in cui sono trattati i temi d’interesse.

 

Articolo tratto dal sito www.openpolis.it  

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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