Da Roma al piccolo paese di Civita: “Riabitare i borghi è possibile”

Stefania Emmanuele ci racconta la sua scelta di vita, che l'ha portata a ritornare nel piccolo paese dove è cresciuta e dove ha ideato e lanciato un progetto di tutela e rivitalizzazione dei borghi italiani.

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«A un certo punto la vita a Roma era diventata bulimica e il tempo, quel prezioso indicatore della felicità interna lorda, si era ridotto in una corsa continua alla produttività e al lavoro senza sosta, in cui le relazioni, quelle vere, si erano dileguate». Stefania ha vissuto per anni nella Capitale, fino a che non ha deciso di tornare a Civita, piccolo borgo calabrese dove ha passato la sua infanzia. Una scelta di vita, ma non solo: qui ha lanciato il progetto di tutela dei paesi Borgo Slow e ha aperto il b&b Il Comignolo di Sofia.

 

Stefania è anche una delle relatrici della Summer School sul Turismo Ispirazionale in Calabria. Le chiediamo di parlarcene, partendo però dalla sua storia personale, così intimamente legata con l’ambiente del borgo.

Veduta di Civita

Veduta di Civita

Come sei arrivata – o meglio, ritornata – a Civita?
Fino all’età di 18 anni non ho vissuto a Civita, ma in una cittadina a 14 chilometri di distanza e poi ho vissuto a Roma per dodici anni dove ho studiato grafica pubblicitaria e mi sono laureata in Sociologia. Civita è il paese dei miei nonni paterni, è il luogo in cui mio padre ha insegnato per molti anni, dove ha realizzato un Museo etnico e una rivista italo-albanese che nel 2020 compie cinquant’anni di attività.

 

Civita era il paese della domenica a pranzo dai nonni col caminetto acceso, del pane e olio abbrustolito sul fuoco, delle giornate estive trascorse lungo campagne e dirupi a smontare muretti a secco per trovare il tesoro, delle prime pedalate in bicicletta lungo le salite ripide per poter conquistare l’ebrezza della discesa con le gambe in aria, delle fughe di nascosto al torrente Raganello per fare il bagno, cosa che per i bambini del posto ha sempre rappresentato un divieto assoluto.

 

A un certo punto la vita a Roma era diventata bulimica e il tempo, quel prezioso indicatore della felicità interna lorda, si era ridotto in una corsa continua alla produttività e al lavoro senza sosta, in cui le relazioni, quelle vere, si erano dileguate. Così, senza troppe riflessioni, in un afoso giorno di giugno ho comunicato in famiglia la mia decisione di tornare definitivamente a casa, ma nella casa in cui avevano vissuto i miei nonni, a Civita. Ho noleggiato un furgone caricando 12 anni di vita e mi sono messa in viaggio verso una terra che dovevo e volevo riconoscere.

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Ora vivo a Civita con mia figlia Sofia da quindici anni; anche la mia famiglia si è trasferita qui e posso dire che in nessun altro luogo ho viaggiato così tanto con la testa. Appena arrivata, ed era il 2002, dopo un anno sono stata catapultata in un’avventura amministrativa per rappresentare le quote rosa, unica donna in una compagine fatta totalmente di uomini che non sapevano che dietro quell’aspetto da ragazzina c’erano tante fervide energie da mettere in gioco. Contemporaneamente decido di frequentare un master triennale che mi forniva competenze nella mediazione e nella gestione del patrimonio culturale in Europa, così la mia missione politica diventa un percorso formativo in cui applicare quello che stavo imparando del marketing culturale e della valorizzazione del territorio.

 

Da quell’esperienza durata cinque anni ho imparato ciò che non è politica e, soprattutto, ciò che dovrebbe essere la politica al servizio del bene comune. Ho impiegato le mie energie affinché Civita potesse avere gli strumenti per iniziare un percorso responsabile verso l’accoglienza turistica che oggi è il suo fiore all’occhiello e rappresenta l’economia per tanti giovani, soprattutto donne, che sono tornati a vivere qui. Anche io ho fatto della mia casa un bed and breakfast e dal 2008 accolgo viaggiatori provenienti da tutto il mondo. Questa attività è la mia finestra sul mondo e mi abilità al cosmopolitismo, alle relazioni e, soprattutto, all’umanità, ingrediente fondamentale per sentirsi a casa ovunque e far sentire a casa tutti coloro che accolgo.

 

Oggi conosco il mio villaggio e il suo territorio nelle sue intime pieghe, è la mia palestra e la mia farmacia ed offro l’ esperienza del mio stile di vita ai viaggiatori traendo piccole gioie e lo stimolo a realizzare idee e progetti. Credo che se tutti i paesi si percepissero come rifugi d’aria piuttosto che come limite e periferia, forse riusciremmo con questo poco a fare grandi cose, a farci ispirare e a restare aperti.

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Quali sono i pilastri su cui si fonda il “modello dei borghi”?
I pilastri su cui tutti i paesi e i borghi dovrebbero ricostruire un futuro possibile sono senza dubbio l’agricoltura naturale e la cucina popolare, il recupero conservativo e il riutilizzo delle case e degli edifici storici abbandonati, il turismo di comunità e l’innovazione sociale e tecnologica. Non si può pensare di vivere in questi paesi senza i servizi essenziali e una vita relazionale di qualità. L’unico modo per contrastare lo spopolamento è stimolare l’innovazione tecnologica e il turismo responsabile. Come dice il paesologo Franco Arminio, bisogna mettere insieme computer e pero selvatico, politica e poesia. Ci vuole anche molta immaginazione per vivere in un paese.

 

Grazie alla tecnologia questi paesi possono diventare laboratori viventi di tradizioni e di accoglienza. Ma per favorire questo è necessario creare competenze sia nella comunità locale che in chi si occupa di turismo e di sviluppo locale. Conoscere il proprio territorio vuol dire viverlo senza rimanere incastrati nel suo stomaco, partire e tornare, viverlo per com’è e immaginarlo per come può diventare, aprirsi al mondo e portare mondo. Nella maggior parte dei casi la percezione dei paesi è di luoghi ai margini in cui si vive per sottrazione. Se non si cambia punto di vista rimarranno solo le nuvole e il vento a farci compagnia, anche se in alcuni casi può essere un privilegio.

 

Il percorso di rinascita di Civita è stato drammaticamente segnato dalla tragedia dell’agosto 2018, in cui sono morti dieci escursionisti. Come ha reagito la comunità a quell’evento?
Nulla arriva per caso. Già qualche anno prima alcuni di noi erano allarmati per la fruizione selvaggia delle gole del Raganello. Un luogo oggettivamente bello e insidioso che è sempre stato attraversato, anche se in maniera molto più soft ,e in cui nel 1959 l’ornitologo Gustav Kramer perse la vita durante l’osservazione di alcuni uccelli. Ma la trasmissione di una percezione errata del torrente ha attratto negli ultimi tre anni molti cercatori di adrenalina. E anche chi probabilmente cercava altro è rimasto vittima di questo approccio. Oggi la comunità è segnata dalla tragedia e come in molti casi accade si tende al fatalismo, come se la tragedia fosse stata causata dalla mano del diavolo. Ma l’inconsapevolezza e la mancata elaborazione del lutto potrebbe essere ancora più fatale bloccando la rigenerazione del tessuto sociale ed economico.

 

L’imprevedibilità della natura è una componente genetica della natura stessa e i dispositivi di prevenzione in questi luoghi sono affidati alla memoria storica, ai saperi degli anziani e di coloro che con queste gole e i pericoli ci convivevano conducendo i pascoli e recandosi nelle proprie terre. È proprio a partire dalla memoria tramandata che oggi con l’Associazione Placco attiva da 35 anni, si è deciso di investire sull’antropologia applicata affidando questo delicatissimo lavoro di recupero della memoria storica all’archeo antropologa Anna Rizzo. Proprio in questi giorni sono in corso le interviste a pastori e anziani del paese per comprendere cosa ci è sfuggito di mano e riattualizzarlo attraverso momenti di animazione sociale e condivisione con il fine di fornire competenze alle nuove generazioni ed informazioni, percezioni e conoscenza ai visitatori. Ora abbiamo il compito di dare alla cultura la sua funzione civile e sociale di ricostruire il tessuto connettivo tra territorio, patrimonio e popolazione.

Ospitalità in case d'epoca

Ospitalità in case d’epoca

 

Gli equilibri fra abitanti, amministratori e persone estranee alla comunità, che magari intendono insediarvisi, sono delicati. Come si fa a mantenerli?
È una sinergia necessaria quanto difficile. Gli abitanti e gli amministratori dovrebbero mettersi nei panni di chi visita il paese, viverlo dal di dentro e guardarlo da fuori senza autoreferenzialità e senso di inferiorità. Nutrire ambizioni più che invidia. Esaltare le vocazioni del paese e soprattutto dare ascolto ai ragazzi, a quello che vorrebbero realizzare perché senza di loro la comunità non può rigenerarsi e senza i viaggiatori si resta chiusi nella ripetitività e nelle false compensazioni. Il problema è chi è sempre stato nel paese e ci vive conficcato dentro, gli scoraggiatori militanti e i distributori di livore; essi rappresentano il vero ostacolo alla sinergia armoniosa e creativa tra abitanti, amministratori e cittadini temporanei.

 

È una fortuna quando in un paese ci sono molte persone che gestiscono strutture ricettive e per traslazione si relazionano a tanti viaggiatori che condividono quell’esperienza; nel caso di Civita grazie ai tanti b&b, ma soprattutto alle tante persone che si occupano di accoglienza la gestione degli equilibri è più immediata poiché si entra sintomaticamente nel circuito in cui per alzare l’appeal del territorio e produrre benessere nel viaggiatore si lavora in maniera sinergica e integrata. Poi al di fuori del sistema turistico, la vita di tutti i giorni può essere molto diversa e meno esaltante. Ecco perché ora stiamo lavorando a rigenerare il tessuto sociale e culturale per riportare nella comunità l’orgoglio, la tenerezza e il senso di appartenenza.

 

C’è un collegamento fra i segnali di corto circuito sociale e culturale che si percepiscono oggi e il fatto che più del 60% degli italiani vive in aree metropolitane?
Le città sono stracolme e sature, seppure in molte si stiano applicando i principi della smart city per migliorare la qualità della vita, c’è un gran numero di persone in Italia e all’estero che guarda ai paesi come a luoghi in cui ritrovare l’umanità. Quindi, ora anche i paesi dovranno attrezzarsi per diventare borghi smart in cui connettere i servizi socio assistenziali e sanitari, in cui innovare l’agricoltura che riporti nelle tavole e nel mondo i prodotti indentitari, grazie alle nuove tecnologie la tradizione può aprire nuovi scenari. E non nego che vedo tutto questo con moderato ottimismo.

 

È possibile e auspicabile tornare ad abitare i borghi?
È possibile, ma c’è ancora molto lavoro da fare, anzitutto su se stessi e sul modo di viverli. Attraverso Borgo Slow voglio mettere in atto una piccola rivoluzione e dimostrare sulla mia pelle che è possibile e anche entusiasmante. Ci sto lavorando.

 

Come valuti il progetto della Summer school?
È un progetto coraggioso e necessario che ha l’obiettivo di fornire competenze nella rigenerazione dei borghi, ma anche la possibilità di creare nuove reti e relazioni tra i partecipanti e chi si occupa di sviluppo locale con competenze diverse. Perché spesso è proprio l’isolamento umano e professionale ad immobilizzarci. Se io non avessi partecipato a diverse occasioni formative non avrei mai conosciuto Destinazione Umana e Inspirational travel company con cui oggi mi appresto a sviluppare altri aspetti pratici della community Borgo Slow di cui sono project manager. Investire su se stessi è il miglior investimento che si possa fare e questa è una di quelle occasioni.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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