Vivere semplice: genitorialità consapevole e minimalismo familiare

Mettere da parte l’imperativo dell’utile, il dogma dell'efficienza e la ricerca della perfezione per valorizzare il gioco, l’arte e le passeggiate in natura. E ancora togliere – giocattoli, stimoli, impegni – per lasciare spazio e tempo ai sensi e al sentire. Sono questi alcuni degli spunti contenuti nel testo “Vivere semplice. Con i figli, con se stessi” scritto dalla mamma e consulente di comunicazione Sabrina D'Orsi, autrice su genitorialità consapevole, minimalismo familiare e scelte educative non convenzionali.

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Sabrina D’Orsi è consulente di comunicazione e appassionata di internet. Da 15 anni è autrice del primo blog italiano su genitorialità consapevole, minimalismo famigliare e scelte educative non convenzionali. Nel 2018 ha pubblicato “Vivere semplice. Con i figli, con se stessi”, libro che si pone in continuità con le riflessioni del blog e che aspira ad essere una fonte d’ispirazione per i genitori disposti a mettersi in gioco. Attualmente Sabrina si sta preparando per il suo prossimo obiettivo: diventare insegnante.

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In quest’epoca, permeata dall’imperativo della produttività a tutti i costi, le madri paiono essere diventate delle “manager” a capo del “progetto figlio”, un progetto sul quale investire puntando a massimizzare i risultati. Ecco dunque che – a detta della psicoterapeuta Bogna Szymkiewicz – “una serata al teatro o al cinema non è più un momento di divertimento, ma un’occasione per sviluppare le capacità del bambino”.

 

Sabrina D’Orsi racconta di essere stata anche lei una di quelle mamme “manager”, anche a causa del suo percorso lavorativo, che l’aveva abituata a valorizzare l’efficienza e la ricerca della perfezione. Qualcosa però non funzionava, e da qui è partita la sua ricerca, non tanto di consigli, ma di ispirazioni che le consentissero di sviluppare una sua arte nell’essere genitore, mettendosi in gioco e condividendo le sue riflessioni e scoperte sul blog e, successivamente, nel libro.

 

“Vivere semplice. Con i figli, con se stessi” è un percorso che si apre con un incoraggiamento ad osservare i propri figli senza interpretare. Sabrina passa in rassegna vari luoghi comuni, smontandoli uno ad uno, a partire da quello di “conoscere i propri figli”. Il modo in cui parliamo e guardiamo i nostri figli, infatti, li può intrappolare dentro le strette mura delle nostre aspettative, o rendere liberi attraverso la curiosità e fiducia che coltiviamo dentro di noi.

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Seguono due capitoli dedicati al tempo, tempo che si ha a disposizione e tempo che si concede ai figli per crescere e per vivere, in cui le riflessioni si susseguono a piccoli consigli pratici. Il libro di Sabrina sfida in più fasi l’imperativo dell’utile, valorizzando il gioco, l’arte, le storie, le stelle e le passeggiate in natura.

 

Il delicato tema della tecnologia viene affrontato riconoscendo i pericoli e le leve emotive che vengono sfruttate dai giochi online e dalla pubblicità e, se da un lato propone accorgimenti per proteggere i propri figli, dall’altro promuove strategie per un uso attivo e virtuoso di questi strumenti.

 

Un tema trasversale nel corso di tutto il libro è quello del “togliere”. Togliere stimoli, togliere impegni, lasciando invece spazio ai sensi e al sentire. Togliere giocattoli, così da lasciare spalancata la fantasia, togliere le parole che, nel mondo degli adulti, assumono spesso connotati direttivi. Questa ricerca e riflessione sulla genitorialità – ci ha raccontato Sabrina – è stata un’occasione d’oro anche per se stessa: “Ho imparato a parlare di meno, e ad andare più d’accordo non solo con i miei figli, ma anche con gli adulti”.

 

O, ancora, permettere ai bambini di arrampicarsi sugli alberi, avendo fiducia nella loro capacità di modulare le proprie forze, è stata una sfida, ma “dando fiducia a loro ho imparato ad avere più fiducia anche in me stessa”.

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Fra le tante fonti che hanno ispirato Sabrina nella riflessione su se stessa e sulla propria genitorialità i libri di Rudolf Steiner e l’esperienza fatta nella scuola Waldorf hanno avuto un ruolo centrale. A seguire la comunicazione nonviolenta di Rosemberg, l’intelligenza emotiva di Goleman e molti altri approcci l’hanno sostenuta nella costruzione di questo mosaico, che l’ha portata poi alla decisione di diventare insegnante.

 

“Mi sono innamorata del mondo dei bambini: sanno perdonare, riappacificarsi e fare tutte quelle cose che vorrei saper fare io e che vorrei che gli altri adulti sapessero fare. Ci sono talmente tanti bambini in gamba, come Greta, ma non li lasciamo parlare, perché pensiamo di avere tutto da dire noi. Ma i bambini hanno molto più da dare che da ricevere. Nel mondo interiore di un bambino c’è talmente tanto da dare, che il problema è che non c’è nessuno pronto ad apprendere e ad ascoltare.

 

Far fare al bambino il disegno è spesso un modo per tenerli fermi, un passatempo, ma nel disegno del bambino c’è dentro un mondo, come un sogno, che aspetta solo di essere scoperto. C’è tutto l’inconscio dentro. Se ai bambini viene dato spazio e tempo fioriscono in modo quasi spontaneo.

 

C’è una citazione di Recalcati che mi piace molto. Racconta che sopra il destino di ognuno di noi c’è un velo – a maggior ragione sopra il destino di un bambino. Noi adulti non dobbiamo svelare il loro mistero, il loro destino. Se ci avventuriamo in facili predizioni, esse rischiano di diventare profezie che si autoavverano e che ingabbiano. Il ruolo dell’adulto è contemplare il mistero, custodirlo con devozione, e restare li, testimone solido e attento”.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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