Brevetti, land grabbing e monopolio delle sementi: quello che non ti aspetti da un piatto di verdure

Esiste una profonda connessione tra il cibo che compriamo e mangiamo ogni giorno, la salvaguardia degli ambienti naturali ed agricoli e le sorti delle comunità rurali che vivono dall’altra parte del mondo. Con le nostre scelte possiamo decidere se contribuire ad alimentare il sistema dell’agroindustria o se supportare invece un modello di agricoltura ecosostenibile, che preservi la biodiversità, le risorse naturali e le antiche tradizioni contadine.

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Quando si parla di stile di vita sano e di corrette abitudini alimentari la prima cosa che salta in mente a molti di noi è l’immancabile consiglio “mangia 5 porzioni di frutta e verdura ogni giorno!”. È risaputo infatti che il consumo frequente di prodotti ortofrutticoli apporta molti benefici alla salute e riduce il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, disturbi respiratori e anche diverse forme tumorali.

 

Quello che invece è meno noto è che molte varietà di frutta e verdura che imbandiscono le nostre tavole sono sottoposte a specifiche regole di tutela della proprietà intellettuale che trasformano i prodotti agricoli in beni esclusivi non accessibili a tutti.

 

Nel 1994 infatti la WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) ha approvato una norma che consente di brevettare le varietà vegetali, comprese quelle coltivate a scopo alimentare. Il brevetto è definito come “un titolo che consente a chi ha realizzato un’invenzione di poterla produrre e commercializzare in esclusiva” (da Ufficio Brevetti Italiano); questo significa che l’oggetto di un brevetto può essere comprato o venduto da terzi solo dietro autorizzazione del titolare e tramite il pagamento di royalties. Nel settore ortofrutticolo la concessione dei brevetti riguarda i semi ibridi e i semi geneticamente modificati: i primi si ottengono da incroci tra varietà selezionate mentre i secondi sono prodotti con tecniche di ingegneria genetica. Chi “inventa” una nuova varietà ibrida o GM può brevettarla, diventandone il legittimo proprietario o titolare, impedendo così a chiunque altro di scambiarne liberamente i semi, anch’essi protetti dal titolo di proprietà.

 

Cosa c’è di più buono e sano di un bel piatto di frutta e verdura?

Cosa c’è di più buono e sano di un bel piatto di frutta e verdura?

Nello specifico, un agricoltore è obbligato per legge a comprare i semi brevettati presso rivenditori autorizzati e nel prezzo da pagare è compresa la royalty da versare all’azienda titolare. Da questi semi si ottengono gli individui F1, ovvero gli ibridi della prima generazione con tutte le caratteristiche desiderate (uniformità, resa elevata, resistenza agli erbicidi, ecc…). Gli F1 in molti casi sono sterili, altre volte danno origine a nuove piante che però non conservano le caratteristiche selezionate; è necessario perciò ricomprare i semi ogni anno ed è proprio questa la forza motrice che fa progredire le aziende agroindustriali.

 

Nell’immaginario collettivo il seme genera una piantina che con il tempo cresce e produce fiori, frutti e semi dai quali nasceranno le nuove piante e così via: l’applicazione del brevetto industriale ai prodotti ortofrutticoli ha di fatto stravolto il naturale ciclo vitale delle piante ed impedito ai contadini di svolgere il loro compito fondamentale di “custodi” della terra e della biodiversità agricola.

 

Dobbiamo essere tutti consci del fatto che la logica del mercato è quella del massimo profitto, da raggiungere anche a discapito della qualità del prodotto, del benessere sociale e della tutela ambientale. L’agricoltura è diventata agribusiness, orientata alla massimizzazione delle rese e basata sul dispendio delle risorse naturali e sull’utilizzo di fertilizzanti chimici, pesticidi ed erbicidi. Anche il proprietario di una piccola azienda agricola si ritrova, quasi inconsapevolmente, all’interno di questa gara contro la concorrenza che porta al degrado sia ambientale che culturale. Esattamente: anche culturale, perché la diffusione dei semi brevettati causa la scomparsa di molte varietà locali che si sono adattate al proprio territorio grazie a secoli di selezione naturale e alla saggezza della tradizione contadina.

 

È indubbio il fatto che i semi brevettati rispondano molto meglio di quelli tradizionali alle esigenze del mercato: garantiscono raccolti più abbondanti, frutti tutti uguali per forma e dimensione e, in alcuni casi, anche la resistenza a diversi erbicidi. Queste proprietà permettono di aumentare le rese e vendere molto di più, ma certamente non di vendere il meglio. La ricerca del massimo profitto avviene a discapito della qualità del prodotto, che perde le sue proprietà nutritive e il suo sapore genuino e si arricchisce di sostanze spesso dannose per l’ambiente e per la nostra salute.

La frequente irrorazione di pesticidi è inevitabile secondo le logiche dell’agribusiness

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LO SCANDALO DEL LAND GRABBING
 

Ma non finisce qui: il “lato oscuro” dei brevetti sui semi si estende anche in ambito sociale, influenzando la vita di tutte quelle comunità rurali, vicine e lontane da noi, che stanno perdendo la propria autonomia e sovranità alimentare.

 

Secondo la FAO, il 53% delle sementi commercializzate nel mondo è nelle mani di solamente tre aziende multinazionali: Bayern-Monsanto, DowDuPont e Syngenta (rilevata nel 2017 dalla società cinese ChemChina). Nell’Unione Europea il 75% del mercato del mais è controllato dalle prime 5 compagnie del settore, così come l’86% del mercato della barbabietola da zucchero e il 95% di quello degli ortaggi (dati The Greens/Efa Group).

 

Per la nostra alimentazione dipendiamo quasi esclusivamente da pochi colossi dell’agribusiness che si spartiscono il controllo della compravendita di cereali, frutta, ortaggi e di tutti i loro derivati. Anche se spesso non ce ne accorgiamo, la nostra scelta alimentare è strettamente limitata a poche varietà commestibili che si sono affermate sul mercato: quelle meno competitive da un punto di vista puramente economico sono state scartate e in molti casi sono scomparse definitivamente. Basti pensare che delle 80.000 specie vegetali commestibili oggi se ne coltivano solo 150, di cui 8 sono commercializzate in tutto il mondo (da: Slow Food).

 

La nostra sovranità alimentare è a rischio, ma ancora di più lo è quella delle popolazioni dei Paesi del Sud del mondo, come Brasile, Senegal, Madagascar e Papua Nuova Guinea, che stanno subendo le conseguenze del fenomeno del land grabbing, o accaparramento delle terre. Il verbo to grab significa “prendere, impadronirsi” ma durante l’espansione coloniale britannica del XIX secolo ha assunto una sfumatura di significato più sottile, cioè quella di prendere con la forza e senza farsi scrupoli. Questo termine è tornato in voga circa 10 anni fa, per indicare un processo di appropriazione di vastissimi territori da parte di governi o multinazionali. Il land grabbing può dunque essere considerato il “colonialismo 2.0”.

 

Nel 2009 la Banca Mondiale ha adottato una politica agricola basata sul libero scambio che ha incentivato l’acquisto di terreni in Africa, Asia e America Latina da parte di investitori stranieri. Lo scopo era favorire l’afflusso di capitali nei Paesi in difficoltà economica e perseguire così uno degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite: dimezzare il numero di persone che soffrono la fame nel mondo entro il 2015. Di fatto quest’obiettivo non è stato raggiunto e il land grabbing ha portato piuttosto allo sfruttamento indiscriminato di risorse naturali ed umane, alla distruzione legalizzata degli ecosistemi e all’esproprio di terre popolate da secoli dalle comunità rurali.

 

Ma cosa c’entra il land grabbing con i brevetti? I principali attori dell’accaparramento delle terre sono i governi di alcuni Paesi tra i più ricchi del mondo ( Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna, Olanda, Emirati Arabi Uniti, ecc…) ma anche le aziende agroindustriali, le stesse che detengono buona parte del mercato delle sementi (da FOCSIV). Le terre considerate “inutilizzate” vengono cedute a prezzi irrisori alle società multinazionali che le trasformano in immense piantagioni, spesso coltivate con OGM, con conseguenze devastanti sia sull’ambiente che sulla vita delle popolazioni locali.

 

Il sistema agroindustriale massimizza la produzione sfruttando acqua e suolo, abusando di fitofarmaci e pesticidi e trascurando sia la qualità del prodotto che i diritti dei lavoratori e delle famiglie contadine.

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Proteste in Nigeria contro il land grabbing (foto: www.ejatlas.org)

MA NOI COSA POSSIAMO FARE?
Come consumatori, tantissimo! Innanzitutto, possiamo informarci sull’argomento senza fermarci ai classici mass media, che spesso trascurano queste tematiche controverse. Indaghiamo e facciamo delle piccole ricerche personali: esistono molte associazioni ed ONG che da anni si occupano di multinazionali e di brevetti sui semi, proponendo anche soluzioni alternative al consumo di frutta e verdura contaminati, sia da prodotti chimici che da iniquità sociali.

 

È importante sapere che, oltre ai semi ibridi e a quelli geneticamente modificati, esistono anche i semi antichi che non sono coperti da brevetto: sono patrimonio di tutti e possono essere liberamente venduti, comprati o scambiati senza dover pagare alcuna tassa. Sono i semi delle varietà tradizionali salvate dall’avanzata dell’agribusiness grazie all’impegno degli agricoltori che vogliono preservarle e diffonderle sul territorio. Il lavoro di questi “custodi” è fondamentale per costruire un sistema agro-ecologico, basato non solo sul rispetto per l’ambiente ma anche sulla comunicazione e la socialità.

 

I seed savers (1) si assumono l’incarico di ricercare i semi antichi e di proteggerli secondo due modalità: lo stoccaggio nelle banche dei semi, dove possono essere conservati per decenni senza subire danni, e lo scambio tra contadini, per favorire la propagazione sul territorio delle varietà agricole tradizionali. È proprio il continuo scambio di sementi che ne impedisce la brevettazione dato che, per legge, una varietà vegetale può essere brevettata solo se, alla data di deposito della domanda, il materiale di riproduzione o di moltiplicazione vegetativa non è stato venduto né ceduto a terzi nell’ultimo anno sul territorio italiano e negli ultimi quattro anni in qualsiasi altro Stato (D.lgs. 10 febbraio 2005, n.30).

La conservazione dei semi antiche protegge la biodiversità e favorisce la solidarietà

La conservazione dei semi antiche protegge la biodiversità e favorisce la solidarietà

Nel corso degli anni si è sviluppata una rete internazionale di persone volenterose che percepiscono la biodiversità come un patrimonio da proteggere e si oppongono alla privatizzazione dei semi e del cibo, visti come beni indispensabili alla vita da rendere accessibili a tutti. La loro visione dell’agricoltura si basa su principi completamente opposti a quelli dell’agroindustria: non quantità ma qualità, non massimo profitto ma massimo rispetto, non sfruttamento ma aiuto reciproco.

 

Chiunque può diventare seed saver se possiede una buona conoscenza botanica e una certa dimestichezza nella pratica agricola. È possibile scambiare e comprare i semi antichi online, accedendo ai siti o ai canali social di molte associazioni italiane ed estere. Si può anche partecipare ad eventi e manifestazioni dove i seed savers e gli appassionati di orticoltura e giardinaggio si incontrano per lo scambio di semi ma anche di esperienze, conoscenze e antichi saperi contadini.

 

1. Tra le varie associazioni italiane attive nella ricerca, conservazione e riproduzione di piante alimentari tradizionali si possono citare ad esempio:
Civiltà contadina 
Slowfood che periodicamente organizza incontri nazionali per i seed savers;
Rete Semi Rurali;
Cercatori di semi.

 

Dei seguito, alcune organizzazioni di seed savers nel mondo:
www.navdanya.org (India)
www.seedsavers.org (Australia)
www.nativeseeds.org (USA)
www.redsemillas.org (Ecuador)
www.gardenorganic.com.uk  (Inghilterra)
www.kokopelli-seeds.com (Francia)
www.save-foundation.net (Svizzera)
www.bio-saatgut.de  (Germania)

 

Articolo realizzato nell’ambito del progetto di educazione ambientale e promozione culturale, denominato “In O.R.T.O.” portato avanti dai volontari del Servizio Civile Nazionale.

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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