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9 Ott 2019

“La vita sicura? Mi metteva l’ansia. Così ho iniziato a viaggiare”

Dopo essersi accorto che la sua vita sicura fatta di comfort e abitudini gli procurava più ansia che benessere, Antonio di Guida ha deciso di lasciare la sua città e partire per il Kenya. È iniziata così la sua nuova esistenza da scrittore, fotografo e viaggiatore tra culture, continenti ed emozioni.

Antonio di Guida è scrittore, nomade e volontario. Il suo primo salto verso una terra ignota risale a quando, nel 2013, è partito per un viaggio fra Kenya e Tanzania. Da questi tremila chilometri in autostop e dall’esperienza di volontariato è nato il suo primo libro, “Africa: viaggio di un muzungu nella savana”, in cui racconta con cura sia le paure legate alla solitudine, ad una terra straniera, che la gioia di scoprire che ovunque nel mondo c’è qualche donna un po’ mamma pronta a “ricaricarci le pile”, e che ne vale assolutamente la pena di uscire dai territori conosciuti.

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Concluso il percorso universitario è stata la volta dell’Australia, dov’è giunto senza un buon inglese e con pochi soldi in tasca. Qualche mese di lavoro in una ditta di movimento terra e scavi a Sydney, poi acquista un furgoncino per lavorare nelle farm ed esplorare il territorio australiano. Qui il suo nuovo stile di vita acquisisce una forma più chiara, come suggerisce anche il titolo del suo secondo libro “Australia: dove i sogni prendono vita”.

 

Seguono due anni in cui Antonio attraversa l’Asia, via terra e via mare, fra Indonesia, Malesia, Thailandia, Cambogia, Vietnam, Laos, Myanmar, India e Nepal. Giunto negli Stati arabi e stanco di dipendere dai mezzi di trasporto pubblici, Antonio si è munito di una bicicletta da settanta euro e ha attraversato l’Iran. Un’avventura all’insegna dell’accoglienza, da cui è nato il suo terzo e fino ad ora ultimo libro: “L’Iran in bicicletta: 1700 km da Bandar Abbas’ a Teheran”. Negli ultimi due anni è vissuto nelle Americhe, dagli Stati Uniti all’America Centrale e del Sud.

 

Quest’estate Antonio ha fatto un salto in Italia, e abbiamo avuto modo di conoscerlo per fargli qualche domanda.

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Ricontattando l’origine del tuo stile di vita, sapresti dire che cosa ti ha portato a partire per la prima volta, oltrepassando i confini delle tue abitudini?
Anni fa la mia visione non andava oltre la città in cui sono nato. Andavo all’università percorrendo tutti i giorni la stessa strada, passando lo stesso casello e mangiando il solito cornetto al bar. Avevo tanti beni materiali, e poche emozioni. Tutto questo non mi pesava, forse perché supponevo che la vita dovesse essere questa, e che il processo fosse predeterminato, uguale per tutti gli esseri umani: trovare qualcuno che condivida il tuo cammino, entrare dentro il sistema sociale e costruire un futuro. Chi non seguiva queste tappe era “diverso”, o addirittura “nullafacente”. Poi mi sono accorto che quella vita sicura mi dava più ansie che desideri. Certo, avevo paura nell’abbandonare quella vita. Ma oltre al comfort – mi sono accorto – non c’era altro. Così ho dato gli ultimi esami in modo frettoloso e, con i soldi messi da parte, ho acquistato un volo. Direzione: Kenya.

 

Come ti sei sostenuto economicamente durante questi anni?
All’inizio sono partito con dei soldi messi da parte, e ho spesso ottenuto vitto e alloggio attraverso scambio-lavoro. L’Australia è un trampolino di lancio per molti giovani, e lo è stato anche per me. Ho lavorato duramente per una ditta di movimento terra e scavi, per poi investire quei soldi nell’acquisto di una macchina fotografica e per aprire il mio sito, in cui documento il viaggio. Alcune agenzie di viaggio australiane hanno trovato interessanti delle mie foto e le hanno acquistate. Questo mi ha fatto capire che il lavoro “digitale” sarebbe stato un ottimo modo per sostenermi economicamente durante i miei viaggi. In quel periodo ho iniziato a tenere un diario di viaggio, e sono riuscito a pubblicare il mio primo libro che – grazie alla diffusione social – mi ha consentito di racimolare qualcosa.

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Il tuo viaggio, oltre che fisico, è stato anche un viaggio alla ricerca di un significato più profondo. Com’è andata?
Mi sono sempre posto molte domande rispetto alla religione. I viaggi mi hanno dato l’opportunità di vivere in questo senso una gran varietà di esperienze – dal ramadan alla Vipassana – e tutte mi hanno portato a qualcosa che ho identificato come una religione interiore, senza nome né simboli.

 

Anche il volontariato è stato molto importante: fare qualcosa per gli altri è diventato per me un nuovo motivo per continuare a vivere. Non più per arricchirmi o portare avanti una carriera, dunque, ma per un valore più profondo. In particolare consiglierei il volontariato a contatto con culture indigene, o legato a progetti di permacultura.

 

Quello del viaggiatore è una figura che gode di grande popolarità. Perché ci siano dei viaggiatori, tuttavia, è necessario che esistano anche persone stanziali che conoscono il territorio e che se ne prendono cura. Hai avuto anche l’opportunità di incontrare presone stanziali, capaci di coltivare la bellezza nei luoghi in cui abitano?
Il nomadismo spesso si accompagna ad un lavoro interiore, che porta alla consapevolezza che in qualsiasi luogo tu sia, l’essenziale è dentro, e che la vita è un grande dono. Gli stanziali capaci di coltivare la bellezza nei luoghi in cui abitano sono anime che ho sempre invidiato, che viaggiano anche quando il loro corpo resta fermo. Nel mio cammino ho incontrato molti viaggiatori, ma anche persone che hanno intrapreso un percorso di vita regolare e orientato verso un futuro più certo. Alcuni di loro sembrava avessero viaggiato molto più di altri nomadi conosciuti in viaggio. Saper trovare la felicità dentro di sé, dedicandosi a ciò che sta intorno a noi, è una gran virtù.