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5 Mag 2017

La rivoluzione delle noci di cocco è stata la prima rivoluzione ecologica della storia

Verso la fine del secolo scorso nell’isoletta di Bouganville, dell’arcipelago della Papua Nuova Guinea, la popolazione locale è riuscita a far chiudere la più grande miniera a cielo aperto e quindi a trasformare la propria isola in un ecosistema completamente autosufficiente. Malgrado gli aspetti controversi della vicenda, “la rivoluzione delle noci di cocco” è stata definita da alcuni la prima rivoluzione ecologica della storia.

Oggi voglio raccontarvi una storia. La storia affascinante e controversa di una rivolta che alcuni hanno definito la prima rivoluzione ecologica di sempre. Per farlo devo portarvi in un luogo sperduto dal nome decisamente esotico: l’isola di Bougainville, un’isoletta sperduta nell’oceano pacifico a Nord-Est dell’Australia, facente parte dell’arcipelago della Papua Nuova Guinea.

 

Qui sul finire del secolo scorso le popolazioni indigene dell’isola sono riuscite a sopravvivere ad un embargo totale dello stato durato sette anni trasformando la propria isola in un ecosistema completamente autosufficiente. È la storia della loro lotta per la loro terra, la loro cultura e la loro indipendenza – e di una rara e straordinaria eccezione a ciò che tende ad essere la regola del capitalismo globale.

 

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Ma facciamo un passo indietro. Le radici del conflitto vanno ricercate nel lontano 1968, quando la Papua Nuova Guinea era ancora sotto l’amministrazione australiana, con la scoperta di un enorme giacimento di rame nel cuore dell’isola. Il giacimento attirò da subito le attenzioni di una grande multinazionale australiana, la Rio Tinto Zinc, che aprì sull’isola la grande miniera di Panguna, partecipata anche per il 20 per cento dal Governo della Papua Nuova Guinea.

 

La miniera di Panguna era ai tempi la più grande miniera a cielo aperto al mondo e contribuiva al 45 per cento delle esportazioni della Papua Nuova Guinea. Tuttavia il conflitto con la popolazione locale iniziò fin da subito. Molte tribù locali erano contrarie alla miniera perché attirava molti lavoratori australiani e papuanesi, con cui spesso non correva buon sangue. Inoltre, erano preoccupati per i danni ambientali che la miniera apportava all’isola, a fronte di profitti che venivano spartiti fra l’Australia ed il governo. In effetti la gestione della miniera ha generato miliardi di entrate per la Rio Tinto e il governo della Papua Nuova Guinea, ma mentre Rio Tinto ha incassato oltre la metà delle entrate e il governo più di un quinto, i Bougainvilliani hanno visto Meno dell’1 per cento.

 

Oltre allo sfruttamento economico, la miniera di Panguna ha portato con sé tutti gli altri sintomi tipici della globalizzazione: tensioni razziali, lavoratori maltrattati e sottopagati e devastazione dell’ambiente circostante. Acri di terreno scavati, disboscamento, habitat resi inabitabili, e fiumi diventati tossici per via di milioni di tonnellate di inquinanti. I fiumi, da sempre affollati di vita acquatica, diventati col tempo semideserti. Per un popolo che aveva vissuto per millenni dei frutti della propria terra era decisamente troppo.

 

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Nel 1972 il malcontento sfociò in una mobilitazione generale di massa che rese necessarie delle negoziazioni fra le autorità locali, i gruppi ecologisti e indipendentisti e le autorità australiane. Un accordo fu raggiunto due anni dopo, nel ‘74, ma durò poco. Nel 1975 infatti il conflitto riesplose e le autorità provinciali dell’Isola di Bougainville proclamarono la propria indipendenza. Di lì a poco, nello stesso anno, sarebbe stata dichiarata anche l’indipendenza della Papua Nuova Guinea dall’Australia. Cosicché l’isola tornò a far parte dello stato federale papuanese.

 

Ma i conflitti legati alla miniera continuarono, a cui si aggiunse una più generale lotta per la proprietà dei terreni e per l’uguaglianza. Nel 1988 si creò l’Esercito rivoluzionario di Bougainville che per un anno mise a ferro e fuoco la zona della miniera, sabotandola e facendone esplodere alcune parti. Così nel 1989 Panguna fu chiusa ufficialmente e la compagnia australiana lasciò l’isola.

 

Quella che sembrava una vittoria per gli abitanti dell’isola segnò solo l’inizio di un lungo periodo di ostilità durato dieci anni. Una vera e propria guerra civile fra la popolazione locale e lo stato della Papua Nuova Guinea. ll 20 luglio 1989, il governo australiano autorizzò i suoi cittadini a servire nelle forze armate papuanesi nella guerra contro l’esercito rivoluzionario, fornendo inoltre all’esercito statale i temibili elicotteri Bell UH-1, che divennero in breve l’arma principale di attacco.

 

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Da una parte la forza militare ed il maggior numero di soldati, dall’altra una migliore conoscenza del territorio dove si svolgeva lo scontro tennero la situazione del conflitto in bilico per diverso tempo. Poi le forze governative cambiarono completamente strategia: si ritirarono dall’isola e decisero di tagliare ogni tipo di rifornimento, mantenendo però il controllo sulle comunicazioni che arrivavano alle tribù isolane. Questo gli consentiva di diffondere informazioni false con l’obiettivo di mettere i capi delle varie tribù gli uni contro gli altri. Inoltre venivano fornite armi a dei gruppi armati nemici dei clan di guerriglieri. Il governo era convinto di spezzare ogni velleità di resistenza nel giro di pochi mesi. Ma così non fu: l’isolamento iniziato nel 1990 sarebbe continuato per molti anni, per terminare infine nel 1997.

 

Infatti i ribelli si aggrapparono alla loro più grande risorsa: l’ingegnosità del loro popolo. Negli anni del blocco gli indigeni di Bouganville hanno compiuto una rapida transizione verso una società completamente autosufficiente e funzionante. Quello che era iniziata come una lotta combattuta, letteralmente, con bastoni e pietre, era diventata una vera rivoluzione. Fu la connessione reciproca dei Bougainvilliani e la conoscenza della loro terra a rappresentare la loro arma vincente.

 

Utilizzando solo le risorse naturali disponibili sull’isola e le attrezzature recuperate dal sito della miniera, le tribù locali iniziarono a costruire le proprie armi, a produrre il proprio cibo, reintrodussero le proprie forme di medicina. Ogni piccolo villaggio costruì la propria diga idroelettrica per ottenere energia, inoltre gli isolani trovarono il modo per convertire l’olio di cocco in carburante per veicoli, ottenendo la mobilità necessaria per eseguire efficaci strategie di guerriglia.

 

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Dopo sette anni di isolamento, le pressioni internazionali sulle sempre più evidenti violazioni dei diritti umani perpetrate dall’esercito governativo sugli indigeni portarono ad un cessate il fuoco, che si trasformò in un vero e proprio accordo di pace nel 2001, con diverse autonomie riconosciute al governo locale di Bougainville.

 

Sulla vicenda è stato girato un bel documentario vincitore di diversi premi a livello internazionale dal titolo “The coconut revolution”, la rivoluzione delle noci di cocco, che narra le gesta del popolo di Bougainville. Tuttavia esistono alcuni aspetti controversi della vicenda. Innanzitutto stiamo parlando di un conflitto armato in cui l’esercito rivoluzionario rappresenta solo una parte, per quanto cospicua, della popolazione dell’isola. Esistono altre tribù indigene che assumevano posizioni e ruoli diversi. Inoltre alcune recenti vicende, come la dichiarata volontà dell’attuale governo locale di riaprire la miniera di Panguna getta una luce meno ottimistica sul futuro dell’isola. La faccenda rimane comunque aperta, e si intreccia con un’ulteriore richiesta di indipendenza completa dell’isola rispetto alla Papua Nuova Guinea.

 

Al netto di tutte queste vicende, resta impressionante come come dei gruppi di rivoluzionari indigeni siano riusciti a tenere in scacco l’esercito di un paese 30 volte superiore alla loro dimensione grazie alla conoscenza del proprio territorio e alla capacità di convertire in tempi rapidi la propria società in un sistema resiliente e autosufficiente.

 

 

Questo articolo è stato adottato dall’Agente del cambiamento Francesca Biagini

 

 

 

 

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