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15 Nov 2019

Joker, quella “giornata storta” e l’amore come cura sociale

Scritto da: Matteo Ficara

Solitudine, abbandono, incomprensione, malattia, sofferenza esistenziale, povertà. Il “cattivo sociale” Joker nella magistrale interpretazione di Joaquin Phoenix rappresenta tutti gli stadi del disagio umano possibile portando a galla il problema della giustizia sociale e, insieme, proponendo una soluzione. L’amore, chiaramente.

Il film di Todd Phillips ha superato il successo degli ultimi capolavori del cinema, ha vinto il Leone d’Oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, ha fatto molto parlare di sé. Perché questo successo?

Perché è un Joker diverso dal solito. Non è il criminale folle, antagonista di Batman, tanto per cominciare, e quindi non rappresenta un male contro cui il bene deve vincere. Sembra anzi che, uscendo dal cinema, non si possa fare a meno che “parteggiare” per lui, quasi fosse “il buono della situazione”. E di fatto è così: fino a che metti un Joker malvagio contro un Batman supereroe, probabilmente ti trovi a tifare il bene, ma in questo caso le cose stanno diversamente: non è Batman contro Joker, ma Arthur contro una società dai lineamenti malvagi.

Arthur Fleck è l’americano che insegue i suoi sogni senza successo, arrancando ogni mattina per raggiungere la superficie della vita – quel luogo di dignità che dovrebbe essere garantito a chiunque – e scivolando ripetutamente e drammaticamente al di sotto di quella soglia.

Il film racconta la vita di chi non riesce, di chi prova e cade sotto alla linea del “diritto all’esistenza” senza riuscire a rialzarsi. Mostra la vita di chi è malato e abbandonato, di chi soffre e non viene accolto ma – anzi – ignorato o maltrattato (la scena nella metropolitana e il rapporto con la psicologa la dicono lunga).

Arthur rappresenta tutti gli stati e gli stadi di disagio umano e sociale possibile: solitudine, abbandono, incomprensione, malattia, sofferenza esistenziale, povertà.

Infine diventa Joker, un particolare tipo di cattivo: il “cattivo sociale”, il rappresentante di quello che – della nostra società – non funziona. È una specie di “contro-eroe”, un malato e violento portabandiera delle ingiustizie. È allo stesso tempo il supereroe che si schiera contro le ingiustizie e il supercattivo portatore delle stesse.

Forse è per questo che in America il film ha messo così tanto pensiero, ha scosso e messo timore: quel continuo tentativo di Arthur – che Joaquin rappresenta benissimo – di accedere alla vita al suo livello più basilare, quello del “diritto ad esistere”, di essere considerato e visto, ha portato a galla il problema sociale e umano di oggi. E lo ha fatto gridando vittoria.

Ecco perché questa rappresentazione, che rinnova il rimosso e il dimenticato, ha causato così forte preoccupazione in America, laddove hanno serrato i cinema: le scene hanno toccato un filo scoperto e hanno proposto una soluzione di violenza celebrata. Preoccupante. Eppure non è successo quasi niente. Perché? Forse per il fatto che i veri “Joker” non possono permettersi il cinema. Ora: la denuncia è forte, il problema resta. Il problema è quello della giustizia sociale. Per chi è stato capace di attenzione non sarà sfuggito che Arthur propone una seconda (oltre alla rivoluzione sociale) soluzione durante il film. Una soluzione non solo pacifica, ma addirittura amorevole.

Arthur sembra proporre una soluzione per ogni problema che si trova a vivere e lo fa criticando, ridendo, immaginando. La soluzione è, chiaramente, l’amore. Todd Phillips lo nasconde nelle vesti di una relazione che sa guardare al di là delle stranezze e concedere del buono a chi ne ha bisogno e soffre. Una relazione d’amore profondo, di rispetto e dolcezza. Una relazione immaginata.

Un amore che Arthur chiede nell’ascolto alla psicologa, nella comprensione di chi lo vede ridere e pensa che si stia burlando di loro, un amore che supplica quando cerca un padre, un amico, un sorriso e una risata in risposta alla sua. Arthur cerca di non essere più solo, di “essere visto”. Chiede di poter portare un po’ di leggerezza nella vita degli altri, proprio lui che soffre della pesantezza.

Arthur Fleck / Joker (Joaquin Phoenix) . Screenshot catturato dal teaser trailer del film Joker (film 2019). Di Utente:BincoBì – teaser trailer, Copyrighted, Wikipedia


Joker è uno strano cupido. Il suo lungo tentativo di evitare di arrabbiarsi e stare al suo posto è un messaggio di accettazione, i suoi giochi immaginari sono creazione di bellezza e amore, la sua risata è un break di leggerezza sull’assurdità delle cose.

In “Joker” possiamo leggere una denuncia, è vero, della società odierna, che ci lascia ad “un passo” dalla disperazione e dalla follia. Esattamente come raccontano Alan Moore e Brian Bolland in “Batman. The Killing Joke” fumetto del ’53 che fa da sfondo al film e ove a Joker, mentre parla con Batman, vengono messe in bocca queste parole: “…Ho fatto impazzire Gordon. Ho dimostrato la mia tesi. Ho dimostrato che non c’è differenza tra me e chiunque altro! Basta una giornata storta per trasformare il migliore degli uomini in un folle. Ecco quanto dista il mondo da me: una giornata storta”.

Ma il film non è solo una denuncia. È un promemoria pungente che si fonda su una visione di un’umanità al prossimo stadio di disperazione. È un racconto step-by-step di come quella “giornata storta” possa rovinare la vita di chiunque ed è anche – quindi – un rimedio. È un mito evolutivo che non bisogna per forza incarnare perché, come ogni fiaba e ogni mito, contiene in sé anche le linee guida per essere risolto.

E la lezione da apprendere, qui, è assai bella: quando soffri o vedi qualcuno soffrire, tu sii amore. Prenditi cura di te, di chi è con te, di chi non conosci. Ascolta quando qualcuno ha bisogno di parlare. Abbraccia quando qualcuno è disperato.

#IoNonMiRassegno 11/12/2019

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