5 Nov 2019

L’Orto della Salute: a Napoli un laboratorio di benessere e socialità

Scritto da: Annalisa Jannone

Recuperare e ricostruire se stessi, la comunità ed il territorio partendo dalla coltivazione della terra. È questo il principio da cui prende vita l'Orto della Salute nato a Ponticelli, quartiere della periferia orientale di Napoli, per iniziativa del centro Lilliput per la cura delle dipendenze. Un laboratorio ed un progetto comunitario che promuove socialità e benessere.

Napoli, Campania - Il centro diurno Lilliput è una struttura intermedia dell’Asl Napoli 1 centro. È un dipartimento per le dipendenze. Chiediamo alla responsabile, dott.ssa Anna Ascione, da quali dipendenze provengono i propri utenti. «Sono ragazzi e ragazze dipendenti da sostanze come stupefacenti, alcool e psicofarmaci ma anche persone incappate nel gioco d’azzardo patologico. 

Volevamo insieme creare un luogo per sviluppare possibilità di socializzazione e imparare a prendersi cura di se stessi. Abbiamo quindi pensato alll’orto-terapia poiché il solo contatto con la natura conteneva un aspetto terapeutico».

Racconta la Dott.ssa Ascione che riconnettersi al ciclo della vita partendo dal seme e prendendosi cura della piantina con costanza e sensibilità avrebbe permesso di sviluppare questa propensione anche verso se stessi. «Se non innaffi, la piantina muore, se usi sostanze chimiche come fertilizzanti o pesticidi poi ottieni frutti nocivi per la salute. Allo stesso modo se inietto sostanze negative per la salute, ingerisco psicofarmaci, alcool, cocaina io danneggio il mio corpo».

Chi diventa succube di abitudini negative ha bisogno di ricreare, rinforzare ed essere consapevole delle proprie radici e ha bisogno di verificare che può intervenire mettendoci le mani. «Per noi è importante recuperare le nostre radici».

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Proprio dell’importanza del recupero dell’identità del territorio, il quartiere Ponticelli, è emblema ed esempio. Una storia quella di Ponticelli, un secolo fa era un comune a se, che narra di una vocazione differente dagli altri quartieri di Napoli. Siamo in una terra fertilissima, quella del Vesuvio, quindi per secoli caratterizzata da una identità contadina.

Poi l’espansione delle fabbriche e l’intensa costruzione di edifici dormitorio hanno fatto crescere una radicata coscienza operaia fatta di lotte per i diritti del lavoro. Così si è diffusa una forte cultura sindacale, politica e dell’associazionismo. 

Nel 1980 il terremoto e una “ricostruzione” mai finita che ha prodotto una edilizia da periferia trascurata.

Oggi tra agricoltura e industria i centocinquanta ettari di territorio sono divisi tra lotti molto frazionati; molti abbandonati, altri ancora fertili e produttivi, spesso per fiori, rose e ortaggi. In mezzo il “Parco De Filippo”, nove ettari, fino a qualche anno fa abbandonato quindi in mano alla malavita e ai suoi traffici illeciti; ora finalmente sede dell’Orto Sociale della Salute, un esempio di laboratorio sociale su larga scala.

Quattro anni fa l’Asl comprò vanghe, pale e rastrelli, il comune consegnò chiavi e lucchetto del Parco e il gruppo di utenti del centro diurno Lilliput ha potuto iniziare la bonifica del parco pubblico. Poi la chiamata al territorio per adottare le terrazze e iniziare il percorso di integrazione. La risposta è stata molto forte. Oggi è coltivato circa un ettaro e mezzo di parco e partecipano scuole materne, elementari e istituti superiori, parrocchie, cittadini e moltissime associazioni. 

«Ci sono anche i ragazzi delle superiori che ci aiutano con l’alternanza scuola lavoro. È una comunità di 140 famiglie e c’è una lunghissima lista di attesa perché per bonificare un’altra area del parco ci vogliono mezzi meccanici, come l’escavatore quindi finanziamenti che ancora non arrivano.

Ogni due mesi ci incontriamo tutti, siamo in tanti; per facilitare e avere sempre una partecipazione attiva abbiamo formato un Comitato Cittadino che è una rappresentazione dei cittadini dell’orto. Anche per la pulizia delle parti comuni c’è una condivisione e partecipazione. Quanto più puoi includere, inglobare questa è la migliore difesa.

Ogni ortolano sottoscrive una liberatoria, un’autocertificazione per la propria responsabilità e c’è un regolamento, ad esempio è vietato usare prodotti chimici».

L’orto è sempre più oggetto di attenzione di alcune Università sia per il tipo di organizzazione comunitaria che si è creata, sia per la partecipazione di utenti con difficoltà che hanno visto una reale integrazione. 

Ad esempio ci spiega l’architetto Cristina Visconti che nell’ambito di un progetto di ricerca sui cambiamenti climatici dell’Università di Napoli Federico II, è stato sviluppato uno strumento di ricerca partecipativa in cui abitanti e ricercatori hanno collaborato sul sistema idrico dell’orto poiché la zona soffre di allagamenti quando piove in abbondanza per l’eccessiva cementificazione. 

Incontri, approfondimenti e tavole rotonde hanno prodotto tavole tematiche e laboratori che hanno portato alla costruzione di un sistema di raccolta delle acque piovane fatto con materiali di scarto.

L’aspetto terapeutico dell’orto è evidente; alcuni utenti si sono appassionati, hanno avuto in gestione un area e contribuiscono con i propri prodotti all’economia della famiglia. La vendita è vietata, vige l’economia del dono e alcune famiglie hanno potuto risparmiare molto raccogliendo i frutti da loro coltivati. «Gli utenti possono finalmente aiutare la propria famiglia ricostruendo un proprio ruolo, fortificandosi, crescendo e imparando a credere in se stessi. Il livello di autostima generalmente è molto basso in chi ha problemi di dipendenza. È un dare e avere».

Per vedere il video integrale del progetto Resilient Ponticelli clicca qui

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