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29 Gen 2020

Atelier Riforma: la rete che trasforma abiti usati riscoprendo l’arte sartoriale

Scritto da: Lorena Di Maria

A Torino Elena Ferrero e Sara Secondo hanno fondato “Atelier Riforma” con l’obiettivo di creare una rete di sarte, designers, sartorie sociali, brand sostenibili che insieme collaborino per la trasformazione di abiti usati e la diffusione di una cultura circolare, attraverso la riscoperta e la valorizzazione dell’arte sartoriale.

«Ricordo che fin da piccola ero abituata a indossare vestiti di seconda mano che ereditavo da mia cugina di qualche anno più grande. E per fortuna c’era la nonna che, con la sua arte e la sua macchina da cucire, era capace di trasformare e abbellire qualsiasi abito, come fosse nuovo». La storia di oggi parla di vecchi abiti in un armadio e nuovi sogni nel cassetto.  Parla di due ragazze torinesi, Elena Ferrero e Sara Secondo, che sono state capaci di dare a quei vestiti e a quei sogni una nuova forma.

Qualche anno fa hanno dato vita al progetto “Atelier Riforma” che nasce con lo scopo di creare una rete sul territorio fatta di persone che, con diverse abilità e competenze, collaborino per dare nuova vita agli abiti usati e per diffondere una rinnovata cultura che ispiri le persone verso comportamenti sostenibili.

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E il progetto non può che nascere da una storia personale che, proprio come quella che ci ha raccontato Elena, rievoca tempi passati e abilità artigianali.

Il nome del progetto parte proprio dal concetto di “riformare”: «il termine “riforma” – ci viene spiegato –, si riferisce non solo al dare nuova forma agli abiti, ma anche al realizzare una vera e propria riforma del nostro modo di produrre e consumare, passando dall’ottica lineare di “produco, uso, butto” a quella circolare di “produco, uso, riformo».

L’obiettivo principale è raccogliere abiti usati dando loro una nuova vita tramite la selezione e la lavorazione sartoriale, rimettendoli successivamente sul mercato dopo essere stati trasformati dalle abili mani dei collaboratori che fanno parte della rete di Atelier Riforma creatasi in questi anni.

«I professionisti che hanno deciso di entrare nella nostra rete sono molto vari: ci sono modelliste, designer, un brand eco-sostenibile di ricamo a mano e una magliaia, ovvero colei che recupera i vecchi maglioni, disfacendoli e creandone di nuovi dallo lo stesso filato».

Come ci viene spiegato, la vita dei vestiti è brevissima: si stima che più della metà di tutta la fast fashion prodotta venga buttata entro un anno. E solo il 13% del totale dei tessuti viene in qualche modo riciclato (perlopiù dirottando i materiali in altre industrie con applicazioni di minor valore, ad esempio per farne materiale isolante, stracci o imbottiture per materassi) mentre meno dell’1% viene convertito in nuovi vestiti.

Il presupposto su cui si basa Atelier Riforma parte dal concetto di “upcycling” (che può essere tradotto col termine di “riciclo creativo”) e rappresenta un processo che supera il comune concetto di “recycling” (riciclo) attraverso una conversione migliorativa che, grazie all’atto creativo, aumenta il valore del materiale di ogni capo.

In questo modo, attraverso un continuo trasformare, riconcepire, riutilizzare, innovare, tutto ciò che rimane invenduto dopo un anno viene donato alle persone che ne hanno bisogno. «Chi desidera trovare una destinazione etica e sostenibile ai vestiti che non usa più e che ingombrano il suo armadio non deve fare altro che dircelo e veniamo a prenderli direttamente a casa sua: in cambio riceverà un piccolo buono da spendere per acquistare altri abiti riformati» ci spiega Elena.

Sul territorio Atelier Riforma collabora con alcune sartorie sociali come la Cooperativa Nemo e Il vaso di Sarepta, nelle quali lavorano persone in condizione di fragilità economico-sociale e che qui trovano nuove opportunità lavorative verso una maggior autonomia.

Sara ed Elena hanno inoltre avviato una collaborazione che prevede un percorso formativo con due istituti di moda, ovvero l’Accademia Italiana di Moda e Couture e l’Istituto di Moda Burgo Torino ai quali forniscono i capi usati affichè gli studenti e le studentesse abbiano l’opportunità di imparare cosa significa fare moda sostenibile attraverso l’allungamento della vita dei vestiti.

Come ci raccontano, un grande problema che affligge gli abiti usati è la trasparenza. Infatti, se decidiamo di donare i nostri vestiti riponendoli negli appositi cassonetti o regalandoli ad associazioni non abbiamo, in molti casi, la certezza di dove questi andranno a finire. «Questa poca trasparenza scoraggia i cittadini a intraprendere buone azioni ed è quindi fondamentale aumentare la consapevolezza del percorso e della destinazione dei propri capi, in modo che questo processo venga a tutti gli effetti incentivato, stimolando la diffusione di comportamenti virtuosi».

E l’aspetto innovativo di Atelier Riforma risiede proprio nella possibilità di conoscere il percorso di ogni capo donato poiché viene tracciato attraverso un sistema di codici che permette di sapere esattamente dove è andato a finire il capo donato. «Attraverso il nostro sistema di tracciabilità facciamo “toccare con mano” l’impatto positivo di ogni donazione e questo rappresenta un elemento distintivo che al momento non è presente in nessun’altra realtà di questo tipo».

Come ci viene spiegato, ad oggi il settore della moda è la seconda industria più inquinante al mondo, seconda soltanto a quella petrolifera. Questo perché l’attuale sistema di produzione e utilizzo degli abiti opera in modo completamente lineare: si impiegano ingenti quantità di risorse per produrre i vestiti, i quali vengono utilizzati per un brevissimo periodo di tempo, trascorso il quale finiscono in discarica o negli inceneritori. Attualmente, l’industria tessile si basa soprattutto su risorse non rinnovabili – 98 milioni di tonnellate in totale all’anno – fra cui petrolio per produrre le fibre sintetiche, fertilizzanti per coltivare il cotone e sostanze chimiche per produrre, colorare e rifinire i tessuti.

Atelier Riforma si è costituita proprio in questi giorni startup innovativa. E così Elena e Sara stanno creando un sistema virtuoso fatto di persone e abilità diverse, di professioni e competenze variegate, ma accomunate da un grande sogno: «contrastare l’attuale cultura dell’“usa e getta” per azzerare lo spreco nell’industria del tessile attraverso una moda ecologicamente ed eticamente sostenibile, che sia accessibile alla maggior parte della popolazione e non un privilegio di pochi».

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