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15 Gen 2020

La Scuola italiana di Arte del Processo e Democrazia Profonda

Sta per ripartire la Scuola di Arte del Processo e Democrazia Profonda, una realtà nata dal basso e dalla volontà di portare anche in Italia un approccio innovativo alla vita e al cambiamento, nonché nuovi strumenti di consapevolezza e di supporto alle dinamiche individuali e collettive nella nostra società.

Fondata nel 2015 da un team di quattro sognatrici e un sognatore, la Scuola di Arte del Processo e Democrazia Profonda festeggia cinque anni dal suo primo seminario ed è pronta a ripartire dal 24 gennaio.

L’Arte del Processo, più spesso conosciuta come Processwork o come psicologia orientata al processo, è una metodologia interdisciplinare che pone le proprie radici nella psicologia junghiana, nel taoismo, nello sciamanesimo e nella fisica quantistica per comprendere la natura umana e facilitarla nelle esperienze della vita. Sebbene si ispiri “a principi e a valori culturali che appartengono a tutta l’umanità”, come spiega Samuel, co-fondatore e studente della scuola, l’arte del processo offre una metodologia inedita, che unisce alla psicologia tradizionale tematiche sociali come il potere, i privilegi e la relazione con la diversità.

Nata dall’entusiasmo di chi aveva già incontrato l’Arte del Processo all’estero e ha desiderato trasportare tali conoscenze anche qui in Italia, ad oggi la scuola ha visto passare, fra studenti e partecipanti ai seminari, più di duecento persone fra i 24 e i 70 anni provenienti da tutta Italia, ma anche dall’India, dalla Germania, dagli Stati Uniti e da altre nazioni. Ad animare la scuola sono studentesse, lavoratori e pensionate, assistenti sociali, psicologhe, giornaliste, un regista e produttore, una professoressa delle superiori, un avvocato, per citare solo alcuni dei profili professionali degli studenti.

Tra di loro c’è Francesco che da ormai 16 anni lavora come clown, anche per una ricerca spirituale, come racconta. «Leggendo Gurdjieff e Osho mi sono accorto che viviamo meccanicamente nella nostra realtà e che solo facendo spazio alla coscienza possiamo vivere consapevolmente. Può sembrare assurdo, ma mi è sembrato che il personaggio del clown potesse essere una via per questa ricerca. La domanda che mi ha mosso, e che avevo sentito fare da un’insegnante di clown è stata “è più folle chi sta nelle regole o chi ne sta fuori?”

Da quando frequento la scuola, la mia relazione con il mondo dei sogni è cambiata. Io sono un sognatore, passo il tempo a immaginare e a mettere in scena storie che non esistono e a volte nutrivo il timore che fosse sì, bello, ma non utile. La cultura del Processwork valorizza, oltre alla realtà più concreta, anche il mondo dei sogni come una ricchezza e questo ha cambiato il modo in cui valuto il mio lavoro».

Poi c’è Christian, ecologo, educatore e fondatore di Nature Rock, che ha deciso di intraprendere questi studi perché – a detta sua – «se vogliamo proteggere la natura di per sé dobbiamo partire dalle nostre relazioni umane. Capire e comprendere la natura umana è come capire e comprendere la natura selvatica. Noi la natura selvatica l’abbiamo trattata come un parrucchiere tratta i capelli, l’abbiamo ritagliata, rimodellata. Noi non abitiamo sulla Terra, ma nella Terra con la Terra. Io faccio da intermediario fra l’umano e il selvatico che ci appartiene e ci circonda».

Poi c’è Irene, che ispirata dal lavoro dell’arte del processo e con il sostegno del Gruppo Creativo ha dato vita alla Yogurta, la casa laboratorio nei pressi di Roma. O ancora ci sono Cristina, che lavorava in banca e durante gli anni della scuola ha lasciato il lavoro per aprire un ostello a Venezia e Andrea, ex economista che oggi insegna yoga.

Una delle peculiarità di questo metodo basato sulla consapevolezza è il riconoscimento di un potenziale positivo anche nel conflitto o in ciò che a primo impatto ci risulta essere disturbante, sia nella relazione con noi stessi, che con gli altri e con il mondo.

Spesso ci rivolgiamo a filosofie e pratiche di conoscenza di sé con un forte desiderio di cambiare e assumendo una posizione critica nei confronti di noi stessi. Il processwork invita invece a prendere piena consapevolezza di ciò che già facciamo, fino a riconoscerne l’energia ed il valore potenziale. È il cosiddetto “paradosso del non cambiamento”, che Bob Dylan aveva colto cantando del “guerriero la cui forza è quella di non combattere”: nel momento in cui smettiamo di lottare contro noi stessi e cogliamo quanto c’è di utile in ciò che ci disturba, il nostro vissuto e l’atmosfera nei gruppi si trasformano spontaneamente.

«Il processwork – racconta Samuel, che lavora da vent’anni come operatore di discipline bionaturali – mi ha consentito di stare più vicino alle persone che appartengono alla mia vita privata e a quelle che si rivolgono chiedendomi aiuto per cambiare. Dire loro che non devono cambiare, ma che devono solo essere quello che sono un po’ più consapevolmente è bello».

Passo a passo, grazie ai seminari, allo studio e al supporto reciproco, gli studenti di processwork stanno imparando a valorizzare le esperienze proprie e altrui, supportando la diversità.

Per chi fosse curioso della letteratura inerente al processwork, di affacciarsi ai seminari aperti della scuola e per chi è interessato a partecipare all’anno base di formazione, cliccate qui per consultare il sito della scuola.

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