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17 Gen 2020

A Torino ristorazione sociale e integrazione risvegliano il quartiere Mirafiori nord

Scritto da: Daniela Bartolini

Tre giovani di Torino hanno aperto la Cooperativa Raggio e dato vita a dei luoghi di incontro, ristorazione e inclusione sociale nella zona di Mirafiori Nord. Al Baretto, la Caffetteria e l’Osteria Andirivieni sono gli spazi che la cooperativa gestisce promuovendo l’inserimento lavorativo di persone in situazioni di difficoltà e contribuendo al contempo ad animare e valorizzare tutto il quartiere.

«Siamo nati nel quartiere Mirafiori Nord, un quartiere popolare, un quartiere dormitorio, nato in gran parte intorno all’esperienza della Fiat. Un quartiere di casermoni giganti, che si svuota al mattino e si riempe di nuovo alla sera» – ci racconta Fabrizio Billero, uno dei soci fondatori della Cooperativa Sociale Raggio, fornendoci un primo elemento fondamentale di questa storia: il quartiere.

Siamo nel 2012 ed è qui che tre giovani venticinquenni iniziano a disegnare il proprio futuro. Laurea in materie umanistiche alle spalle e qualche esperienza nel mondo del lavoro “classico”, dalla grande distribuzione alle grandi compagnie, e «un’adolescenza passata a girovagare fra i parchi». Perché i luoghi di ritrovo che il quartiere offriva erano quelli tradizionali, qualche bar per lo più. 

«Avevamo il desiderio di inventarci un lavoro diverso rispetto allo stare ore dietro un computer e in un’azienda che magari non rispetta a pieno il mio potenziale, il mio “stare al mondo”. Volevamo qualcosa di tutto nostro basato su degli ideali di umanità» – prosegue Fabrizio.

E nel quartiere c’era un vuoto sociale da colmare, quello appunto della mancanza di luoghi di aggregazione. Un luogo « più che altro per i ragazzi e gli anziani che non uscendo tardi dal lavoro qui si ritrovano a non sapere cosa fare. Ci piaceva l’idea di creare un luogo che potesse contenere un po’ di energia. Ma anche un punto di incontro che non riproponesse alcune “dinamiche da bar” come alcol a basso prezzo, prodotti scadenti, video poker e slot machine. 

Ci siamo detti fin da subito che non aveva senso aprire una “società normale”, ci piaceva la forma cooperativa sia perché sposavamo i suoi valori, l’idea di solidarietà, di cooperazione, di mutuo aiuto, sia perché ci interessava ridare un po’ di quello che avevamo preso dalla città, dal quartiere. Restituire anche un po’ di forza lavoro, anche alle persone per cui l’accesso al lavoro è più difficile, quindi ai soggetti più svantaggiati. All’epoca non c’erano ancora tante realtà di questo tipo, abbiamo lavorato un po’ di fantasia, il film “Si può fare!” ci è stato di ispirazione. E abbiamo così iniziato a formarci».

Interno de Al Baretto

Nasce così, a fine 2012, la Cooperativa Sociale Raggio, quasi in parallelo al primo luogo di aggregazione: Al Baretto. «Abbiamo provato a puntare sulla qualità, sull’eticità, utilizzando prodotti provenienti dal commercio equo e solidale, dalle filiere biologiche, dai produttori locali. E siamo partiti subito inserendo persone con disabilità cognitiva. 

Per due anni abbiamo rafforzato l’idea che questo bar diventasse il centro del nostro piccolo quartiere. E così è stato. Nel giro di poco tempo tutti i ragazzi, le famiglie, gli anziani lo hanno preso come punto di riferimento per incontrarsi». 

Mentre Al Baretto si consolida e cresce, arriva una grande opportunità, vincendo il bando per gestire i locali di somministrazione di Cascina Roccafranca della Rete delle Case di Quartiere. Qui nel 2016 la Cooperativa Raggio amplia il proprio progetto con la Caffetteria e l’Osteria Andirivieni.

«A quel punto c’è esplosa una bomba in mano, eravamo passati da essere tre giovani con l’idea di fare qualcosa per il quartiere a diventare un’impresa a tutti gli effetti, sempre organizzata come cooperativa, ma con una struttura molto più grande, con un bilancio che ha iniziato a lievitare e con una forza lavoro in espansione. A quel punto ci siamo detti che forse non bastava più solo la disabilità come ambito d’intervento. Quindi abbiamo deciso di aprire anche a chi arriva da percorsi di dipendenza da sostanze, a rifugiati politici, a chi è in pena alternativa al carcere o ancora detenuto, che oggi viene a lavorare da noi durante il giorno e la sera torna in carcere.

Siamo diventati così, per le associazioni e gli enti del terzo settore che si occupano di questo, un punto di riferimento per attivare tirocini. Un luogo dove acquisire nuove competenze lavorative, ma anche in cui iniziare a ricostruire radici. Grazie al lavoro si crea innanzitutto una rete sociale di supporto, i colleghi diventano un primo aggancio per potersi rimettere in circolo, in moto. E poi c’è l’indipendenza economica, ma anche e sopratutto autostima. Riacquisire queste competenze è importantissimo sopratutto per chi viene da percorsi difficili, trovare qualcuno che si fida di te, che ti dice, anche riguardo alle specifiche mansioni, che non importa se sbagli, ma proviamo a rifarlo insieme. In particolare nel settore ristorazione, queste persone si preparano a tornare nel mondo del lavoro e infatti molte vengono assunte in ristoranti, mense, bar, imprese di pulizie, comunque affini. 

Si crea così un circolo virtuoso, per queste persone e per il quartiere che ha tre punti di aggregazione molto dinamici e diversi dai classici bar che offrono anche a chi arriva un’esperienza diversa, mettendolo ad esempio in discussione i propri pregiudizi di fronte alla disabilità e alla diversità». 

Ad oggi in cooperativa lavorano ventuno persone di cui il 40% sono soggetti svantaggiati, promuovendo l’inclusione sociale in modo molto semplice, come sottolinea Fabrizio. Una semplicità che con stupore funziona. Al Baretto è diventato un luogo “giovane” frequentato anche da ragazzi e ragazze di altre zone della città, si riempie d’estate o per i concertini organizzati settimanalmente. Qui è nato anche un punto dell’Alveare che dice sì, offrendo accanto ai prodotti del commercio equo e solidale, anche la possibilità di fare una spesa alternativa e di qualità al giusto prezzo.

E la Caffetteria e l’Osteria hanno dato la possibilità di «ingrandire il sogno. Quando è arrivata questa opportunità avevamo già capito che quello che ci piaceva fare era stare a contatto con le persone, attraverso il cibo che è un gran collante. Di nuovo abbiamo provato a misurarci con qualcosa di più grande e in cui non avevamo esperienza perché abbiamo intravisto il potenziale.

Signore che fanno la maglia in caffetteria

Nell’osteria utilizziamo prodotti il più possibile del territorio, andando ad acquistare direttamente dai piccoli produttori. Cerchiamo il giusto equilibrio tra la qualità e una proposta popolare accessibile a tutti, ma anche gourmet. Molti anziani vengono a pranzo da noi, è un momento per fare due chiacchiere con qualcuno e creare amicizie. La caffetteria è aperta tutto il giorno e quindi accoglie molte più persone: gli anziani al mattino, le famiglie il pomeriggio, i giovani la sera». 

Il lavoro quotidiano di Fabrizio oggi è proprio come responsabile della caffetteria, ma anche di gestione amministrativa come membro del cda della cooperativa, in particolare occupandosi degli inserimenti lavorativi. «Ma poi tutti a turno facciamo tutto – sottolinea – E sopratutto c’è molta condivisione, non c’è mai nessuno che impone la propria idea. Tutti i lavoratori si incontrano una volta a settimana, ci confrontiamo e così risolviamo prima che sorgano tanti possibili problemi. Il dialogo e anche la discussione animata, ci aiutano e arricchisce le idee». 

Fine anno all’Osteria Andirivieni. Con le mance di tutti è stata regalata una bici elettrica a un lavoratore che si sposta ogni giorno da un’altra zona della città.

E intanto una nuova avventura si è aperta la strada: il Comune di Rivalta di Torino ha messo a bando la gestione di un locale di sua proprietà nel centro storico. «Apriremo qui un’esperienza simile ad Andirivieni, ma ovviamente diversa. Dobbiamo infatti capire le esigenze e le dinamiche di questo paese, ma siamo super gasati» –  conclude Fabrizio.

#IoNonMiRassegno 26/2/2020

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