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6 Mag 2020

Io R-Esisto in strada: aiutiamo i senzatetto perché la salute è un diritto di tutti

Scritto da: Lorena Di Maria

Sono loro, i senzatetto. Dopo che molti parchi sono stati chiusi per settimane, i dormitori saturi e le mense hanno ridotto il servizio, si ritrovano in molti casi abbandonati e dimenticati. Proprio ora che una maggior attenzione nei loro confronti può fare la differenza nella gestione di questa emergenza. Così Ccm e World Friends, due organizzazioni Torinesi, si stanno occupando di fornire loro le adeguate cure e attenzioni e ci raccontano come procede sul territorio la gestione dell’emergenza.

È una fitta rete di servizi quella che a Torino sta cercando di rispondere alle esigenze dei senza fissa dimora, tuttavia l’emergenza sanitaria sta aggredendo in maniera molto dura coloro che già si trovavano in una situazione di svantaggio e che rimangono ora tra i più esposti al rischio di contagio, vedendo di giorno in giorno ridursi i servizi su cui poter contare.

In città ci sono due organizzazioni che con impegno e un quotidiano lavoro sul campo si stanno dedicando alle persone più vulnerabili come senzatetto, migranti e individui fragili. Persone che esistono e resistono nelle nostre strade e che ora più che mai hanno bisogno di ricevere delle cure.

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Si chiamano CCM – Comitato Collaborazione Medica e World Friends e, tramite il progetto “Io R-esisto in strada: outreach socio-sanitaria per i senza fissa dimora di Torino”, realizzato con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, stanno facendo in modo che la salute e l’accesso alle cure di base possano essere, in questo momento difficile, diritti garantiti a tutti. Così Abbiamo intervistato Sabina Tangerini, referente e responsabile del progetto per CCM, Mattia Viano, operatore infermiere sul campo e l’operatrice Lisa di Mascolo, che ci hanno raccontato la loro esperienza.

Come si sta gestendo in città la situazione delle persone senza fissa dimora?

A Torino ci sono oltre 2.000 persone che vivono senza fissa dimora alternando le notti in strada a quelle in dormitorio. I dormitori sono rimasti aperti durante tutto il periodo di emergenza ma, in particolare nelle fasi iniziali, hanno ridotto i posti disponibili per garantire il distanziamento tra gli ospiti.

Quali sono state le difficoltà nella gestione dei dormitori durante l’emergenza?

Alcuni dormitori sono stati chiusi mentre in altri non è stata consentita la permanenza diurna e questo ha avuto una ricaduta negativa sulla loro capacità di rispettare le più banali forme di prevenzione come igiene e distanziamento sociale. Oltre a questo, alcuni dormitori, il cui accesso è a rotazione fra tutti i numerosi richiedenti, sono stati obbligati a chiudere o a “bloccare” lo scorrimento della graduatoria, così facendo molte persone sono da circa due mesi esclusi dalla presa in carico.

I dormitori sono fondamentali per i senza fissa dimora ma d’altra parte non sono messi nelle condizioni di far rispettare le norme previste, aumentandone il pericolo; per ovvi motivi, si trovano infatti persone chiuse nello stesso posto (30-40-50 persone, in base alla grandezza), che non hanno nessun legame fra di loro e che di giorno sono costretti a spostarsi anche molto per trovare cibo, medicine e altre necessità.

In cosa consiste il progetto “Io R-Esisto in strada” e in che modo vi occupate di diffondere un aiuto alle persone fragili?

Il progetto si declina in attività di ascolto, educazione sanitaria e distribuzione di farmaci da banco e kit igienici ai senza fissa dimora. Parallelamente verrà attivato un servizio di supporto telefonico gestito da personale medico, rivolto agli operatori delle strutture di accoglienza diurna e notturna, mense, distribuzione viveri e vestiario. Diverse modalità, quindi, per fornire un sostegno laddove sarà necessario, con l’obiettivo di mitigare l’effetto della pandemia su questa fascia di popolazione in condizioni di svantaggio. 

Come hanno reagito i senza fissa dimora agli aiuti offerti?

Durante queste prime due settimane di attività sul campo abbiamo incontrato circa 200 persone che si sono dimostrate interessate ai nostri interventi. All’inizio erano un po’ diffidenti, poiché nutrono poca fiducia nelle istituzioni, ma man mano si sono dimostrati grati e accoglienti. Sono spesso spaesati, arrabbiati e delusi e il motivo si può ritrovare facilmente nel fatto che molti servizi a loro dedicati sono rimasti chiusi o hanno seguito un orario ridotto. L’insicurezza e la necessità hanno poi spinto molti di loro all’aggregazione, organizzata in campi improvvisati in alcuni parchi per esempio, piuttosto che al distanziamento.

In che modo vi state occupando di garantire l’accesso alle cure di base per le persone vulnerabili ?

Da sempre i nostri progetti sul territorio a favore delle persone senza fissa dimora si basano sull’accompagnamento sanitario, un approccio che non mira esclusivamente alla cura della malattia, alla medicazione o al dispensare farmaci generici, ma anche alla cura della persona, all’attenzione di bisogni che esulano dalla sfera sanitaria e abbracciano la più ampia e corretta definizione di Salute.

Quali sono le ricadute in termini di salute pubblica?

Sono oltre 55.000 persone che vivono in strada sul territorio nazionale. Le emergenze sanitarie incidono in maniera netta su tutta la popolazione ma acutizzano le disuguaglianze di salute, portando maggiori danni proprio su chi già convive con una situazione di vulnerabilità.

Dove si sono spostati i senzatetto che non sono riusciti ad accedere ai servizi offerti in città?

I dati riportano che prima dell’emergenza l’offerta di posti era già carente, con circa 700 posti per 2000 persone richiedenti. Con l’acuirsi dell’emergenza questi si sono ulteriormente ridotti e sono state bloccate le graduatorie per l’ingresso – per ragioni di sicurezza – ma di fatti impedendo l’accesso di chi non era accolto nella fase iniziale dell’emergenza. Gli altri senzatetto hanno continuato la vita in strada sia per necessità, mancanza di posti, che per scelta, ovvero per paura del contagio. La chiusura dei parchi cittadini ha ulteriormente ridotto le chance di trovare luoghi dove pernottare.

Come si sono organizzati gli altri servizi?

Gli altri servizi attivi per la distribuzione del cibo e gli ambulatori sociali sono stati fortemente ridotti a causa della chiusura delle strutture non in grado di garantire la sicurezza necessaria sia degli ospiti che degli operatori, molti dei quali sono volontari in età avanzata. Davanti ai pochi servizi aperti si sono create sovente file significative e alcune mense sono passate da servizio al chiuso a servizio di cibo da asporto. Solo pochi bagni pubblici sono rimasti aperti e la mancanza di bar e luoghi di ristoro ha limitato fortemente la possibilità di lavarsi o l’utilizzo dei servizi igienici.

Quale maggior contributo dovrebbero dare le politiche sanitarie a livello regionale?

Di fronte alla chiusura dei luoghi tradizionali di aiuto è necessario ripensare i servizi in modo diverso. Le politiche sanitarie dovrebbero essere più forti e incisive laddove ci sono situazioni di marginalità, poiché spesso non si hanno le possibilità o le competenze di gestione: bisogna rivedere la sanità fortificando i processi di prevenzione e di sostegno integrato sul territorio per arrivare pronti ad una nuova emergenza del futuro.

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