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5 Giu 2020

“Cambio vita e coltivo canapa industriale”: Francesco Procacci e il suo ritorno alla terra

Cambiare vita e tornare nel luogo d’origine per avviare un progetto innovativo all’insegna della sostenibilità. È la scelta di vita intrapresa da molti giovani che hanno scelto la strada del ritorno alla terra. Tra di loro Francesco Procacci che dopo la laurea e alcune esperienze di vita e lavoro in Italia e all’estero si è stabilito a Cervinara, in provincia di Avellino, e qui ha avviato un’azienda agricola.

Per chi è solito leggere Italia che Cambia le storie come quella di Francesco Procacci, giovane laureato che ha deciso di tornare a coltivare la terra, sono storie virtuose, di coraggio e di bellezza. Lo stigma che grava attorno alla vita rurale e la mentalità della “fuga dalla terra”, tuttavia, tardano a dissiparsi e in alcune zone «non è proprio concepito che un ragazzo possa voler fare di sua spontanea volontà l’agricoltore», ci ha raccontato Francesco. Nell’attesa che il lavoro colturale possa essere riconosciuto in tutto il suo valore, speriamo, attraverso questa testimonianza, di gettare un piccolo seme verso un simile cambiamento culturale.

Francesco Procacci

Puoi presentarti?
Sono laureato in marketing e pubblicità. Ho lavorato per anni, a Roma e all’estero, per agenzie di comunicazione, trascorrendo circa 10 ore al giorno davanti al computer, in ufficio. Un modo di vivere che mi stava sempre più stretto. Poi, attraverso un progetto organizzato dalla Regione Lazio, sono finito a Panta Rei – centro attorno al quale ruotano varie realtà innovative, come la permacultura, le Transition Town, gli ecovillaggi e la stessa Italia che Cambia. Lì ho avuto modo di toccare con mano delle pratiche molto interessanti, come la bioedilizia, e ho fatto la mia prima esperienza in un campo di canapa industriale».

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Finito il progetto hai deciso di tornare nella tua terra d’origine, in provincia di Avellino. Perché questa scelta?
Volevo aprire un’azienda agricola, e alla fine ho deciso di tornare a Cervinara. Può suonare strano, ma una delle principali motivazioni è stata la tipologia, la tessitura del terreno che c’è qui da me. Si tratta di un terreno di origine vulcanica, bello, fertile. Poi c’era il fatto che in Campania si dice che “l’agricoltura è fallita”. Non c’è una percezione del valore della terra, e io volevo riconoscerglielo».

Così, cinque anni fa, è nata l’azienda agricola Cereris. Puoi descriverla?
Coltiviamo canapa industriale per la produzione di semi – dai quali faccio farina, olio e derivati come pasta o altri prodotti da forno – grani antichi, poi castagne e ciliegie. Nei giorni scorsi abbiamo seminato del mais in vista del suo nuovo progetto: allevare delle galline ovaiole alimentandole con il mais e la canapa che produce, così da ottenere delle uova di altissima qualità.

Essere innovativi non è sempre facile. Hai incontrato pregiudizi nei confronti della tua attività?
Per esempio coltivare il grano senza diserbo, discostandosi dagli usi comuni, può risultare antipatico. O ancora, la canapa industriale non gode certo di popolarità. Per molti è droga. “Metti ancora quella roba? – mi chiedono. E io rispondo: “Quella roba è canapa industriale: i vostri nonni si vestivano con quella roba”».

Molte tra le persone che hanno cambiato vita ci riferiscono di intoppi burocratici con cui hanno dovuto fare i conti. È successo anche a te?
Sì tra le difficoltà incontrate ve ne sono alcune derivanti dalle modalità con cui si tengono i bandi, dalle normative sull’agricoltura e dalla stringente burocrazia. Per fare un esempio, se vado dal contadino e prendo un sacchetto di mais di semina antico, conservato e auto-riprodotto è praticamente impossibile metterlo a fascicolo e fare la deroga per il biologico. Oggi, nel mondo agricolo, sei costretto ad acquistare sempre e comunque il seme certificato, cartellinato. I semi di canapa certificati biologici, poi, sono difficili da trovare. Devo importarli dalla Francia o dall’Est Europa. Resta sempre il quesito: “Perché non posso riseminare quanto ho raccolto negli anni passati, ma devo comprarlo ogni volta, a prezzi più alti, dall’estero?”.

Nonostante queste difficoltà, continui a dedicarti con cura alla produzione di cibo nutriente e sano, suscitando piano piano interesse nel territorio…
Sono serviti cinque anni, ma da un po’ di tempo a questa parte la situazione inizia a cambiare. Ora le persone mi chiedono più informazioni e si sono incuriosite.

La sostenibilità economica invece inizia ad essere palpabile solo nell’ultimo anno, durante il quale ho investito tutti i guadagni degli ultimi 3 anni per l’acquisto di un trattore con relativi attrezzi (prima facevo tutte le lavorazioni conto terzi…) e per la realizzazione del laboratorio di trasformazione aziendale.

Quali sono i prossimi obiettivi della tua azienda dal punto di vista della sostenibilità ambientale?
Per i prossimi tre anni ho come obiettivo l’aumento di sostanza organica e quindi di fertilità dei terreni aziendali, tramite rotazioni con colture da sovescio, ma soprattutto con l’utilizzo di fertilizzanti autoprodotti con materie prime di origine organica. Mi piacerebbe distaccarmi gradualmente dall’utilizzo di fertilizzanti e fitofarmaci commerciali, anche se consentiti in agricoltura biologica. Inoltre con il primo progetto disponibile, installerò cisterne per il recupero di acqua piovana e pannelli solari per la produzione di energia elettrica da utilizzare in azienda.

Cosa consiglieresti ai giovani che vogliono intraprendere una strada simile alla tua?
Valutare attentamente ogni aspetto del progetto, dal punto di vista economico ma soprattutto di fattibilità. Personalmente ho fatto diversi errori nei primi anni che mi hanno fatto perder tempo e spendere soldi inutilmente. Di sicuro potrebbe essere di aiuto confrontarsi con altri giovani che hanno intrapreso questo percorso qualche anno fa.

Come hai vissuto e stai vivendo l’emergenza legata al coronavirus?
L’emergenza sanitaria che ha costretto tutte le persone in casa, mi ha permesso di far conoscere la mia farina di grani antichi a molte più persone, grazie al fatto che in tanti si sono cimentati nella preparazione di pizze e pane fatti in casa. Fortunatamente non ho avuto ostacoli a portare avanti il lavoro primaverile di preparazione dei terreni per le semine ne ho avuto problemi con le spedizioni.

Ho apprezzato, durante il periodo di quarantena, l’aria pulita che si respirava, il silenzio nei campi “disturbato” solo dal cinguettio degli uccelli, sembrava esser tornati indietro di 40 anni, quando c’erano meno automobili in giro e meno fabbriche, con conseguenti bassi livelli di inquinamento rispetto ad oggi.

La pandemia ha fatto apprezzare e riscoprire i prodotti agroalimentari locali in contrapposizione a quelli importati da paesi lontani, ha fatto riscoprire alle persone anche le zone rurali vicino casa, che sono diventate meta di tante passeggiate. Spero che in futuro vengano valorizzati concretamente i progetti agricoli realmente innovativi portati avanti da giovani che tornano alla terra con reale passione e voglia di fare. Solo l’impegno verso una sostenibilità reale potrà assicurarci un futuro sereno sulla terra.

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