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14 Set 2020

I Bagni Pubblici di Via Agliè: la casa per tutti che narra un quartiere diverso

Scritto da: Simona Sirna

I Bagni Pubblici di Via Agliè sono una realtà ormai conosciuta nel contesto torinese. Sono una delle Case del Quartiere che nasce per accogliere tutti e dove, a di Barriera di Milano, è possibile sentirsi a casa a prescindere dalla condizione sociale, dalla provenienza o dallo stato di salute. Ci racconta il progetto Erika Mattarella, anima e spirito di un quartiere dove la diversità ogni giorno si trasforma in ricchezza.

Prima dell’incontro con Erika Mattarella entro in una struttura di mattoni molto silenziosa. All’interno c’è un bar, con il pavimento di una volta: piastrelle nere puntinate di macchioline bianche uguali che si ripetono come un codice, come stelle in una notte scura. Chiedo di Erika alla ragazza del bar e mi indica di andar fuori, nel cortile interno. Esco, attraverso delle porte di legno colorate, una rampa di scale e sono nella zona esterna dei Bagni Pubblici di Via Agliè.

Intravedo una specie di porticato pieno di oggetti: per terra il pavimento è in pietra, ruvida e semplice, intorno dei libri, un ombrellone, delle sedie, un separé in finte canne di bambù, piante, una panchina colorata di verde, stoviglie, zoccoli di legno colorato, un carrellino porta oggetti, la pompa dell’acqua con un tubo lunghissimo, dei tavoli, un carrellino per le bevande in legno, una spillatrice di birra. I muri sono decorati e un po’ scrostati in alcuni punti.

Sembra uno spazio polifunzionale che potrebbe servire a mille scopi diversi, uno spazio che non riuscirei a collocare geograficamente da qualche parte. Una realtà inclusiva dove mille mondi diversi possono incontrarsi: dove c’è posto per tutti. Il nome del bar la dice lunga: Acqua Alta e sotto campeggia la scritta “dove nessun pesce è fuor d’acqua”. Come se fosse uno spazio grande abbastanza per ospitare chiunque, nessuno è escluso, nessuno rimane fuori.

E in effetti mi sento accolta anche io mentre Erika mi dice: «Scusa sono un po’ in ritardo, mi aspetti?», mentre inizia un’intervista con un’altra persona. Mi siedo ad un tavolo e bevo il mio bicchiere d’acqua mentre do un’occhiata al posto. C’è una piccola biblioteca all’interno, in un salone con una gigantesca lavagna nera, una macchina da cucire per le lezioni di cucito che si tengono qui e le docce al piano di sopra.

Erika è la responsabile della struttura. È bello il modo in cui mi racconta del quartiere: “Barriera di Milano è il posto in cui sono cresciuta e nata e dove vivo tuttora e per me è il quartiere più bello del mondo perché è uguale ad altri miliardi di quartieri di altri miliardi di città”. Barriera ha la nomea di essere un posto un po’ difficile ma Erika mi dice che non è diverso da tante altre realtà.

«Semplicemente è un quartiere molto vivo, con molto rumore la sera ma anche molta vivacità». In questo luogo si inserisce la casa del Quartiere. Il termine “casa” mi fa pensare ad un posto dove ci si sente accolti e protetti. I bagni pubblici, mi racconta Erika, nascono circa tredici anni fa, inizialmente come servizio docce. Il nome del posto in origine era “casa interculturale di quartiere”. Grazie al contributo della Compagnia di San Paolo è stato possibile ristrutturare quella che, a partire dal 2015, è stata chiamata ufficialmente Casa del quartiere e apportare dei cambiamenti importanti. Le docce sono state portate al piano di sopra (che inizialmente era inagibile) ed è stato inserito l’impianto elettrico.

Il bando che ha reso possibile questa trasformazione prevedeva tutta una serie di attività necessarie per modificare i Bagni pubblici di via Agliè e la gestione era stata affidata per soli due anni: dopo quel periodo non si sapeva cosa sarebbe accaduto allo spazio. Alla fine, la collaborazione con la Compagnia di San Paolo è proseguita. Lo scopo iniziale era di creare un luogo di aggregazione per Barriera: una realtà multiculturale, variegata, ricca di anziani soli e di famiglie con grandi difficoltà economiche.

«Agli esordi del progetto abbiamo cercato di coinvolgere gli abitanti per costruire insieme le attività cosicché queste avrebbero potuto continuare ad esistere anche alla fine del bando. Al suo termine le attività si sono progressivamente evolute: ci sono attività che sono svolte da dieci anni, altre da meno tempo. Più di ogni altra cosa abbiamo cercato di non sdoppiare le risorse del quartiere: se qualcuno viene e ci chiede di fare un corso di zumba lo mandiamo alla palestra dove può trovare questa attività. Questo per rafforzare quello che è il quartiere, per valorizzarne le peculiarità».

Mi racconta che gli obiettivi della casa erano essenzialmente due: coinvolgere gli abitanti e costruire una narrazione diversa di Barriera di Milano. La vivacità di questo quartiere si è vista anche durante il periodo di confinamento: «Le persone si sono aiutate, tutti parlavano dai balconi e nessuno ha sofferto la solitudine, si è creata tantissima coesione e solidarietà». Coesione e solidarietà anche con gli immigrati che sono una grande parte di Barriera di Milano e della casa del Quartiere.

Le domando che rapporto c’è qui tra persone straniere e italiani. «Alcuni sostengono che la Casa sia un’isola felice: al suo interno gli anziani italiani fanno spesso “da nonni” ai figli degli immigrati che vivono nel quartiere, mentre altri sostengono che non ci sia tutta questa integrazione ma una qualche forma di intolleranza. Nel complesso è difficile avere una percezione corrispondente alla realtà. Barriera di Milano è come un paesone di sessantamila persone ma noi ogni anno ne vediamo circa un sesto. Qualunque quadro si possa dare qui della realtà di Barriera sarà comunque parziale. Qui, ad ogni modo, si è sempre parlato di immigrazione facendo attenzione a non sconfinare né nel naif né nel parlarne in modo emergenziale ma coinvolgendo gli immigrati, lavorando con loro perché possano raccontarsi.

Il coinvolgimento è possibile, ad esempio, attraverso il corso di cucito tenuto da Malik; attraverso una rassegna cinematografica che unisce il cinema Monterosa al cinema del quartiere di via Agliè, dove proprio quest’anno sono stati proiettati film che trattano il tema dell’immigrazione affinché, anche attraverso il cinema di quartiere, si parli di questa realtà. I bambini degli immigrati popolano inoltre le scuole di questa zona dove l’indice di vecchiaia è molto più basso rispetto alle altre zone di Torino». Con Erika parliamo anche di chi lavora nella casa del quartiere. «sono presenti volontari che fanno corsi di aggiornamento, poi ci sono tre persone part-time come me che lavorano, stipendiate, sui tanti progetti. E menomale che ci sono i volontari che si spendono e ci regalano il loro tempo».

La Casa porta avanti anche attività in cui sono coinvolti gli anziani. «Esiste il progetto “Quartiere col museo” che ha raccolto più di cento anziani per riappropriarsi della città e fruire del patrimonio museale ed stato regalato loro l’abbonamento museo per il primo anno. Un progetto ormai concluso ma che continua. Ormai si è creato un gruppo di anziani che visitano i musei insieme.

Alcuni di loro sono diventati volontari: una signora, durante il periodo di confinamento forzato, ha realizzato delle mascherine per tutti, alcune signore tengono un corso di italiano, alcuni si sono dedicati ad un corso di improvvisazione teatrale, poi si è pensato ad un corso di smartphone e ad uno di fotografia. Cerchiamo di coinvolgere più persone possibili, anche coloro che hanno patologie importanti come ad esempio il Parkinson». Tutti possono proporre attività. Due logopediste, ad esempio, si sono proposte per un corso di dizione per gli anziani che perdono l’uso della parola in seguito a delle patologie gravi.

«A causa dell’emergenza Covid, per la prima volta, abbiamo dovuto dire di no a delle persone che chiedevano di partecipare a dei corsi. Covid e coesione sociale non vanno certo a braccetto».

Domando ad Erika quale sia il rapporto tra i Bagni Pubblici di via Agliè e le altre case del quartiere. «Le case del quartiere nascono nel 2015 e sono le seguenti: Noi, la Casa nel Parco, il Barrito, Le Vallette, Cecchi Point, +SpazioQuattro, Cascina Rocca Franca e San Salvario. Sicuramente quello che le case condividono sono due aspetti: l’approccio alla realtà in cui sono inserite ed i valori: l’importanza di valorizzare il quartiere, di coinvolgere gli abitanti, di creare aggregazione, di non far sentir nessuno solo, di creare una dimensione che sia un continuum con ciò che c’è intorno, che si incastri con il tessuto sociale in cui è inserita e che non sia un’isola avulsa dal contesto in cui nasce.

Con le altre case del quartiere ci sentiamo ogni due settimane e seguiamo una serie di progetti insieme: lo scopo è duplice: promuovere il modello di casa del quartiere e lavorare su progetti comuni. Ad esempio. durante il periodo di Covid-19 le persone di Barriera che chiamavano la protezione civile per chiedere aiuto hanno avuto la possibilità di ricevere dei pacchi con del cibo. Questo progetto ha coinvolto anche le altre case del quartiere e ha fatto sì che conoscessimo molte altre famiglie. Queste sono state coinvolte nelle attività svolte all’interno della casa come la possibilità di fruire di un concerto oppure di accedere ai biglietti del cinema sospesi.

I bagni pubblici di via Agliè sono ancora un centro interculturale dove mille realtà diverse riescono ad incontrarsi per dare vita a qualcosa di assolutamente nuovo, davvero un posto in cui l’acqua è abbastanza alta per tutti e dove nessuno è fuori posto, una casa in cui sentirsi accolti a prescindere dalla condizione sociale, dalla provenienza o anche dallo stato di salute. Me ne vado via guardando nuovamente le piastrelle del pavimento con quei puntini bianchi che sono come tante luci in una notte buia.

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