13 Gen 2021

Le risorse non bastano per tutti, ma davvero è solo un problema di sovrappopolamento?

Il nostro Pianeta sta attraversando una profonda crisi ambientale e uno dei problemi principali è che le risorse naturali sono sempre più scarse a fronte di una popolazione mondiale in continua crescita. Eppure, da un'analisi più completa, emerge che il controllo demografico potrebbe non essere una priorità rispetto ad altre soluzioni, come una distribuzione più equa delle risorse e uno stile di vita più sobrio.

Fra le soluzioni principali che oggi vengono poste rispetto alla scarsità di risorse – ma anche rispetto a temi come l’inquinamento e i cambiamenti climatici – c’è il controllo delle nascite, da alcuni ritenuto necessario per contenere il sovrappopolamento che per molti è alla base dei maggiori problemi globali che stiamo affrontando.

Ma siamo sicuri che semplicemente siamo in troppi? Un’analisi più approfondita evidenzia che esistono anche altre forti criticità, come l’iniqua distribuzione delle risorse disponibili e lo stile di vita insostenibile di una fetta della popolazione mondiale. Inoltre, la crescita demografica sta procedendo con il freno tirato da molti anni e nel giro di qualche decennio si arresterà completamente.

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Secondo un rapporto stilato dall’ONU, nel 2050 la popolazione mondiale raggiungerà i 9,7 miliardi, per arrivare, entro la fine del secolo, a quasi 11 miliardi di persone. I paesi dell’Africa sub-sahariana sono quelli che sperimenteranno una crescita più dirompente, che li porterà a raddoppiare quasi la loro popolazione. Il tasso di fecondità però è in calo da circa trent’anni: se nel 1990 ogni donna dava alla luce mediamente 3,2 figli, oggi questo valore è sceso a 2,4 e si prevede che raggiungerà il 2,2 entro altri trent’anni, avvicinandosi alla soglia del declino demografico.

È interessante notare come ai vertici di questa classifica si trovino i paesi più poveri – il primo è il Niger, seguito da Burundi, Mali e Somalia –, mentre agli ultimi posti vi siano paesi fortemente industrializzati come Hong Kong e Singapore, dove le donne partoriscono mediamente meno di un figlio a testa. L’Italia è fra i paesi con il tasso di fecondità più basso, pari a 1,29 figli per donna. Secondo alcune previsioni, come quella della Federal Reserve americana, la tendenza discendente sarà accelerata dalla crisi economica, ma anche da altri effetti secondari, come l’incertezza sanitaria o il distanziamento sociale, dovuti al covid-19.

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Veniamo quindi al tasso di crescita della popolazione mondiale. Dopo un boom demografico durato sino agli anni sessanta, questo valore è in costante calo da allora. Il picco è stato raggiunto nel 1968, superando di poco il 2%, mentre oggi si attesta intorno all’1% e, secondo una stima dell’ONU, nel 2100 sarà dello 0,1%. Questo vuole dire che la popolazione mondiale sta crescendo, ma a un ritmo sempre più contenuto. Entro questa data, molti paesi cominceranno a registrare una riduzione della popolazione; fra essi figura l’Italia – secondo uno studio dell’Institute for Health Metrics and Evaluation, passeremo dai 61 milioni di abitanti del 2017 ai 31 milioni del 2100 – e il colosso demografico Cina.

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Un concetto fondamentale nel valutare se la presenza umana è adeguata o eccessiva è quello dell’impronta ecologica, che calcola la “richiesta di natura” necessaria per l’assorbimento delle emissioni di anidride carbonica prodotte da ciascuna persona o da ciascun gruppo di persone, per esempio la popolazione di una nazione.

A livello globale questo valore è di circa 1,8, cioè ogni abitante della Terra ha bisogno di 1,8 ettari di biosfera per assorbire la quantità di anidride carbonica che produce. Ciascun paese però ha un’impronta ecologica differente, ovvero incide in misura più o meno elevata sulle risorse naturali. Gli Stati Uniti sono la nazione con l’impronta ecologica più elevata, pari a 9,5 ettari pro capite, cioè ogni americano dovrebbe avere a disposizione 9,5 ettari per assorbire tutta la CO2 che produce.

Questa differenza porta alcuni paesi a essere in debito e altri a essere in credito nei confronti del Pianeta. Fra i paesi la cui biocapacità eccede l’impronta ecologica dei propri abitanti troviamo ai primi posti Gabon, Brasile, Eritrea, Congo; fra i maggiori debitori invece figurano Singapore, Israele, Qatar ed Emirati Arabi. Naturalmente il legame fra i vari indicatori non è immediato poiché questa statistica presuppone molte variabili, come la densità demografica e l’ampiezza del territorio, ma anche la sua gestione rispetto ad azioni depauperanti come deforestazione e cementificazione.

Per formulare delle considerazioni attendibili sul concetto di sovrappopolamento è quindi necessaria un’accurata analisi della distribuzione delle risorse – idriche, alimentari, ma anche in termini di biocapacità dei vari territori. A questo proposito, Fridays For Future Italia sottolinea che “i dati dimostrano che il 50% più povero della popolazione mondiale, ovvero 3,5 miliardi di persone, è responsabile solo del 10% delle emissioni globali, mentre il 10% più ricco è responsabile del 50% delle emissioni globali. Inoltre, appena 100 aziende sono responsabili di ben il 71% di tutte le emissioni di gas serra”.

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L’idea è rafforzata da un recente studio che sottolinea come attualmente 820 milioni di persone non abbiano cibo a sufficienza, mentre oltre 2 miliardi di persone siano obese o in sovrappeso. Sempre lo stesso studio, individua una soluzione non tanto nel controllo demografico quanto nel ripensamento del modello alimentare, poiché quello attuale fondato sul consumo eccessivo di carne e sugli allevamenti e sulle coltivazioni intensive non solo non garantisce cibo a sufficienza per tutti, ma produce anche devastanti effetti negativi sull’ecosistema. A questo proposito, basti pensare che il settore dell’allevamento è responsabile, da solo, del 14,5-18% delle emissioni di gas serra prodotti da attività umane, mentre l’agricoltura è uno dei principali contributori al mondo di metano e ossidi d’azoto. Circa il 70% delle riserve mondiali d’acqua dolce è utilizzato per l’irrigazione dei campi o nella catena di produzione di cibo.

Le risorse sono sufficienti per tutti”, osservano gli attivisti di Fridays For future. “Già oggi saremmo in grado di sfamare 10 miliardi di persone, il cibo che produciamo è già sufficiente. E saremmo anche in grado di garantire una vita il più possibile decente e dignitosa per tutti. Tutto ciò sarebbe possibile anche in una società più giusta e a zero emissioni di CO2. I progressi tecnologici in molti campi – come il riciclo ad esempio – e una migliore gestione e distribuzione delle risorse possono garantirci un margine ancora più ampio”.

Forse allora la soluzione è proprio cambiare sistema. Affrontare il problema della scarsità di risorse semplicemente attraverso il controllo delle nascite per ridurre il sovrappopolamento, oltre a porre interrogativi di natura etica, vorrebbe dire lasciare inalterato uno stile di vita che non solo sottrae una quantità enorme di risorse e le redistribuisce in maniera diseguale, ma produce anche inquinamento e danneggia l’ecosistema.

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