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11 Mar 2021

Scuola parentale: come, con chi e perché? Facciamo chiarezza!

Scritto da: Elena Ghini

Con la pedagogista Cecilia Fazioli e l'avvocato Gabriele Bordoni ci addentriamo nel mondo della scuola parentale, provando a dare una risposta ai dubbi e agli aspetti meno conosciuti di questa scelta educativa. Parallelamente, cerchiamo di capire cos'è che non funziona nella scuola pubblica e quali sono i margini di miglioramento.

Cecilia Fazioli – pedagogista, counselor, formatrice – e l’avvocato Gabriele Bordoni, esperto di tematiche legali associate alla scuola parentale, hanno approfondito – ospiti di ATuxTu condotto dal nostro Paolo Cignini – il grande tema delle proposte alternative alla scuola convenzionale.

Cecilia Fazioli

Cecilia ha pubblicato per Terra Nuova Edizioni il libro “La scuola parentale: Come farla diventare una vera opportunità formativa per bambini e ragazzi”. Si tratta di una guida pratica per capire come strutturare, passo dopo passo, una proposta alternativa alla scuola statale, un approccio che ponga al centro i bisogni dei ragazzi. Il libro nasce per colmare un vuoto in questo ambito ancora poco conosciuto e per risolvere la confusione creatasi attorno all’argomento. L’autrice ha lavorato nella scuola pubblica, si occupa di sostegno alla genitorialità ed è co-fondatrice di una scuola parentale.

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Partendo dalla riflessione che la scuola pubblica italiana risulta essere debole e insufficiente nell’affrontare i cambiamenti sociali e culturali, è lecito chiedersi quali sono le possibilità di scelta di un’educazione “alternativa”. Cecilia risponde partendo dalla definizione di scuola parentale, descrivendola come «un gruppo di famiglie che inizia un progetto educativo in comune, in collaborazione anche con educatori esterni, in cui si vive una dimensione collettiva, di comunità».

La scuola parentale può essere una valida alternativa, ma bisogna sapere come fare: «Chi vuole percorre questa strada – prosegue – deve affrontarla con i giusti strumenti e un’adeguata formazione. Altrimenti si rischia, pur avendo le migliori intenzioni, di non ottenere il risultato sperato. È una scelta di responsabilità del genitore che deve essere fatta in modo consapevole, a partire da una profonda indagine personale».

La Scuola Parentale
Come farla diventare una vera opportunità formativa per bambini e ragazzi

Ma quali sono gli ingredienti necessari per avviare una scuola parentale? Si parte prima di tutto dall’identità del progetto che deve essere «chiara e condivisa da tutti i genitori coinvolti, perché inevitabilmente la dimensione del desiderio individuale si intreccia e si scontra con la dimensione collettiva. Nelle mie consulenze parto proprio da qui e non è semplice perché si mettono in gioco le identità e i valori dei singoli genitori. Questa fase richiede tanta volontà di ascoltarsi, di interagire con gli altri, di essere aperti all’incontro con l’altro e nutrire il pensiero del gruppo, attraverso il confronto. Le famiglie sono tanti microcosmi che si uniscono e interagiscono per dare vita a una identità collettiva».

Un altro ingrediente fondamentale è la responsabilità. «Questo approccio all’educazione – sottolinea Cecilia in proposito – non si basa sulla delega. La scuola parentale non può vivere, resistere e crescere se non c’è un atteggiamento partecipativo. Tutti i componenti devono contribuire in modo attivo. Ogni giorno la scuola prevede attività, mansioni e non esistono figure come il bidello, l’insegnante o il dirigente. Tutti sono coinvolti e responsabili nel portare avanti la struttura».

Il modello della scuola pubblica è rimasto granitico. Non si è evoluto con le esigenze delle persone. Nella scuola si predispone un protocollo che deve andare bene per tutti, ma è evidente che qualcuno rimarrà fuori. «Chi non è conforme non è sbagliato, anche se passa questa idea. Siamo noi che abbiamo creato un ambiente che non è in grado di gestire la pluralità», spiega la Fazioli. «La scuola parentale invece offre l’opportunità di guardare il bambino per come è fatto e si muove per trovare un modo per cui si possa esprimere secondo i suoi talenti».

«Da qui è importante saper coltivare il dubbio nel suo significato di stare dentro i processi, interrogarsi e indagare. Il dubbio dovrebbe essere presente in tutti gli ambiti della vita e in particolare nell’ambito educativo perché implica muoversi verso l’altro, vederlo, mettendo in discussione le proprie certezze e riconoscendo gli eventuali errori». Un dialogo e un continuo confronto da coltivare anche verso l’esterno con le realtà del territorio, con altre scuole e con le istituzioni, poiché è importante per i bambini non rimanere chiusi dentro la propria situazione, per evitare anche di essere percepiti come elitari.

Anche gli aspetti pratici sono centrali e da pianificare con attenzione: scegliere un luogo idoneo, darsi delle regole e una forma giuridica chiara e ordinata. A tal proposito interviene l’avvocato Gabriele Bordoni, curatore di un capitolo del libro proprio dedicato alle questioni legali: «La costituzione contiene delle norme che prevedono la libertà di istruzione e di educazione dei figli nel rispetto di alcuni parametri fondamentali per la crescita dei ragazzi. Esiste una gamma molto estesa di forme giuridiche che può assumere la scuola parentale. Viene definito un ambito spaziale in cui si va ad operare con delle caratteristiche di sicurezza, di igiene e pensato per evitare l’esposizione al rischio. In base alle dimensioni del progetto e alle intenzioni, si decide quale strada prendere, ad esempio creando un’associazione, una società di persone o una cooperativa sociale. Le possibilità sono tante, da esperienze ristrette ad altre molto più strutturate. L’intento è di proteggere l’asse educativo sia dall’interno che dall’esterno».

Oltre agli obblighi esistono anche agevolazioni fiscali. L’importante è avere consapevolezza di cosa si sta facendo: lasciare al caso o essere superficiali è dannoso perché si rischia di essere poi dequalificati, perdere di credibilità anche come realtà alternativa di scuola parentale. È un’esperienza complessa e gli aspetti pedagogici si intrecciano con quelli giuridici: «Tengo a dire – prosegue il legale – che non si tratta di una competizione tra scuola pubblica e scuola parentale. Ci vorrebbero collaborazione, confronto e contaminazione tra le due strutture così da avere un arricchimento e un miglioramento reciproco. Credo sia fondamentale recuperare l’aspetto umanistico dell’educazione. La scarsa capacità di confrontarsi, di aiutarsi, dello scambio di idee, di collaborare ha sicuramente una responsabilità nella scuola che non ha la capacità di indirizzare e arginare questa deriva pessima che si riscontra nel mondo giovanile».

Il quadro sembra dunque delinearsi più chiaramente e ulteriori dubbi sono fugati dalla riflessione conclusiva di Cecilia: «Bisogna capire il senso educativo più in profondità, ragionare su domande che hanno a che fare con la nostra esistenza, il tempo di oggi ce lo sta chiedendo. La scuola pubblica non riesce a dare queste risposte, non si pone nemmeno le domande. La scuola parentale può essere portatrice di un pensiero rinnovato con un’attenzione agli aspetti umanistici, che oggi purtroppo sono lasciati da parte».

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